31 luglio 2010

Tropic thunder (Ben Stiller, 2008)

Tropic thunder (id.)
di Ben Stiller – USA 2008
con Ben Stiller, Robert Downey jr.
**

Visto in DVD, con Marisa e Monica.

Un gruppo di attori hollywoodiani sta girando un costosissimo film sulla Guerra del Vietnam, ma i loro continui capricci mettono a repentaglio il piano di lavorazione ("dopo cinque giorni siamo già in ritardo di un mese!"). Incapace di tenerne sotto controllo gli atteggiamenti da prime donne, e messo sotto pressione dalla furia dell'irascibile produttore, l'inesperto e frustrato regista decide – dietro suggerimento del veterano di guerra sulle cui memorie si basa la sceneggiatura – di portarli a recitare nella vera giungla, lontano dal set. Qui, sperduti nel "triangolo d'oro", se la dovranno però vedere con autentici guerriglieri e trafficanti di droga. La vera satirica e parodistica di Stiller si scatena stavolta contro l'industria del cinema di cui lui stesso fa parte: un bersaglio facile ma che offre l'occasione per gag divertenti se si sta al gioco. La parte migliore, comunque, è all'inizio, con i falsi trailer dei film che presentano i personaggi illustrando, a beneficio dello spettatore, i "tipi" di attore hollywoodiano interpretati rispettivamente da Ben Stiller, Jack Black e Robert Downey jr.: l'eroe di film d'azione sempre uguali (che cerca di salvare la propria carriera e di battere nuove strade perché ormai sulla via del tramonto), il protagonista di commedie demenziali e volgari per famiglie (naturalmente cocainomane) e l'interprete "impegnato" e multipremiato (che impiega mesi per "entrare" nel personaggio, facendo di tutto – in questo caso, addirittura scurendosi chirurgicamente la pigmentazione – per immedesimarsi, e non uscendone "fino a quando non sono stati girati gli extra del dvd"). Da sottolineare anche "Simple Jack", l'impresentabile parodia di "Forrest Gump" nella quale Stiller recita la parte di un ritardato mentale. Se Downey jr. è sicuramente il migliore del lotto, nel resto del cast (che comprende anche Nick Nolte, Steve Coogan e Matthew McConaughey) sorprende un irriconoscibile Tom Cruise che interpreta il produttore Les Grossman con protesi e finta calvizie. La scena in cui gli effetti speciali di una grande esplosione vengono sprecati, perché le cariche sono state azionate quando la macchina da presa non stava girando, potrebbe essere un omaggio alla sequenza iniziale di "Hollywood party" con Peter Sellers (peraltro citato a un certo punto, insieme a molti altri attori celebri).

30 luglio 2010

Il bacio nudo (Samuel Fuller, 1964)

Il bacio nudo (The naked kiss)
di Samuel Fuller – USA 1964
con Constance Towers, Anthony Eisley
**1/2

Visto in DVD.

La prostituta Kelly, che due anni prima si era ribellata al suo protettore (memorabile e di grande effetto la sequenza d'apertura, vista in doppia soggettiva, in cui la donna – calva e senza parrucca – infierisce sull'uomo sulle note del jazz di Charlie Parker), giunge a Grantville, una tranquilla cittadina di provincia. Dapprima intenzionata a vendere la propria "mercanzia" (il suo primo cliente è il "duro" Griff, il capo della polizia), decide in seguito di cambiare vita: comincia a lavorare come infermiera in un ospedale pediatrico per bambini e riesce anche a conquistare l'amore del giovane magnate e filantropo locale, Grant (Michael Dante), che le chiede di sposarlo. Anche questi, però, ha un lato oscuro e perverso: è infatti un pedofilo, che spera di trovare complicità e comprensione in una donna dal torbido passato. Kelly invece lo uccide: ma saprà spiegare le proprie ragioni agli occhi della comunità? Innestando sul classico canovaccio della donna perduta e in cerca di redenzione un plot twist dai risvolti socio-psicologici e anticonformisti, Fuller realizza un melodramma noir che, per l'epoca e per il codice Hays allora in vigore, non va certo per il sottile. Pur trattandosi essenzialmente di un film a basso budget e senza nomi di richiamo (la Towers, che domina la pellicola, era più nota per la sua carriera teatrale e televisiva che per quella cinematografica), è efficace nel mettere in scena le dinamiche del peccato e della redenzione, grazie anche a una buona fotografia in bianco e nero e a un montaggio disinvolto. Nel cinema di Grantville si proietta "Il corridoio della paura" dello stesso Fuller, mentre tanto Kelly quanto Grant sembrano avere una passione per l'Europa (la musica di Beethoven, la poesia di Goethe, i canali di Venezia). Un po' stucchevole, invece, la lunga sequenza con il canto dei bambini, benché funzionale allo sviluppo della storia. In Italia il film è noto anche con il titolo "Il bacio perverso".

