29 ottobre 2010

L'angelo del male (Jean Renoir, 1938)

L'angelo del male (La bête humaine)
di Jean Renoir – Francia 1938
con Jean Gabin, Simone Simon
***1/2

Visto in DVD.

Il macchinista ferroviario Jacques Lantier soffre di occasionali e incontrollabili impulsi omicidi, forse per una tara ereditaria ("Sembra che io debba pagare per gli altri. I padri, i nonni che bevevano. Ho nel sangue generazioni e generazioni di ubriachi"). E proprio per il timore di far del male a qualcuno non ha voluto mai sposarsi e di fatto "convive" con la sua locomotiva (che chiama con un nome di donna, Lisa), a bordo della quale percorre la tratta fra Parigi e Le Havre insieme all'inseparabile fuochista Pecqueux. Quando conosce Séverine, giovane e bella moglie del vicecapostazione Roubaud, se ne innamora immediatamente. Ma la donna gli chiede di uccidere il suo gelosissimo marito, che la tiene legata a lui e che l'ha resa complice dell'omicidio di un suo precedente amante, un delitto di cui proprio Lantier è l'unico testimone... Adattando un romanzo di Émile Zola (all'inizio della pellicola vengono mostrate anche una foto e una citazione dello scrittore), Renoir realizza un torbido noir ad alta tensione che precorre molti archetipi del genere e che scava nelle zone d'ombra di personaggi vittime e carnefici al tempo stesso, immersi in una società marcia (si pensi al ricco e rispettato Grandmorin, l'anziano padrino di Séverine con un debole per le ragazzine) e dominata da gelosie, interessi, tradimenti, violenza e cinismo, un mondo dove l'amore puro sembra impossibile. I pregi tecnici del film vanno di pari passo con quelli contenutistici: la fotografia in bianco e nero avvolge i personaggi come l'ambientazione proletaria e il vapore che fuoriesce dalle locomotive, mentre il montaggio secco e la colonna sonora essenziale li accompagnano nel loro cammino verso la perdizione, la passione e il rimorso. Ottimi gli interpreti: Fernand Ledoux (Robaud) era un membro della Comédie Française; Gabin (in un ruolo che aveva fortemente voluto, essendo lui stesso figlio di un conduttore di treni) si mostra fragile, tormentato e in balia del proprio destino; e la seducente Simon, femme fatale ante litteram, quattro anni prima de "Il bacio della pantera" sembra già profondamente "felina": nella prima scena in cui appare tiene in braccio un gatto bianco, appena prima di baciare Lantier accenna a dargli un morso, e a suo proposito Pecqueux commenta "Certe donne sono come i gatti, non gli piace bagnarsi i piedi". Renoir stesso interpreta la parte di Cabuche, il cantoniere che viene ingiustamente accusato dell'omicidio di Grandmorin. Il film si apre con una lunga e celebre sequenza, impressionante per l'epoca, che mostra la soggettiva di un treno in corsa, lanciato a tutta velocità nei tunnel e sui binari. L'immagine del treno si sposa perfettamente con il determinismo che permea il romanzo di Zola (Lantier fa parte della famiglia dei Rougon-Macquart, protagonista di un suo ciclo di romanzi sul tema dell'ereditarietà): è impossibile deviare dal percorso segnato dalle rotaie, se non con la scelta radicale di gettarsi giù dal treno in corsa. La pellicola ha influenzato, fra gli altri, Luchino Visconti ("Ossessione") e soprattutto Fritz Lang ("La bestia umana", praticamente un remake).

27 ottobre 2010

Snake in the eagle's shadow (Yuen Woo-Ping, 1978)

Il serpente all'ombra dell'aquila (Se ying diu sau)
di Yuen Woo-Ping – Hong Kong 1978
con Jackie Chan, Yuen Siu-Tien
**1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

All'apparenza un gongfupian come tanti altri, si tratta invece di un film fondamentale nella storia del cinema di Hong Kong. Oltre a segnare il debutto alla regia di Yuen Woo-Ping (il futuro coreografo, fra le altre cose, di "Matrix", "Kill Bill" e "La tigre e il dragone"), è anche la pellicola che – insieme a "Drunken master", realizzato pochi mesi più tardi dalla stessa troupe e con lo stesso cast – trasforma definitivamente Jackie Chan nella nuova superstar del cinema di arti marziali, rendendolo popolarissimo dapprima in oriente e poi anche in occidente. Se il film si apre con un combattimento che più classico non si può, ben presto prende le distanze dai vecchi stilemi del genere grazie all'innesto di gag e momenti umoristici che sembrano provenire direttamente dalle comiche mute del cinema americano degli anni venti. Il protagonista è un orfano sempliciotto, vessato in continuazione nella scuola di kung fu dove vive: novello "cenerentolo", gli è impedito di seguire le lezioni e ha invece il compito di fare le pulizie, oltre a essere utilizzato dagli inetti insegnanti (fra cui il caratterista Dean Shek) come punching bag umano durante le dimostrazioni. Dopo aver accolto e curato un vecchio mendicante (che in realtà è l'ultimo maestro sopravvissuto della scuola del Pugno del Serpente, in fuga dalla setta rivale dell'Artiglio dell'Aquila), viene da lui sottoposto a un duro addestramento e impara a padroneggiarne le tecniche. Nello scontro finale con il capo del clan rivale (Hwang Jang-Lee) utilizzerà però uno stile ancora diverso, da lui stesso ideato e ispirato alle zampate del gatto. Oltre alle gag e alle smorfie, che lo differenziano dai tanti seriosi imitatori di Bruce Lee che infestavano i film di arti marziali dell'epoca, Jackie dà sfoggio di tutta la propria prestanza fisica in una serie di combattimenti tanto inusuali quanto dinamici (nel corso di quello finale perde persino un dente!): gli manca ancora la caratteristica di sfruttare a proprio vantaggio l'ambiente e gli oggetti che lo circondano, ma l'equilibrio fra i momenti comici e quelli d'azione è già ben dosato. La colonna sonora è a base di musica elettronica "rubata" a Jean-Michel Jarre (si riconosce il tema di "Oxygene"), com'era consuetudine nelle produzioni hongkonghesi di allora. L'anziano maestro è interpretato dall'ottimo Yuen Siu-Tien (noto anche come Simon Yuen), padre del regista, che tornerà – in un ruolo simile ma ancora più leggendario – in "Drunken master". Fra i cattivi, si fa ricordare per curiosità il falso prete occidentale (Roy Horan).

26 ottobre 2010

The warrior (Asif Kapadia, 2001)

The warrior (id.)
di Asif Kapadia – India/GB 2001
con Irfan Khan, Noor Mani
**1/2

Visto in DVD, con Giovanni, in originale con sottotitoli inglesi.

Un taciturno mercenario fa parte di un gruppo di guerrieri al servizio di un crudele signore feudale, che se ne serve per punire chi disubbidisce al suo dovere e per mettere a ferro e fuoco i villaggi che non pagano i tributi. Durante una di queste missioni punitive, l'uomo ha una visione mistica del proprio futuro e decide così di cambiare vita, abbandonando per sempre la spada e mettendosi in cammino per tornare al proprio villaggio. Perderà il figlio, ucciso per vendetta dai suoi ex compagni, ma nel corso del lungo viaggio dai deserti del Rajasthan alle cime innevate dell'Himalaya troverà la compagnia di un giovane ladruncolo in cerca, come lui, di redenzione. Girato in lingua hindi ma di produzione inglese (il regista, al suo primo lungometraggio dopo alcuni corti, è un britannico di origine indiana), il film è ambientato in un'epoca senza tempo ed è caratterizzato da toni epici-fiabeschi, da paesaggi di grande impatto e da pochissimi dialoghi, con immagini e silenzi di grande intensità che fanno perdonare una trama forse sin troppo semplice (ispirata, a quanto pare, da un racconto di samurai). La pellicola era stata proposta dalla Gran Bretagna come il proprio candidato agli Oscar per il miglior film straniero, ma è stata rifiutata dall'Academy perché non era parlata in una lingua nativa del Regno Unito.