28 luglio 2010

Vivere (Akira Kurosawa, 1952)

Vivere (Ikiru)
di Akira Kurosawa – Giappone 1952
con Takashi Shimura, Miki Odagiri
***1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Probabilmente il capolavoro della produzione umanista e neorealista di Kurosawa, "Vivere" affronta temi individuali (la paura della morte, l'importanza di vivere pienamente la propria vita) e sociali (l'inefficienza e la desensibilizzazione della burocrazia, l'ipocrisia della politica) senza scivolare – o almeno non troppo – nella retorica o nel patetismo. Il film si apre in maniera insolita: sullo schermo viene mostrata la lastra di una radiografia, mentre una voce fuori campo ci informa che "l'eroe di questa storia" ha un tumore ai polmoni e gli restano pochi mesi di vita. Il protagonista, Kenji Watanabe (interpretato da un espressivo Takashi Shimura) è un anziano funzionario comunale, direttore dell'ufficio richieste, abituato da anni – come tutti i suoi colleghi, peraltro – a "perdere tempo" invece che lavorare, facendo rimbalzare le domande dei cittadini da uno sportello all'altro, senza mai prendere alcuna iniziativa per risolvere davvero i loro problemi. Lavora da trent'anni nello stesso ufficio, senza un giorno di assenza (perché, come recita la barzelletta, "altrimenti si accorgerebbero che possono benissimo fare a meno di me"). Vedovo, ha dedicato tutta la propria esistenza al figlio Mitsuo, che ora – sposato – farebbe volentieri a meno di lui e attende soltanto che vada in pensione per poter mettere le mani sulla sua liquidazione. Quando Watanabe si rende conto di avere ormai soltanto pochi mesi da vivere, la consapevolezza di aver sprecato la propria esistenza gli piomba addosso tutta d'un colpo: confuso e disperato, dapprima vaga per la città senza meta; poi si lascia convincere da uno scrittore a godersi alcune serate nei quartieri notturni di Tokyo; e infine accoglie il saggio suggerimento di una giovane impiegata: fare qualcosa di utile. Si prende dunque a cuore la richiesta di alcune donne, fino ad allora snobbate da tutti gli uffici competenti, e si prodiga perché un terreno paludoso e ricoperto da un malsano acquitrino venga bonificato e trasformato in un campo giochi per bambini. Molte sono le scelte di sceneggiatura non convenzionali, come quella di far morire il protagonista a due terzi del film e di dedicare gli ultimi 45 minuti alla sua veglia funebre, dove i colleghi si interrogano sui motivi del suo cambiamento, ricordano la tenacia con cui ha perseguito il progetto del giardino pubblico (non mollando mai la presa sui responsabili degli altri uffici e sul recalcitrante sindaco, che poi finirà invece con l'attribuirsi tutto il merito davanti ai giornalisti) e si ripromettono di seguire il suo esempio: ma la buona volontà dura ben poco, e la burocrazia inerte e passiva torna a prevalere. L'ultima scena, che mostra finalmente i bambini giocare nel campo voluto così ostinamente da Watanabe (e nel quale è addirittura andato a morire), suggerisce che forse un uomo non ha il potere di cambiare il mondo intero: ma almeno un pezzettino sì.

27 luglio 2010

Yankee (Tinto Brass, 1966)

Yankee
di Tinto Brass – Italia/Spagna 1966
con Philippe Leroy, Adolfo Celi
**

Visto in DVD, con Martin.

Curioso western all'italiana diretto da un Tinto Brass che all'epoca non si era ancora indirizzato verso il filone erotico che lo avrebbe poi reso famoso. Più che per i contenuti (la storia non è molto diversa da quella di mille altri spaghetti western, con un avventuriero senza nome – chiamato da tutti "Yankee" perché evidentemente americano – che giunge nel Nuovo Messico per sgominare la banda di un criminale sanguinario e megalomane, il grande Concho), il film si fa notare per la forma: la regia di Brass è espressionista e dinamica, con abbondanza di primissimi piani, angolature insolite e attenzione ai dettagli; la fotografia di Alfio Contini è colorata, surreale e quasi psichedelica, e gioca con la luce e con il fuoco. Da antologia le riprese controluce, come quella in cui il sole al tramonto forma riflessi circolari sull'obiettivo che pervadono l'intera inquadratura. Molto orecchiabile il tema musicale di Nini Rosso.

25 luglio 2010

Address unknown (Kim Ki-duk, 2001)

Address unknown (Suchwiin bulmyeong)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 2001
con Yang Dong-kun, Ban Min-jung
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Film duro e fra i migliori di Kim Ki-duk, racconta i traumi di una nazione attraverso le vicende di alcuni personaggi che abitano nei pressi di una base militare americana in Corea del Sud. Siamo in "un autunno degli anni settanta": la guerra con il Nord è terminata da anni ma continua a vivere nei ricordi di coloro che l'hanno combattuta, influenza le esistenze di chi è nato in seguito ed è perennemente rievocata proprio dalla presenza dei soldati americani, impegnati in continue esercitazioni di cui pochi percepiscono la vacua inutilità. Il giovane e robusto Chang-guk, figlio illegittimo di un soldato afroamericano e di una prostituta, non ha mai conosciuto il padre (da tempo ritornato nel proprio paese), lavora come assistente di un "macellaio di cani" (che acquista gli animali per poi ucciderli a bastonate e venderne la carne ai ristoranti) e abita in un vecchio autobus con la madre, la quale insiste nel continuare a scrivere al "marito" e si vede tornare indietro tutte le missive con l'indicazione "indirizzo sconosciuto". L'introversa studentessa Eun-ok, figlia di un soldato scomparso durante la guerra, è rimasta accecata a un occhio da bambina a causa del fratello e ha come unico compagno il suo cagnolino, al quale concede tutta sé stessa. Il timido e gentile Ji-hum lavora come assistente di un ritrattista, è innamorato a distanza di Eun-ok e ha un difficile rapporto con un padre che si vanta delle imprese compiute in battaglia, sognando una medaglia che gli è sempre stata negata. Come capita spesso nei film di Kim, i protagonisti sono vittime di disagi fisici e psicologici, di ferite interne ed esteriori, che trovano nella follia (Chang-guk), nella rassegnazione (Eun-ok) o nella vendetta (Ji-hum) la forza per ribellarsi al mondo violento che li circonda. "Sono come quelle lettere che non hanno trovato il loro destinatario", ha commentato il regista. "Chang-guk ha subito una violenza totale, Eun-ok ne ha subita una a metà e Ji-hum sarà capace di riprendersi, come un'erba cattiva". Anche i personaggi di contorno (il macellaio di cani, i due bulli che tormentano Ji-hum e violentano Eun-ok, il soldato americano alla ricerca di qualcosa – le droghe, l'amore di Eun-ok – che lo aiuti a superare l'alienazione e la nostalgia di casa) contribuiscono alla descrizione di un mondo disperato e pessimista, rendendo il film paragonabile per certi versi al capolavoro di Kim, "L'isola". In un panorama di desolazione e crudeltà (la natura perennemente spoglia, le violenze sui cani) fanno occasionalmente la loro comparsa squarci di dolce ironia (i protagonisti, come per solidarietà, sfoggiano a un certo punto tutti e tre una benda sull'occhio destro), di poesia surreale (il ritaglio sull'occhio di Eun-ok, che prefigura la "maschera" di "Time") e di umorismo grottesco (Chang-guk infilato a testa in giù nel terreno ricoperto da una nevicata). Non mancano naturalmente metafore sociali e politiche: Eun-ok, che può guarire dalla sua parziale cecità attraverso un'operazione nell'ospedale militare americano (in cambio della quale dovrà concedersi al giovane soldato), è forse un simbolo della Corea, dimezzata, che spera nell'aiuto degli Stati Uniti (ma cosa dovrà dare in cambio?) per tornare in possesso della sua "altra metà".