23 ottobre 2010

Tarda primavera (Yasujiro Ozu, 1949)

Tarda primavera (Banshun)
di Yasujiro Ozu – Giappone 1949
con Setsuko Hara, Chishu Ryu
****

Rivisto in DVD (registrato da "Fuori Orario"),
con Giovanni, Rachele e Paola.

Noriko ha da tempo raggiunto l'età in cui dovrebbe sposarsi, come le suggeriscono di fare con insistenza tanto le amiche quanto i parenti. Ma lei preferirebbe continuare a vivere con l'anziano padre, un professore universitario vedovo e solo, per accudirlo e stargli sempre vicina. Pur di convincerla a non sacrificare la propria vita per lui, il genitore fingerà di essere intenzionato a sua volta a risposarsi: ma non è altro che una sofferta bugia. Alla fine la ragazza accetterà un matrimonio combinato dalla zia, anche se non sapremo se sarà felice (d'altronde sullo schermo non vedremo mai nemmeno il marito). Il film, che personalmente considero il capolavoro di Ozu, contiene alcune fra le sequenze più belle di tutto il cinema del regista nipponico: quella della gita in bicicletta di Noriko e Hattori, il giovane assistente del padre, che lascia per un attimo immaginare allo spettatore (e anche al padre di Noriko) una qualche sorta di intesa romantica fra i due, immediatamente smentita dalla scena successiva in cui viene rivelato che Hattori è già fidanzato con un'altra; quella in cui padre e figlia si recano ad assistere a una rappresentazione di teatro No, un capolavoro di montaggio in cui la macchina da presa mostra alternativamente il palscoscenico e il pubblico, soffermandosi sulle reazioni di Noriko nello scorgere, fra la folla, la presunta futura moglie del padre; e il confronto finale fra i due personaggi nell'albergo di Kyoto, quando Noriko chiede per l'ultima volta al genitore di lasciarla rimanere con lui: c'è qui la famosissima sequenza – su cui i critici cinematografici hanno sparso fiumi di inchiostro – con l'immagine del vaso che intervalla due primi piani del volto di Setsuko Hara, dapprima sorridente e poi piangente. La mia personale interpretazione di questa enigmatica scena è simile a quella che Dario Tomasi avanza nel suo "castorino": si tratta di un inserto con cui Ozu, per pudicizia, ci nasconde il delicato momento in cui Noriko raggiunge finalmente l'accettazione del proprio destino. Il regista "distoglie lo sguardo" per un attimo, e come un maestro zen offre allo spettatore un vaso da riempire con le sue emozioni. E proprio il tema dell'accettazione – cosa ben diversa dalla semplice rassegnazione – è il vero fulcro del film (si veda anche la scena finale del padre che acquista improvvisamente la consapevolezza di essere rimasto da solo nella casa ormai vuota), insieme a quello del contrasto fra la ricerca della felicità personale e la fedeltà agli obblighi sociali (curiosamente in un melodramma occidentale si sarebbe identificata la prima con il matrimonio e la seconda col restare a casa, mentre qui è l'esatto contrario!), o fra tradizione e spirito democratico, "due realtà che il Giappone, sotto il controllo americano, sembra pensare antitetiche".

Con "Tarda primavera" inizia l'ultima fase della carriera di Ozu, contrassegnata da uno stile sempre più asciutto ed essenziale (ma non mancano alcune sorprese: proprio in questo film, per esempio, sono presenti alcuni carrelli, il più significativo dei quali è quello che segue i personaggi, di spalle, mentre escono dal teatro dove hanno assistito alla rappresentazione No), da un'ancora più costante attenzione al tema dei rapporti familiari, dalla collaborazione fissa con lo sceneggiatore Kogo Noda e dall'utilizzo di un ristretto nucleo di attori fra i quali spiccano proprio i due ottimi protagonisti di questo lungometraggio, Chishu Ryu e Setsuko Hara. Si tratta di elementi che avevano caratterizzato già la sua produzione precedente, ma che nei film del dopoguerra si "cristallizzano" e si purificano sempre di più, liberando le pellicole da ogni orpello e trasformandole in tanti piccoli tasselli di un unico discorso narrativo e stilistico. Lo stesso regista, accusato dai critici suoi contemporanei di essere rimasto legato ai linguaggi del passato (in quegli anni il Giappone stava cambiando alla velocità della luce dal punto di vista sociale ed economico, ma anche artistico: al cinema, per esempio, stava per arrivare la nuberu bagu di Oshima, Imamura e compagni), ha replicato spiegando che i suoi film degli anni cinquanta e sessanta vanno considerati come una serie di "variazioni sul tema", al pari dei dipinti di alcuni maestri dell'arte pittorica, tanti tentativi di mettere a fuoco lo stesso soggetto, avvicinandosi ogni volta di più all'obiettivo finale. Proprio sul canovaccio di "Tarda primavera", per esempio, Ozu realizzerà in seguito ben due pseudo-remake: "Tardo autunno" e "Il gusto del sakè" (che sarà fra l'altro il suo ultimo film, in cui Setsuko Hara – che qui interpreta la figlia – vestirà i panni dell'altra protagonista della storia, la madre).

In ogni caso, è ingeneroso accusare Ozu di rivolgere il suo sguardo esclusivamente al passato. Al contrario, i suoi film mostrano in maniera evidente e puntuale i cambiamenti in atto nella società giapponese: lo facevano già quelli degli anni trenta, e lo fanno a maggior ragione i lavori della maturità, sebbene sempre fra le righe e in maniera non gridata. Piccoli elementi (un cartello pubblicitario della Coca-Cola, un bar con l'insegna in caratteri occidentali, gli abiti o gli arredi moderni, le donne emancipate come l'amica divorziata di Noriko che lavora come dattilografa) ci fanno capire che non siamo più nel Giappone nazionalista di prima della guerra. Curiosamente, rispetto ai personaggi più anziani come il padre o il suo collega Onodera, proprio la giovane Noriko si dimostra più legata ai valori del passato: si dichiara – per sua stessa ammissione – molto "più all'antica" del padre, per esempio accusando (sia pure bonariamente) il professor Onodera di immoralità per aver osato risposarsi. Il suo sorriso perenne (tranne nelle scene in cui manifesta il proprio disappunto per la decisione del padre di prendere una nuova moglie) è il simbolo del ruolo sottomesso e servizievole della donna che storicamente ha caratterizzato il paese del Sol Levante. Persino per uscire dalla casa paterna e cominciare a vivere la propria vita, Noriko sceglie la strada del matrimonio combinato, un altro retaggio del Giappone feudale. Ma forse proprio le dure esperienze della guerra (cui si accenna brevemente in un dialogo) e quelle ancora più dure del dopoguerra spingevano tanti giovani giapponesi a nutrire un certo timore per i cambiamenti radicali, come quelli che le forze di occupazione stavano imponendo in quegli anni: esemplare il momento in cui Noriko chiede al padre se non è possibile lasciare per sempre le cose come stanno. Che non sia possibile, naturalmente, ce lo rivela l'ultimissima inquadratura della pellicola, quella con le onde del mare che si riversano sulla spiaggia: nulla è per sempre.