23 luglio 2010

Destino cieco (K. Kieslowski, 1981)

Destino cieco (Przypadek)
di Krzysztof Kieslowski – Polonia 1981
con Boguslaw Linda, Monika Gozdzik
**1/2

Visto in DVD con Martin, in originale con sottotitoli.

Il caso governa l'esistenza del giovane Witek, nato a Poznan durante la rivolta del 1956. A seconda che urti un ubriaco alla stazione o lo eviti, riuscendo così a prendere o meno il treno che dovrebbe riportarlo a Varsavia dopo la morte del padre, finirà col conoscere persone differenti e seguire percorsi di vita alternativi: diventerà un attivista politico e farà carriera all'interno del partito comunista; o collaborerà con un movimento di resistenza clandestina e si convertirà al cristianesimo; oppure ancora terminerà gli studi di medicina, sposerà una compagna di corso e si manterrà equidistante da ogni presa di posizione politica. Prima di "Sliding doors", "Smoking/No smoking" e "Lola corre", Kieslowki ha messo in scena l'idea che un evento insignificante possa cambiare completamente il corso della vita di un uomo, mostrandone tre differenti svolgimenti come nelle "storie a bivi" di disneyana memoria. Ma alla fine il destino incombe e porta comunque nella direzione che vuole lui. Anche se non si sfugge alla sensazione di trovarsi di fronte a un giochino intellettuale un po' fine a sé stesso e che esprime in fondo concetti non troppo profondi (per non parlare della nonchalance con la quale il protagonista intraprende strade completamente diverse l'una dall'altra, come se per sua natura fosse privo di convinzioni, ideologie o inclinazioni personali in grado di dirigerlo comunque in una determinata direzione), il film è interessante per il suo approccio "politico" e per la descrizione sfaccettata di un periodo turbolento della storia polacca (le ingerenze del partito comunista nella vita di tutti i giorni, le comunità giovanili che si organizzavano per far circolare idee libere e pubblicazioni non autorizzate, le pastoie burocratiche e di regime che controllavano l'attività di ogni cittadino). Non a caso, per problemi di censura, uscì nei cinema soltanto nel 1987. Formidabile l'incipit, quasi incomprensibile a una prima visione della pellicola, con una successione di brevi "flash" che riassumono in pochi minuti l'intero passato di Witek.

21 luglio 2010

Witness (Peter Weir, 1985)

Witness - Il testimone (Witness)
di Peter Weir – USA 1985
con Harrison Ford, Kelly McGillis
**1/2

Rivisto in DVD.

Il piccolo Samuel, membro di una comunità religiosa di agricoltori (gli Amish) che rifiutano ogni forma di modernità e che vivono come se si trovassero ancora nell'ottocento, assiste casualmente a un omicidio nei bagni della stazione ferroviaria di Filadelfia, dove è di passaggio con la madre (la giovane vedova Rachel) per recarsi in visita da alcuni parenti. Quando il detective John Book scopre che il responsabile del delitto è a sua volta un poliziotto, si rende conto che la propria vita e quella del bambino – unico testimone oculare – sono in pericolo. In fuga dagli agenti corrotti, John si nasconde con Rachel e Samuel proprio presso gli Amish, dove entra lentamente in sintonia con uno stile di vita ben diverso da quello cui era abituato e si innamora (ricambiato) della donna. Ma il mondo esterno, e con esso la resa dei conti, non tarderà a ripresentarsi e ad irrompere violentemente nella comunità. Innestando sulla struttura di un poliziesco tutta una parte centrale che per lungo tempo sembra quasi dimenticarsi della trama principale, come se si trattasse di due film in uno, Weir (al suo primo lavoro americano) torna a descrivere – come suo solito – l'incontro fra mondi e culture diverse, quasi agli antipodi: una che vive nel passato (le prime inquadrature, con scene di vita rurale e carretti trainati da cavalli, lasciano sbigottito lo spettatore quando compare la didascalia "Pennsylvania, 1984") e l'altra nel presente, seguendo regole e codici che sembrano reciprocamente assurdi. A differenza delle pellicole sugli aborigeni australiani, però, manca il senso del mistero e del soprannaturale: la storia si dipana su un livello più umano e intimo. Il bambino è Lukas Haas, che continuerà a recitare anche da adulto. C'è anche una particina per Viggo Mortensen, al suo esordio sul grande schermo, nei panni di uno dei contadini Amish. La musica, Vangelis-style, è di Maurice Jarre.

20 luglio 2010

La fantastica sfida (R. Zemeckis, 1980)

La fantastica sfida (Used cars)
di Robert Zemeckis – USA 1980
con Kurt Russell, Jack Warden
**

Rivisto in DVD.

Due concessionarie di auto usate, di proprietà di due fratelli (interpretati entrambi da Jack Warden) in diretta concorrenza, si fanno la guerra con tutti i mezzi, leciti e illeciti, compresi spot pubblicitari pirata che vengono inseriti fraudolentemente sulle frequenze televisive. Venuto a sapere che la rampa d'accesso alla nuova superstrada – foriera di grandi affari – sarà costruita proprio in prossimità dell'area del rivale, il fratello "cattivo" fa di tutto per spingere quello "buono" al fallimento (e all'infarto!) prima che la notizia venga resa pubblica. Ma dovrà fare i conti con le iniziative del super-venditore Rudy (un giovane e spigliato Kurt Russell), dalla parlantina sciolta e dalle mille risorse (irresistibile come si presenti ai potenziali clienti con un cognome sempre diverso, di chiara origine polacca, latina o afroamericana a seconda delle circostanze). Il secondo lungometraggio di Zemeckis, scritto dal regista insieme al suo sodale Bob Gale e basato su un'idea di Steven Spielberg e John Milius (che figurano come produttori esecutivi), è una farsa ambientata nella profonda provincia americana – siamo in Arizona – che gioca sui luoghi comuni relativi ai venditori di auto usate, percepiti nell'immaginario pubblico come imbroglioni e truffatori pronti a ogni inganno pur di rifilare vetture scassate ai loro clienti (la pellicola si apre proprio con Rudy che "tarocca" un contachilometri). Simpatico e socialmente scorretto (Rudy ambisce a entrare in politica e a diventare senatore, come a dire che si tratta di un lavoro adatto a chi non è proprio onesto; e non mancano frecciatine rivolte a Jimmy Carter, l'allora presidente degli Stati Uniti) ma divertente solo a tratti, il film ha comunque i suoi buoni momenti, soprattutto quando si movimenta nel finale con il tentativo dei protagonisti di far giungere sul proprio terreno duecentocinquanta automobili usate prima che il giudice della contea arrivi a constatare se la loro pubblicità – che prometteva la presenza di "un miglio di macchine" – fosse ingannevole. Memorabile il collega iper-superstizioso di Rudy, che si rifiuta di guidare automobili rosse perchè portano sfortuna.

17 luglio 2010

Toy story 3 (Lee Unkrich, 2010)

Toy story 3 - La grande fuga (Toy story 3)
di Lee Unkrich – USA 2010
animazione al computer
***

Visto al cinema Colosseo (in 3D), con Paola, Paola, Viviana e Francesco.