21 ottobre 2010

Adèle e l'enigma del faraone (Luc Besson, 2010)

Adèle e l'enigma del faraone (Les aventures extraordinaires d'Adèle Blanc-Sec)
di Luc Besson – Francia 2010
con Louise Bourgoin, Jacky Nercessian
**1/2

Visto al cinema Orfeo, con Hiromi.

Parigi, 1911: un uovo custodito nel museo di scienze naturali si schiude nottetempo, liberando uno pterodattilo che semina il panico per le strade e i cieli della "ville lumière". L'animale preistorico è stato riportato in vita dal professor Espérandieu, esperto di antichità e occultismo, che per questo motivo viene arrestato e condannato a morte. A salvarlo è l'ardita giornalista e avventuriera Adéle Blanc-Sec, che ne ha bisogno per rianimare la mummia del medico di fiducia del faraone Ramsete II, da lei trafugata in una tomba egiziana e portata di nascosto a Parigi. È infatti convinta che Patmosis, grazie alle sue leggendarie conoscenze, sia l'unico in grado di curare la sua sorella gemella Agathe, in coma da cinque anni. Ispirandosi a un fumetto (poco noto in Italia) di Jacques Tardi, Besson continua la sua frequentazione del cinema-giocattolo e sforna un prodotto all'insegna del puro intrattenimento, infarcito di situazioni grottesche, personaggi caricaturali e macchiettistici (come il poliziotto inetto e perennemente affamato, il cacciatore giunto dall'Africa per cacciare lo pterodattilo, o le stesse mummie), gag da cinema muto e una protagonista acida e sfrontata, a dire il vero non particolarmente simpatica. Però, se si sta al gioco, il divertimento non manca, anche perché il film scorre leggero e sbarazzino, l'ambientazione retrò di inizio secolo ha il suo fascino, il registro comico è ben fuso con quello avventuroso (la sequenza in cui Adèle trafuga la mummia dalla piramide sembra una parodia di Indiana Jones, che già di suo non brillava per realismo) e il buon Luc è il primo a non commettere l'errore di prendersi sul serio, risparmiandoci scontri epici fra il bene e il male e facendosi perdonare alcuni dei recenti passi falsi (leggi "Angel-A"). Siamo dalle parti, per intenderci, delle pellicole di Asterix con attori in carne e ossa: con la differenza che qui c'è almeno un vero regista, mentre in quelli no (con l'eccezione, naturalmente, del capolavoro "Asterix e Obelix: missione Cleopatra", guarda caso sempre con l'Egitto di mezzo, per il quale i francesi nutrono una certa fascinazione sin dai tempi di Napoleone). Una delle prime scene è ambientata nei pressi del monumento a Giovanna d'Arco: autocitazione di Besson? Ma non mancano altri curiosi rimandi: la scena in cui le autorità di Parigi si attivano per catturare lo pterodattilo, con ciascun burocrate che passa l'ordine a un proprio subalterno riducendo il tempo a sua disposizione, proviene dritta dal primo film di Henri-Georges Clouzot, "L'assassino abita al 21"; e nella colonna sonora si può sentire il celebre motivo "Nella sala del re della montagna" dal "Peer Gynt" di Grieg. La protagonista Louise Bourgoin, semiesordiente, ha lavorato in precedenza in televisione come annunciatrice delle previsioni del tempo: dopo Anne Parillaud, Natalie Portman e Milla Jovovich, Besson – che ha dichiarato che il film sarà il primo di una trilogia – riuscirà a lanciare anche la sua carriera? Poco da dire sul resto del cast, con attori irriconoscibili fra trucco pesante (come Mathieu Amalric nei panni del "cattivo" Dieuleveult) o baffoni posticci (come Gilles Lellouche in quelli dell'ispettore Caponi).

20 ottobre 2010

Il monaco (Paul Hunter, 2003)

Il monaco (Bulletproof Monk)
di Paul Hunter – USA 2003
con Chow Yun-Fat, Seann William Scott
*1/2

Visto in DVD, con Hiromi.

Nel 1943 un monastero tibetano viene attaccato da un drappello di soldati nazisti, in cerca di una magica pergamena che permetterebbe di "riplasmare" il mondo a proprio piacimento. Prima di morire, l'anziano monaco che la custodiva la affida al suo allievo, che grazie al suo potere non invecchierà nei successivi sessant'anni. Ai giorni nostri, in una moderna città americana, il monaco senza nome diventerà a sua volta il mentore di un giovane ladruncolo che compie i suoi furti nei tunnel della metropolitana. Insieme, i due dovranno vedersela con il vecchio comandante nazista, che non ha ancora rinunciato al suo obiettivo. Mediocre e scontata pellicola d'azione, tratta da un fumetto, che soffre soprattutto per la banale caratterizzazione dei personaggi, pieni di cliché (il monaco misterioso e campione di arti marziali, il ladruncolo dal cuore d'oro, la bad girl in fondo buona, per non parlare del cattivo nazista che sembra uscito da "Hellboy"), e a cui non basta un Chow Yun-Fat poco in parte (la scena in cui impugna due pistole sembra giusto un contentino per i fan) per raggiungere la sufficienza. Fra i pochi spunti curiosi, il ladro che ha imparato il kung fu grazie al suo lavoro come proiezionista in un cinema specializzato in pellicole di Hong Kong.

18 ottobre 2010

2046 (Wong Kar-Wai, 2004)

2046 (id.)
di Wong Kar-Wai – Hong Kong/Cina 2004
con Tony Leung Chiu-Wai, Zhang Ziyi
***

Rivisto in DVD.

Tornato a Hong Kong dopo un breve soggiorno a Singapore, sullo sfondo dei turbolenti disordini dei tardi anni sessanta, il giornalista Chow – un Tony Leung bravo come non mai, qui con baffetti alla Clark Gable – cerca di dimenticare la sua infelice storia d'amore con Su Li-Zhen, la signora Chan (narrata in "In the mood for love", di cui questo film è il sequel), trasformandosi in un cinico seduttore e vivendo numerose avventure sentimentali senza lieto fine. "Ho amato una sola donna nella mia vita, ma non ho mai saputo se anche lei mi amava", spiega. Insediatosi in una camera dell'Oriental Hotel, scrive un romanzo di fantascienza ambientato nel 2046 (ovvero il numero della stanza d'albergo in cui si incontrava di nascosto con la sua amata nel film precedente): più che un anno (che fra l'altro indica la data in cui terminerà l'amministrazione autonoma di Hong Kong rispetto al resto della Cina), un luogo mentale dove è possibile ritrovare i ricordi perduti, anche a costo di non tornare più indietro. E difatti il tema dei sentimenti si intreccia fortemente a quello della memoria, come dimostra la sottotrama di Lulu (personaggio che proviene da uno dei primi film di WKW, "Days of being wild"), che non ricorda di aver mai incontrato Chow.