Andy è cresciuto, ha compiuto diciassette anni e sta per partire per il college: i suoi vecchi giocattoli – con l'unica eccezione di Woody – sono destinati a finire nella spazzatura o in soffitta. Non c'è dunque da stupirsi se Buzz Lightyear e compagni preferiscano invece essere donati all'asilo locale, il Sunnyside: ma ben presto scopriranno che restare in balia di bambini troppo piccoli può essere devastante... e distruttivo! Come se non bastasse, l'asilo è gestito col pugno di ferro dall'infido orsetto Lotso, che lo ha trasformato in un terribile campo di prigionia dal quale è impossibile evadere... A oltre dieci anni dal precedente episodio, la Pixar ripropone (un po' a sorpresa) i personaggi del suo primo lungometraggio animato e della sua unica franchise (ma non per molto: sono in arrivo "Cars 2" e "Monsters & Co. 2"), completando così una trilogia di altissimo livello per forma e contenuti. Messi in secondo piano l'apologo dell'amicizia e il discorso filosofico sull'identità (anche se le gag sulla personalità di Buzz non mancano nemmeno stavolta: formidabile la variante spagnola), la sceneggiatura si concentra sull'altro tema fondamentale della serie: il rapporto affettivo che si crea fra i bambini e i giocattoli, e il timore di questi ultimi di essere abbandonati e messi da parte. Stavolta il distacco da Andy è inevitabile: d'altronde era già stato adombrato in "Toy story 2", quando Stinky Pete domandava retoricamente a Woody "Pensi che Andy ti vorrà ancora con sé quando andrà al college, o in viaggio di nozze?". Ma gli sceneggiatori della Pixar sono abilissimi a commuovere il pubblico nella sequenza finale in cui il ragazzo dice addio ai compagni di tanti giochi e dunque alla sua infanzia, una scena toccante e intensa al tempo stesso, superata forse soltanto da quella precedente nell'inceneritore, quando i giocattoli – ormai convinti di essere destinati a una brutta fine – si tengono per mano e si preparano alla morte con una serie di sguardi ad altissima tensione emotiva. Al gruppo di personaggi classici (Woody, Buzz, Jessie, Slinky, Hamm, Rex, Mr. e Mrs. Potato, Bullseye e gli alieni con tre occhi) se ne affiancano di nuovi, buoni e cattivi, fra i quali spiccano – oltre a Lotso – una Barbie che per rompere i luoghi comuni dimostra di avere un cervello (lanciandosi in un convinto discorso socio-politico: "L'autorità dovrebbe derivare dal consenso dei governati, non dalla minaccia della forza!"), e di contro un Ken effemminato e accusato più volte di non essere altro che un accessorio (o peggio, "un giocattolo per bambine"!). Fra i camei c'è persino un peluche di Totoro, chiaro omaggio degli animatori al maestro Hayao Miyazaki. Gran parte della pellicola è comunque all'insegna dell'intrattenimento e strizza l'occhio ai più classici prison movie americani: Mr. Potato rinchiuso nel cassone della sabbia, per esempio, ricorda Steve McQueen ne "La grande fuga" e Paul Newman in "Nick mano fredda". Inutile, come sempre, il 3D, che aggiunge qualcosa solo nella dinamica sequenza introduttiva (uno scenario western che bilancia quello fantascientifico con cui iniziava il secondo episodio).

16 luglio 2010

36a camera dello Shaolin (Liu Chia-Liang, 1978)

36a camera dello Shaolin (Shao Lin san shi liu fang)
di Lau Kar-Leung – Hong Kong 1978
con Gordon Liu, Lo Lieh
***

Visto in DVD.