Se negli inserti fantascientifici – che fondono atmosfere di "Alphaville", "Blade Runner" e "Galaxy Express 999" – un viaggiatore diretto verso il 2046 a bordo di un treno speciale si innamora di un'androide (Faye Wong) dotata di "emozioni differite", nella realtà Chow frequenta prima la giovane ed elegante escort di lusso Bai Ling (Zhang Ziyi), inizialmente altezzosa ma che finisce con il legarsi troppo a lui, tanto che a un certo punto è costretto a respingerla; poi Jing Wen (ancora Faye Wong), figlia maggiore del proprietario dell'albergo, fidanzata a distanza con un giapponese e aspirante scrittrice che diventa la sua assistente, ispirandogli fra l'altro gran parte del suo romanzo; e infine ricorda la sua relazione con la "vedova nera" Su (Gong Li), un'affascinante giocatrice d'azzardo dal passato misterioso che ha curiosamente lo stesso nome della sua amata perduta (Maggie Cheung, che compare solo per pochi istanti in un breve flashback). Con ciascuna di loro, così come con la ballerina Lulu (Carina Lau), trascorrerà una diversa vigilia di Natale: nel suo romanzo, le zone 24 e 25/12 dello spazio sono infatti quelle più fredde, dove c'è assolutamente bisogno di calore umano per sopravvivere. Rispetto a "In the mood for love" il film è più passionale ed erotico, più frammentato ma altrettanto struggente e visivamente stupendo. Splendido il cast, con una concentrazione di attrici da brivido. E meravigliose, come sempre, l'elegante e coloratissima fotografia di Christopher Doyle (coadiuvato da Kwan Pung-Leung) e la suggestiva colonna sonora di Shigeru Umebayashi (integrata con brani come "Casta diva", associata a Faye Wong, e "Siboney", associata a Zhang Ziyi).

17 ottobre 2010

Resident Evil: Afterlife (Paul W.S. Anderson, 2010)

Resident Evil: Afterlife (id.)
di Paul W.S. Anderson – GB/USA/Germania 2010
con Milla Jovovich, Ali Larter
**

Visto al cinema Uci Bicocca (in 3D).

Ebbene sì, sono andato al cinema per guardarlo in 3D, pur avendo espresso più volte le mie perplessità verso questo tipo di tecnologia. Ma l'opportunità di ammirare per una volta Milla in tre dimensioni ha avuto la meglio su ogni altra considerazione! Il quarto episodio della serie, che segna il ritorno di Paul W. S. Anderson alla regia, comincia con una bella scena ambientata a Tokyo – per la precisione al celebre incrocio di Shibuya – in cui Alice e i suoi cloni irrompono nel quartier generale giapponese della malvagia Umbrella Corporation, al termine della quale la nostra protagonista perde i suoi poteri e torna a essere una donna normale: e questo restituisce alla serie un po' di quel fascino da zombie movie classico che si era perduto dopo il primo film. Successivamente, partita in cerca di Arcadia (il misterioso luogo dove si sarebbero rifiugiati gli ultimi sopravvissuti rimasti sulla faccia della terra), Alice si ritrova bloccata in una prigione di Los Angeles insieme a una smemorata Claire Redfield, circondata dalle solite orde di non-morti. Con l'aiuto di un gruppo di pochi compagni (fra cui il fratello di Claire, Chris), riuscirà a venirne fuori e scoprirà che Arcadia non è una città ma una nave che si mantiene al largo della costa; e soprattutto che al suo interno la attendono altre sorprese, non tutte piacevoli. Come i precedenti, il film termina all'improvviso con un cliffhanger che annuncia un ulteriore sequel: finirà mai questa serie? A livello di contenuti la ricetta non cambia, e la pellicola – che si rivolge evidentemente a un pubblico di soli fan – aggiunge ben poco al genere, seguendo con fedeltà le regole del totomorti e presentando personaggi minori caratterizzati appena quanto basta per distinguerli l'uno dall'altro, scene d'azione prese dal videogioco, effetti speciali alla "Matrix", citazioni da Carpenter e dialoghi di basso livello: ma è inutile lamentarsi, in fondo il film non prometteva più di quanto non mantenga, e poi Milla è sempre bellissima (in particolare nella scena iniziale con i cloni, dove appare anche in versione multipla) e i due scontri con il malvagio boss della Umbrella, Wesker (il cui interprete è cambiato dal terzo film), non sono da buttare via. Come già in parte negli episodi precedenti, la stessa Milla ha contribuito a disegnare i propri costumi. Il 3D, nel complesso, è poca cosa e si rivela sostanzialmente inutile.

16 ottobre 2010

Resident Evil: Extinction (R. Mulcahy, 2007)

Resident Evil: Extinction (id.)
di Russell Mulcahy – GB/USA/Ger/Fra/Aus 2007
con Milla Jovovich, Oded Fehr
**

Visto in DVD.

Sono passati alcuni anni dalla conclusione del secondo episodio. La Umbrella Corporation non è riuscita a fermare il diffondersi del virus, che ha contagiato il mondo intero (e da questo film si comincia a parlare di città reali come Las Vegas, non più fittizie come Raccoon City). A parte piccoli gruppi di superstiti che si spostano in continuazione per evitare i non-morti, e i dipendenti della stessa Umbrella che vivono rifugiati in complessi sotterranei, la superficie del pianeta è ormai invasa dagli zombie e ridotta a un deserto: il che dona a questo episodio, ambientato nel midwest americano fra lo Utah e il Nevada, un'accattivante atmosfera alla "Mad Max". Alice, dotata ora anche di poteri psionici, aiuta il convoglio di Claire Redfield a partire in direzione dell'Alaska, dove – se si presta fede ad alcune trasmissioni radiofoniche – si troverebbe un rifugio in cui l'epidemia non è ancora arrivata. E nel frattempo scopre che il dottor Isaacs (Iain Glen), uno degli scienziati della Umbrella, ha clonato il suo corpo per proseguire gli esperimenti su di lei. Isaacs, che sta anche tentando di "addomesticare" i non-morti, entrerà in conflitto con il presidente della Umbrella, Wesker, e subirà una mutazione trasformandosi a sua volta in un mostro. Ma Alice lo eliminerà con l'aiuto dei propri cloni. Mentre Paul W.S. Anderson continua a sceneggiare, l'inesperto Alexander Witt di "Resident Evil: Apocalypse" viene sostituito alla regia dal veterano Russel Mulcahy (uno che passerà alla storia per un unico film, "Highlander") e in effetti la situazione migliora. Se la parte centrale nel deserto è piuttosto ordinaria, va apprezzato almeno il tentativo di cambiare radicalmente ambientazione rispetto agli episodi precedenti. Le cose migliori sono comunque l'incipit (che recupera scenografie e costumi dal primo film) e lo scontro conclusivo nel laboratorio sotterraneo. Non mancano comunque molti luoghi comuni del genere, compreso il personaggio che viene morso dai non-morti e non lo dice agli altri fino a quando non è troppo tardi. In più, oltre ai soliti cani-zombie (presenti in tutte le pellicole della serie), i nostri eroi devono vedersela anche con minacciosi corvi contagiati dal virus, che ricordano "Gli uccelli" di Hitchcock. Da "Apocalypse" ritornano – ma durano poco – i personaggi di Olivera e L.J., mentre nulla ci viene detto del destino di Jill Valentine e di Angela. Milla, tosta e bellissima, ruba comunque la scena a tutti.

15 ottobre 2010

Resident Evil: Apocalypse (A. Witt, 2004)

Resident Evil: Apocalypse (id.)
di Alexander Witt – GB/Ger/Fra/Can 2004
con Milla Jovovich, Sienna Guillory
*

Rivisto in DVD.

Il virus T, che trasforma gli esseri umani in non-morti, è fuoriuscito dal laboratorio segreto della Umbrella Corporation e l'infezione ha raggiunto Raccoon City, le cui strade sono ora invase dagli zombie (termine, quest'ultimo, che peraltro non viene mai usato nel corso dell'intera franchise). Dopo aver tentato un'inutile evacuazione, la corrotta multinazionale mette in quarantena l'intera metropoli, sigillandone il perimetro e rinchiudendo al suo interno anche i sopravvissuti. Per uscire dalla città prima che venga "nuclearizzata", Alice (che nel frattempo è stata geneticamente modificata dal virus, acquisendo una super forza) e un gruppo di compagni improvvisati (fra i quali la poliziotta dei reparti speciali Jill Valentine, il mercenario Carlos Olivera e il ladruncolo L.J.) devono rintracciare Angela, la giovane figlia del creatore del virus, che in cambio ha garantito loro una via di fuga: ma la situazione è resa più complicata da Nemesis, mostruosa creatura nata da un esperimento segreto, che la Umbrella ha scatenato nelle strade allo scopo di testarne le potenzialità belliche. Se il primo episodio della serie era carino, il secondo – dall'ambientazione meno asettica e più "sporca" – è un vero disastro. La pessima regia di Witt (direttore della fotografia alla sua prima – e finora unica – esperienza come regista) è confusa e senza idee, abusa di ralenti e di montaggi ad effetto, rendendo incomprensibili le scene d'azione; i personaggi non mostrano il minimo approfondimento (alcuni, come Jill Valentine, sono sostanzialmente inutili ai fini della trama e sembrano inseriti solo per ammiccare ai fan del videogioco, al quale probabilmente questo secondo film è più fedele); le situazioni e i dialoghi sono scontati, gratuiti o improbabili, e non offrono nulla che non si sia già visto in decine di film di questo tipo; in più non è nemmeno particolarmente divertente. Se non fosse per Milla, non ci sarebbe alcun motivo di guardarlo. Il titolo avrebbe dovuto essere "Resident Evil: Nemesis", ma è stato cambiato perché era appena uscito "Star Trek: Nemesis".

14 ottobre 2010

Resident Evil (Paul W.S. Anderson, 2002)

Resident Evil (id.)
di Paul W.S. Anderson – GB/Francia/Germania 2002
con Milla Jovovich, Michelle Rodriguez
**1/2

Rivisto in DVD.

Ispirato a una popolare collana di videogiochi, il film – vagamente carpenteriano e primo di una serie che a oggi conta quattro pellicole (ma altre sono già in programma) – aggiorna il filone dei classici zombie movie alla Romero con un'ambientazione moderna, asettica e fantascientifica, e ha contribuito a trasformare Milla – sexy e aggressiva come non mai – in un'icona del genere action/horror. A parte l'incipit nella sontuosa villa neoclassica in cui la protagonista si risveglia senza alcun ricordo del proprio passato (una tipica situazione da videogioco, appunto, come una nascita) e la bella inquadratura finale in cui si scopre che il contagio ha ormai invaso l'intera Raccoon City, quasi tutto il film è ambientato nelle stanze e nei corridoi di un complesso sotterraneo chiamato "l'Alveare", un sofisticato laboratorio di ricerca di proprietà della potente e corrotta Umbrella Corporation dove vengono sperimentate armi virali e batteriologiche. Proprio una di queste, il Virus T, in grado di trasformare gli esseri viventi in non-morti affamati di carne umana, ha contaminato l'intera struttura: e il computer centrale, la Regina Rossa (riferimenti ad "Alice nel paese delle meraviglie" sono sparsi un po' ovunque, a partire dal nome della protagonista), l'ha isolata dall'esterno per impedire che l'epidemia si diffonda. A una prima parte fredda e piena di tensione, con Alice e un gruppo di soldati che cercano di penetrare nell'Alveare per scoprire che cosa è successo e devono vedersela con il computer (una versione femminile dello HAL 9000 di "2001: Odissea nello spazio") e le trappole in stile "The cube" (come il laser che taglia a fettine) che questi ha disseminato attorno a sé, ne segue una seconda più concitata e ricca invece di azione, in cui i personaggi devono fuggire dall'assalto dei non-morti, fra i quali – oltre a uomini – ci sono anche animali (memorabile la scena in cui Alice lotta contro i cani: a proposito, Milla ha effettuato tutti gli stunt in prima persona, senza controfigure!) e mostri vari (il cosiddetto "licker"). Fra i comprimari si segnalano Michelle Rodriguez (la tosta soldatessa Rain, un classico personaggio "alla Vasquez"), Eric Mabius (Matt, attivista contro le multinazionali) e James Purefoy (Spence, il misterioso "marito" di Alice). Tranne che nella scena iniziale, in cui si sveglia nuda nella doccia, e in quella finale, in cui indossa soltanto un telo da ospedale, Milla veste per tutta la pellicola un costume molto essenziale, che comprende stivaletti neri e un leggero abito da sera rosso. Il regista Paul W.S. Anderson – che aveva già sfornato l'adattamento cinematografico di un videogioco con "Mortal kombat" – si limiterà a scrivere e a produrre il secondo e il terzo film della serie ("Resident Evil: Apocalypse" e "Resident Evil: Extinction"), tornando dietro la macchina da presa soltanto con il quarto episodio ("Resident Evil: Afterlife"). Nel frattempo è diventato il fortunato marito di Milla, nonché il padre di sua figlia Ever (il cui padrino è Wim Wenders!).

13 ottobre 2010

Miracolo a Sant'Anna (Spike Lee, 2008)

Miracolo a Sant'Anna (Miracle at St. Anna)
di Spike Lee – USA/Italia 2008
con Derek Luke, Michael Ealy
**

Visto in DVD, con Martin.

Nel 1944, durante la Seconda Guerra Mondiale, quattro soldati di colore appartenenti alla 92a divisione "Buffalo" (un'unità formata da soli neri) rimangono isolati dietro le linee tedesche e si rifugiano in un paesino montuoso della Toscana, con l'incarico di fare prigioniero un soldato nemico. La loro storia si intreccia con quella della strage di Sant'Anna di Stazzema, il massacro in cui i nazisti uccisero oltre cinquecento civili – compresi donne, vecchi e bambini – accusati di collaborare con i partigiani. Non è certo un film perfetto, quello di Lee: troppo lungo e pasticciato, schematico nell'affrontare le questioni razziali e poco equilibrato nell'ondeggiare fra realismo bellico e favola metafisica, persino debitore di qualcosa al neorealismo italiano (il personaggio del bambino, unico sopravvissuto alla strage, sembra quasi uscire da un film di De Sica o – non so cosa è peggio – di Benigni). L'atmosfera non manca, la regia è più che buona e alcuni momenti sono interessanti (la suadente speaker nazista che cerca di seminare dubbi nei soldati afroamericani mentre questi attraversano il fiume; i sensi di colpa dei partigiani; la love story con la ragazza toscana, con una scena tanto assurda quanto intrigante di Valentina Cervi a seno scoperto mentre stende i panni), ma nel complesso i personaggi sono tagliati con l'accetta, gli stereotipi culturali abbondano e molti elementi sono accatastati senza fornire un vero valore aggiunto (il bambino che vede il fantasma del proprio amico ucciso; la testa della statua di marmo trafugata da uno dei soldati, che la considera un portafortuna; in generale il tema fantastico-religioso; per non parlare della "cornice" ambientata ai giorni nostri – in realtà negli anni ottanta – che appare posticcia e forzata). È evidente che a Lee, più che la strage (che infatti ha un peso marginale nella storia, a dispetto del titolo), interessa il ruolo dei soldati di colore durante la guerra: nonostante il razzismo cui erano soggetti (anche da parte del comandante bianco della divisione), il loro arruolamento in battaglioni regolari rappresentò per gli afroamericani un primo gradino per affrancarsi dalle discriminazioni dell'epoca. Si tratta di una tema ovviamente più congeniale al regista di quelli che può offrire un normale film bellico: prima della visione mi ero infatti chiesto perché mai si fosse impelagato a dirigere una pellicola di questo tipo. Fra gli attori italiani, tutti all'altezza, spiccano Pierfrancesco Favino, Sergio Albelli e Omero Antonutti, mentre Luigi Lo Cascio compare solo in due brevi sequenze (compreso il discutibile finale alle Bahamas) e di Valentina Cervi si è già detto. Assai stupide le polemiche sorte in Italia sulla mancanza di verosimiglianza storica, che ha portato all'inserimento di un disclaimer introduttivo per esplicitare l'ovvio (ossia che si tratta di un film di finzione e non di un documentario). A dare fastidio è stato il fatto che l'eccidio di Sant'Anna venga presentato come una rappresaglia e non un atto premeditato, la risposta tedesca a un attacco dei partigiani (secondo il criterio ordinato da Hitler: dieci civili uccisi per ogni soldato tedesco morto), come se questo rendesse il crimine dei nazisti meno grave o più giustificato. Ma forse non è piaciuto che Spike Lee abbia mostrato che esistevano anche tedeschi "buoni" e partigiani "cattivi" (uno dei quali è addirittura un traditore), il che accomuna il film – pretestuose accuse di revisionismo comprese – a "Black Book" di Verhoeven.