Liu Yu De, giovane studente cinese che si ribella al governo Manchu (siamo all'inizio del diciottesimo secolo), è costretto a fuggire dal proprio villaggio e si rifugia nel leggendario tempio buddhista di Shaolin, il luogo dove sono nate le arti marziali, dove spera di apprendere il kung fu per proteggere il popolo dagli oppressori. Diventato monaco con il nome di San Te, nel giro di pochi anni supera le difficili prove delle trentacinque camere del tempio, ciascuna custodita da un diverso maestro e studiata per affinare una differente capacità. Fra le altre cose inventa un'arma particolare, il bastone a tre sezioni, che gli è necessario per vincere la sfida finale. Dopo essere tornato nel mondo esterno e aver chiuso i conti con i suoi nemici, fonderà la trentaseiesima camera, quella in cui si insegnano le arti marziali alla gente comune: prima di allora, infatti, la disciplina del kung fu era mantenuta segreta e non poteva essere diffusa al di fuori del tempio. Una delle più classiche pellicole prodotte dagli studi degli Shaw Brothers: ispirata a un personaggio realmente esistito, si tratta probabilmente del capolavoro di Lau Kar-Leung (che qui si firma con il suo nome in mandarino, Liu Chia-Liang) e mostra con sincerità e passione quali sono le basi, lo spirito e l'essenza delle arti marziali (quelle "vere", non quelle cinematografiche!). Gran parte del film, infatti, si concentra sul lungo addestramento del protagonista, raccontando il suo percorso attraverso differenti forme di pratica (non solo combattimenti a mani nude o con le armi, ma anche esercizi di vario genere, fisici e mentali) e prendendosi il giusto tempo nel mostrarne il lento progresso da giovane studente avventato e impulsivo (vorrebbe iniziare subito dalla prima camera, ovvero quella più difficile) a monaco saggio e in grado a sua volta di trasmettere la propria conoscenza a degli allievi. Campione d'incassi, il film ha influenzato profondamente il genere e ha contribuito a renderlo più realistico. Ottima la regia, con scene d'azione dinamiche e diversificate (lo stesso regista ha anche coreografato i combattimenti), e convincenti gli interpreti (fra gli avversari di San Te spiccano Wilson Tong e il "cattivo" Lo Lieh). Il protagonista Gordon Liu, che divenne subito una star (appare anche nel "Kill Bill" di Quentin Tarantino), è il fratello adottivo del regista.

15 luglio 2010

Ken il guerriero – Il film (T. Ashida, 1986)

Ken il guerriero - Il film (Hokuto no ken)
di Toyoo Ashida – Giappone 1986
animazione tradizionale
*1/2

Rivisto in DVD.

Dopo una guerra nucleare che ha trasformato la Terra in un immenso deserto senza vita, il mondo è piombato nel caos e nella violenza. I maestri di Hokuto e di Nanto, due potenti scuole di arti marziali, si fronteggiano fra loro. Kenshiro, legittimo successore della scuola di Hokuto, va in cerca dell'amata Julia che è stata rapita da Shin di Nanto; ma deve anche fronteggiare l'ambizione di Raoul, suo fratello adottivo, che intende dominare il mondo con la forza. Realizzato mentre la serie animata furoreggiava sugli schermi giapponesi, questo lungometraggio abbastanza inutile condensa gli eventi della prima parte del manga di Ken il guerriero, concedendosi giusto qualche piccola deviazione dalla storia canonica. Il regista è lo stesso della serie televisiva e anche il character design è identico (anatomie sproporzionate comprese), il che è contemporaneamente una fortuna (i recenti OAV e i nuovi film cinematografici prendono strade diverse e spesso sgradevoli, rendendo irriconoscibili i personaggi) e un limite (non ci si discosta poi molto da un'estetica di livello televisivo). Se la pellicola è vivacizzata dalla consueta dose di violenza grafica (i colpi di Kenshiro e dei suoi avversari fanno esplodere i nemici o li tagliano a pezzi, in sequenze estremamente splatter e gore) e può contare su una solida ambientazione alla "Mad Max", le mancano però il respiro e l'epicità della serie regolare: si percepisce continuamente la sensazione di assistere a un riassunto, con l'evidente compressione di diverse storyline. A parte piccole modifiche relative a personaggi minori (il colossale Heart è qui al servizio di Jagger; i fratelli Cobra vengono affrontati da Raoul), e l'assenza totale di altri (come Toki), i cambiamenti maggiori riguardano le figure femminili: Julia ha nel complesso un ruolo meno importante, mentre più significativo è quello di Lynn, la misteriosa bambina in grado di empatizzare con le persone e di riportare la vita sul pianeta (è l'unica che riesce a far germogliare i semi dei fiori, dimostrando che la terra è ancora fertile). Insolito il finale aperto (Lynn interrompe lo scontro fra Ken e Raoul prima che quest'ultimo possa sferrare il colpo finale; poi Ken vaga nel deserto, e per un attimo ha la visione di un mondo dove la natura è rifiorita, fra boschi e laghi di montagna): forse i produttori avevano in progetto un secondo lungometraggio, poi mai realizzato. Bella la colonna sonora, di Tsuyoshi Ujiki, con due canzoni ("Heart of madness", mentre si svolge lo scontro fra Raoul e Rey, e "Purple eyes", sui titoli di coda) interpretate dal gruppo Kodomo Band.