11 ottobre 2010

Quarto potere (Orson Welles, 1941)

Quarto potere (Citizen Kane)
di Orson Welles – USA 1941
con Orson Welles, Joseph Cotten
****

Rivisto in DVD, con Rachele, Ilaria e Paola.

Alla scomparsa del magnate della stampa Charles Foster Kane, uomo ricco e potente che dalla propria vita ha avuto tutto e niente (modellato da Welles su William Randolph Hearst, che per questo motivo cercò in tutti i modi di boicottare l'uscita del film), un giornalista (William Alland) si interroga sul significato dell'ultima parola da lui pronunciata prima di morire nella sua immensa e sontuosa residenza di Xanadu: "Rosabella" (in originale, "Rosebud"). Nel corso delle sue indagini, il reporter intervisterà numerose persone che hanno conosciuto Kane, amandolo od odiandolo: la sua seconda moglie Susan Alexander (Dorothy Comingore), ex cantante d'opera fallita e alcolizzata; il suo braccio destro Bernstein (Everett Sloane), l'unico che gli è rimasto fedele; Jed Leland (Joseph Cotten), un tempo il suo migliore amico e ora in una casa di riposo; il maggiordomo di Xanadu, Raymond (Paul Stewart); in più consulterà le memorie del tutore di Kane da ragazzo, il defunto banchiere Thatcher (George Coulouris), che gli riveleranno informazioni sul suo passato e la sua famiglia. Ma l'insieme – complesso e contraddittorio – delle testimonianze e dei dettagli raccolti non gli permetterà di risolvere il rompicapo di "Rosebud", che invece Welles svelerà ai suoi spettatori soltanto nell'ultima inquadratura della pellicola: ciò che Kane rimpiangeva, giunto solo e infelice alla fine dei suoi giorni, era la felicità perduta della propria fanciullezza, quando non era altro che un bambino povero che giocava con una slitta sulla neve.

Forse non sarà il film più bello di tutti i tempi, come risulta dalla maggior parte dei sondaggi effettuati fra i critici cinematografici, ma sicuramente è uno dei più importanti: personalmente lo considero fra le tre pellicole che hanno maggiormente cambiato il linguaggio del cinema e fatto evolvere l'industria della settima arte, dividendone la storia – come uno spartiacque – in un prima e un dopo (le altre due sono naturalmente "Nascita di una nazione", 1915, e "Guerre stellari", 1977). A causa delle sue molteplici innovazioni, si tratta probabilmente anche della pellicola su cui sono stati scritti più saggi critici in assoluto, che ne sviscerano in ogni modo la tecnica (la fotografia di Gregg Toland, che consente di mettere a fuoco contemporaneamente gli elementi in primo piano e quelli sullo sfondo; le riprese dal basso, che mostrano il soffitto degli ambienti, una soluzione fino ad allora evitata perché si girava in teatri di posa; gli arditi movimenti di macchina, come quelli che dall'esterno entrano nel locale di Susan passando per il lucernario), la forma (la struttura a flashback, non lineare e antinarrativa; l'inserimento del finto cinegiornale all'inizio, che dona a tutto il film un'atmosfera da documentario; le scenografie barocche, con conseguente complessità visiva; l'utilizzo inedito degli effetti speciali; l'ampio ricorso al trucco, con l'invecchiamento di quasi tutti i personaggi principali) e i contenuti (la "dissezione" del protagonista, o meglio della figura centrale del film, mostrata da molteplici punti di vista che talvolta ricordano uno stesso episodio in maniera diversa; la personalità enigmatica di Kane, narcisista e ambizioso ma anche liberale e difensore degli oppressi, accusato di essere fascista o comunista a seconda dei casi ma indubbiamente un uomo grandioso, eccessivo e pienamente "americano", come lui stesso si definisce; la fusione della sua vicenda personale con gli ultimi decenni della storia degli Stati Uniti, dalla guerra di Cuba alla grande depressione; e naturalmente la denuncia del potere dei mass media, in grado di manipolare l'opinione pubblica, di influenzare le carriere politiche nel bene o nel male e persino di scatenare conflitti bellici, come nel caso della guerra ispano-americana che lo stesso Hearst/Kane fu accusato di aver istigato: un aspetto, questo, messo in particolare risalto dal titolo italiano del film, che indica nel controllo dei media il "quarto potere" dopo quello legislativo, giudiziario ed esecutivo – argomento quanto mai d'attualità!), per non parlare delle vicissitudini produttive, a loro volta così tormentate e leggendarie da essere state narrate in molti altri film e documentari.

Il giovane e talentuoso Welles aveva infatti solo 25 anni (!) quando ha realizzato "Quarto potere", ma si era già conquistato una certa notorietà per le sue produzioni teatrali (dal Mercury Theatre da lui gestito proviene la maggior parte degli attori del film, molti dei quali al loro debutto cinematografico, come Joseph Cotten, Agnes Moorehead, Everett Sloane, Ray Collins, George Coulouris) e radiofoniche (celebre il caso de "La guerra dei mondi" che aveva terrorizzato gli ascoltatori, facendo credere che fosse davvero in atto un'invasione aliena), al punto da ottenere dalla RKO un contratto mai visto prima, con il diritto di sviluppare a sua completa discrezione il soggetto e la sceneggiatura, e persino il privilegio del final cut. Nonostante il successo di critica, il film incassò poco al box office – anche a causa del boicottaggio da parte di Hearst – e cadde quasi subito nel dimenticatoio: e Welles perse il proprio credito presso i produttori della RKO, che interferirono notevolmente nel successivo "L'orgoglio degli Amberson". La rivalutazione della pellicola comincia a partire dagli anni cinquanta, grazie ai critici francesi della Nouvelle Vague, e oggi – come detto – è tradizionalmente considerato "il più grande film di sempre". Per chi avesse qualche dubbio, sono innumerevoli le immagini, le sequenze, le frasi e i momenti entrati nell'immaginario collettivo (a partire dal meraviglioso incipit, con la morte di Kane mentre regge in mano la palla di vetro), così come gli spunti, le atmosfere e i concetti riutilizzati o citati in seguito da mille altri registi. Alcune curiosità: la sceneggiatura (che valse al film il suo unico premio Oscar) è stata scritta da Welles insieme a Herman J. Mankiewicz, fratello minore di Joseph L. Mankiewicz, a sua volta grande regista e sceneggiatore; la colonna sonora di Bernard Herrmann (anche lui all'esordio come compositore per il cinema e destinato a una grande carriera), considerata molto innovativa per come fonde la musica con le immagini, è stata in gran parte sostituita nell'edizione italiana da brani di musica classica.

9 ottobre 2010

Il nome della rosa (J.J. Annaud, 1986)

Il nome della rosa (Der Name der Rose)
di Jean-Jacques Annaud – Germania/Francia/Italia 1986
con Sean Connery, Christian Slater
**1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni e Rachele.

Nel quattordicesimo secolo, ospiti in un isolato monastero benedettino fra le montagne dell'Italia settentrionale, il monaco francescano Guglielmo da Baskerville e il suo novizio Adso da Melk indagano su una serie di morti inspiegabili che potrebbero essere legate a un misterioso testo in greco, nascosto nell'enorme e labirintica biblioteca dell'abbazia. Nell'adattare il fortunato romanzo di Umberto Eco – colmo di dettagli storici, rimandi intertestuali e riferimenti postmoderni, semiotici ed ermeneutici – Annaud sceglie di "volare basso", elimina gran parte delle complessità e delle divagazioni filosofiche, spettacolarizza la vicenda e dà maggior spazio alla trama gialla, evidenziando ulteriormente come il protagonista Guglielmo sia modellato su Sherlock Holmes (lo suggerivano già numerosi indizi, a partire da quel "Baskerville"; il nome, invece, rimanda a Guglielmo da Occam), indagatore razionale, colto e intelligente, la cui fede nell'osservazione e nella logica lo contrappone al fanatismo dell'inquisizione e alle superstizioni degli altri monaci. La vicenda è immersa in un medioevo cupo e disperato, dove povertà e indigenza regnano sovrane e la religione sembra incapace di offrire conforto, anzi è causa essa stessa di tensioni, divisioni e ingiustizie. In un tale scenario, persino la cultura e l'amore devono soccombere. Pur non restituendo la stessa soddisfazione intellettuale che la lettura del libro di Eco forniva, il film è un piacevole thriller che forse andrebbe rivalutato (quando lo vidi la prima volta non mi era affatto piaciuto) e che si lascia apprezzare soprattutto per l'ambientazione storica e l'atmosfera opprimente. Ottima, in ogni caso, la prova del gigione Connery; un po' meno quella dei principali comprimari (Slater, al suo esordio, sembra dotato di una sola espressione; e anche F. Murray Abraham, nei panni dell'inquisitore Bernardo Gui, non brilla più di tanto). Indimenticabili invece i personaggi secondari, una galleria di volti grotteschi e caricaturali fra i quali spiccano Michael Habeck (Berengario), Volker Prechtel (Malachia) e Feodor Chaliapin jr. (il cieco Jorge, personaggio ispirato a Jorge Luis Borges). Michael Lonsdale è l'abate, Ron Perlman è il gobbo Salvatore, mentre Valentina Vargas è la ragazza semiselvaggia e senza nome che si concede ad Adso in una scena di sesso forse sopra le righe (durante la quale, per ottenere dal giovane Slater una recitazione più "autentica", il regista non gli aveva spiegato cosa sarebbe accaduto!).

7 ottobre 2010

Clockers (Spike Lee, 1995)

Clockers (id.)
di Spike Lee – USA 1995
con Mekhi Phifer, Harvey Keitel
***

Visto in DVD, con Martin.

I clockers sono i piccoli spacciatori di droga che trascorrono il loro tempo seduti sulle panchine dei parchi pubblici in attesa di clienti. La giovane testa calda Ronny "Strike", che non ha mai lasciato il proprio quartiere, è uno di loro: il detective Rocco Klein della squadra omicidi sospetta proprio di lui quando si trova a indagare su uno dei tanti episodi violenti che bagnano di sangue le strade di Brooklyn, l'omicidio di uno spacciatore rivale, benché ad autoaccusarsi del delitto sia invece Victor, fratello maggiore di Ronny e apparentemente un uomo con la testa a posto. L'incapacità di Klein di comprendere la cultura in cui vive Ronny (fatta di vita di strada, droga e violenza), unita ai dubbi e al disagio esistenziale dello stesso ragazzo (con il malessere mentale che va di pari passo e si esplicita in un malessere fisico che lo tormenta per tutta la pellicola), darà vita a una catena di sospetti, vendette e tragedie. Forse il miglior film di Spike Lee, e di certo uno dei suoi lavori più complessi e ispirati, questa drammatica pellicola urbana mette in scena un mondo dove la violenza e i rapporti umani formano una rete talmente intricata da rendere confuse e superate le banali divisioni fra buoni e cattivi, bianchi e neri, razzisti e tolleranti, insomma quel manicheismo e quella retorica che avrebbero potuto affossare la storia. Inizialmente avrebbe dovuto dirigerlo Martin Scorsese (che comunque figura come produttore) e il protagonista doveva essere il detective Klein: quando il progetto è passato a Spike Lee, questi ha deciso di cambiare il punto di vista della vicenda e di scegliere Ronny come personaggio centrale, evidenziandone al massimo gli impossibili sogni di fuga (vedi la metafora dei trenini giocattolo), le illusioni di ricchezza e riscatto, i problemi di coscienza e la crisi d'identità che lo porta a mettere in discussione persino i propri rapporti familiari (che si tratti di veri parenti, come la madre e il fratello Victor, o di surrogati, come il boss Rodney per il quale spaccia droga – una sorta di secondo padre – o il piccolo Tyrone, verso il quale agisce come un fratello maggiore). Straordinaria la fotografia di Malik Hassan Sayeed, dai colori accesi sgargianti e dalle atmosfere iperreali e visionarie. Nel cast anche John Turturro e Delroy Lindo.

4 ottobre 2010

Inception (Christopher Nolan, 2010)

Inception (id.)
di Christopher Nolan – USA 2010
con Leonardo DiCaprio, Ken Watanabe
***

Visto al Medusa Multisala di Rozzano, con Martin, Eliana e Gabriele.

Il tormentato Dom Cobb (DiCaprio) lavora come spia industriale grazie a un fenomenale apparecchio che consente a lui e ai suoi complici di entrare nella mente delle persone mentre dormono, muovendosi in un "sogno condiviso" ed estraendo dal loro subconscio le informazioni desiderate. Ma il potente uomo d'affari Saito (Ken Watanabe) lo assume per portare a termine un incarico ben più difficile: effettuare un "innesto", ovvero impiantare un'idea nella testa di un suo concorrente, facendogli credere che sia invece sorta in modo spontaneo. La vittima designata è Robert Fischer (Cillian Murphy), erede di un potente impero finanziario, che Saito vuole spingere a dividere il gruppo dopo la morte del padre. Della squadra che parte per la missione, oltre a Cobb e allo stesso Saito, fanno parte la giovane Ariadne (Ellen Page) in qualità di architetto dei sogni (ovvero costruttrice di labirinti: nomen omen); Arthur (Joseph Gordon-Levitt), socio e collaboratore di Cobb; il falsario e imitatore Eames (Tom Hardy); e il chimico Yusuf (Dileep Rao). La missione è resa ancora più difficile, oltre che dalla sua complessità (tre livelli di sogni, ciascuno contenuto dentro un altro) e dalle bellicose difese del subconscio di Robert, anche dalle interferenze di Mal (Marion Cotillard), "ombra" della defunta moglie di Cobb e creata dai suoi sensi di colpa (un elemento, questo, che accomuna il personaggio a quello che lo stesso DiCaprio aveva interpretato in "Shutter Island" di Martin Scorsese).

Realizzato dopo una lunga gestazione (il progetto risaliva a dieci anni prima, e pare che sia stato ispirato al regista dalla lettura di alcuni racconti di J. L. Borges), il film è assai complesso e stratificato ma per fortuna non risulta mai confuso: la straordinaria abilità di narratore di Nolan fa sì che lo spettatore abbia sempre ben chiara la situazione, evitando l'impressione di trovarsi di fronte a qualcosa di eccessivamente illogico o assurdo. Come ha scritto Iosif, "dei film che mostrano e abitano i sogni è forse il meno onirico": una volta accettate le regole del gioco (la cosiddetta sospensione dell'incredulità), la storia si muove su binari solidi e coerenti. Anche per questo motivo, e perché si tratta fondamentalmente di un thriller di spionaggio (seppure sui generis), è inutile fare paragoni con pellicole più visionarie o psicanalitiche come "Se mi lasci ti cancello", "L'arte del sogno", "Paprika" o "Surviving life", che trattano parimenti il tema del viaggio nei sogni o nel subconscio. Non per nulla qui è fondamentale il ruolo dell'architetto, che deve costruire un ambiente il più realistico possibile per ingannare la vittima e non fargli capire di trovarsi in un sogno. Proprio come deve essere un ottimo thriller, la pellicola cattura l'interesse dello spettatore dall'inizio alla fine senza concedere un attimo di tregua, anche se forse non emoziona fino in fondo: proprio l'eccessivo rigore della messa in scena e la solidità dell'impalcatura finiscono per limitare il coinvolgimento emotivo. Si ammira la maestria di Nolan nel gestire un soggetto intricato e ricco di "scatole cinesi", ma il film non ci dice veramente nulla di interessante sul tema dei ricordi o dei sogni.

Naturalmente è da sottolineare l'evidente parallelo fra il funzionamento del mondo dei sogni e il linguaggio del cinema: grazie al montaggio, infatti, anche in un film – proprio come in un sogno – i personaggi possono ritrovarsi di colpo in un ambiente diverso senza che venga mostrato come ci siano arrivati, oppure il tempo può scorrere in maniera alterata o non lineare. Anche per questo motivo è quasi inutile chiedersi se l'intera vicenda narrata in "Inception" sia soltanto un sogno del protagonista (come suggerirebbero alcuni dettagli) o no. In fondo quello che conta è il livello più "esterno" della narrazione: che questo sia un sogno o una sceneggiatura scritta da Nolan, per lo spettatore che differenza fa? Un particolare lascerebbe comunque pensare che alla fine Cobb si ritrovi effettivamente nella "realtà": riesce infatti a vedere finalmente in volto i propri figli, mentre è tipico dei sogni non riuscire mai a portare a termine un'azione anche molto semplice (e infatti, tutte le volte che i figli comparivano durante le sue missioni, il subconscio gli impediva di vederli in volto). Nel ricco cast ci sono parti anche per Pete Postlethwaite (il vecchio Fischer, padre di Robert); Michael Caine (il suocero e mentore di Cobb) e Tom Berenger (Peter Browning, il padrino di Robert e socio di suo padre). Curiosa la scelta di utilizzare la canzone "Non, je ne regrette rien" per il conto alla rovescia prima del risveglio, visto che la Cotillard aveva da poco interpretato proprio un biopic su Edith Piaf. Fra i mille spunti inseriti nel film (persino citazioni da Kubrick – la stanza con il letto del padre di Robert ricorda il finale di "2001" – e da Welles – la girandola in cassaforte è come la slitta di "Quarto potere"), non mancano le paradossali scale di Penrose rese celebri dai dipinti di M. C. Escher: a proposito, nel realizzare la colonna sonora il compositore Hans Zimmer si è sarebbe ispirato, per sua ammissione, proprio al libro di Douglas Hofstadter "Gödel, Escher, Bach".

3 ottobre 2010

Conan il barbaro (John Milius, 1982)

Conan il barbaro (Conan the barbarian)
di John Milius – USA 1982
con Arnold Schwarzenegger, James Earl Jones
**

Rivisto in DVD, con Monica, Andrea ed Elena.

Conan il cimmero, personaggio creato dallo scrittore Robert E. Howard e reso popolare dalle illustrazioni di Frank Frazetta (oltre che dalla serie a fumetti Marvel scritta da Roy Thomas e disegnata da Barry Windsor-Smith e John Buscema), è il character simbolo per eccellenza del genere heroic fantasy, filone narrativo a base di spade e stregoneria, che molta influenza ha avuto anche nello sviluppo dei giochi di ruolo alla "Dungeons & Dragons". Il film che lo ha portato per la prima volta sullo schermo, sceneggiato dallo stesso Milius insieme a Oliver Stone, è anche quello che ha dato per la prima volta ampia notorietà al muscolosissimo Arnold Schwarzenegger, fino ad allora conosciuto soltanto per la sua attività di bodybuilder (pur avendo già recitato in qualche film di scarso successo). La citazione introduttiva di Nietzsche ("Quello che non ci uccide ci rende più forti") mette subito in chiaro qual è la filosofia del personaggio, peraltro ribadita dopo pochi minuti di pellicola ("Qual è il meglio della vita?" – "Schiacciare i nemici, inseguirli mentre fuggono, e ascoltare i lamenti delle femmine"). Conan, che proviene da una tribù di barbari del Nord e che vive le sue avventure in un mondo primordiale e fantastico, deve vedersela con lo stregone Thulsa Doom, che ha dato vita a un terribile culto del serpente. Nel cast, caratterizzato dalla presenza di numerosi attori con poca esperienza (Gerry Lopez, che interpreta il ladro Subotai, era un surfista; Sandahl Bergman, la guerriera Valeria, una danzatrice), c'è una breve parte anche per il veterano Max von Sydow nei panni del sovrano che incarica Conan di liberare la propria figlia, una principessa irretita dal perfido mago. Il barbaro accetterà di buon grado di portare a termine questo compito, anche perché proprio Thulsa Doom è colui che ha ucciso i suoi genitori. Il film dunque racconta le origini del personaggio, che erano assenti dai racconti di Howard, ma accenna anche alla sua futura grandezza: Conan è infatti destinato a diventare addirittura un re. Rivisto oggi, il film colpisce in negativo per i molti cliché e per la sua mancanza di ritmo: più che dalle parti dei blockbuster d'azione, siamo da quelle dei peplum storici o mitologici. I numerosi luoghi comuni sono comunque scusabili, visto che è nella natura stessa delle storie di Conan farvi ricorso a piene mani. Degna di nota la colonna sonora, sinfonica e corale, di Basil Poledouris. La pellicola ha avuto un sequel nel 1984, "Conan il distruttore", meno ambizioso e più leggero: nel 2011, invece, dovrebbe arrivare un remake.