13 luglio 2010

The aviator (Martin Scorsese, 2004)

The aviator (id.)
di Martin Scorsese – USA 2004
con Leonardo DiCaprio, Cate Blanchett
**1/2

Rivisto in DVD, con Ilaria, Ginevra ed Eleonora.

Nel raccontare la vita del magnate Howard Hughes, e in particolare gli anni che vanno dal 1927 al 1947 (Hughes morì poi nel 1976), Scorsese realizza uno dei suoi film più "grandi", programmaticamente parlando, e bigger-than-life. Come "Quarto potere", è un monumento alla genialità, alla megalomania e alla follia di un personaggio straordinario, tipicamente americano, che – fra le altre cose – ha lasciato la sua impronta indelebile nei campi dell'aviazione militare e civile e della produzione cinematografica (e non è facile immaginare che proprio il suo ruolo in quest'ultimo settore sia stato il motivo che ha attirato in primo luogo l'interesse del regista, da sempre innamorato del cinema statunitense classico degli anni trenta e quaranta, come sa bene chi ha visto lo splendido documentario "Viaggio nel cinema americano"). Industriale, ingegnere, pilota, appassionato di film (da produttore – "Scarface" di Howard Hawks – e da regista – "Gli angeli dell'inferno" e "Il mio corpo ti scalderà": tutte pellicole eccessive e di forte impatto) e di volo (oltre ad aver stabilito numerosi recordi di velocità, ha costruito apparecchi innovativi – come il mastodontico "Hercules" – ed è stato il proprietario della TWA, che ha aperto alle rotte internazionali), Hughes è diventato celebre presso il grande pubblico per i suoi numerosi flirt con grandi dive del cinema (su tutte Katharine Hepburn e Ava Gardner, nel film interpretate rispettivamente da Cate Blanchett e Kate Beckinsale; ma pare che abbia frequentato anche Bette Davis, Gene Tierney, Faith Domergue, Linda Darnell, Joan Fontaine, Olivia De Havilland e altre ancora: un uomo fortunato!), e successivamente per il suo stile di vita eccentrico: ossessionato dall'igiene, finì con l'isolarsi dal mondo e trascorse i suoi ultimi anni da recluso nelle proprie tenute, in preda a disturbi di natura ossessiva-compulsiva. L'episodio in cui rimane chiuso per quattro mesi nella sala proiezioni del suo studio è realmente accaduto. L'ottimo DiCaprio interpreta il personaggio calandosi nella parte senza freni ed esibendone tutte le manie di grandezza e di protagonismo, ma anche la sincera passione per quello che fa e l'inarrestabile ostinazione che lo spinge a battersi in prima persona contro ogni ostacolo (esemplari le scene in cui si impegna a far valere le proprie ragioni prima contro la commissione di censura cinematografica e poi contro il senatore che vuole impedirgli di espandere l'attività delle sue linee aeree). L'abile regia di Scorsese, dal canto suo, si sbizzarrisce con le spettacolari scene di volo (notevole quella dell'incidente durante il collaudo dell'aereo-spia, che quasi costò la vita a Hughes) e con una ricostruzione storica piena di fascino e di amore per un periodo "mitico" della storia di Hollywood e degli Stati Uniti in generale (basti citare, su tutte, la scena dell'incontro fra Hughes e la Hepburn sul set di "Il diavolo è femmina", con una brevissima apparizione di Cukor e Grant). Fra le numerose partecipazioni all'interno di un cast vasto ed eterogeneo, sono da segnalare quelle di Gwen Stefani (nei panni della platinata Jean Harlow), Jude Law (in quelli di Errol Flynn), Ian Holm (l'anziano meteorologo, costretto da Hughes a dimostrare "matematicamente" ai censori come le tette di Jane Russell non fossero più oltraggiose di quelle di attrici che l'avevano preceduta), John C. Reilly (il tuttofare di Hughes), Alec Baldwin (il presidente della Pan Am, suo acerrimo rivale per i voli transcontinentali), Alan Alda (il senatore Brewster, che lo mette sotto inchiesta), Willem Dafoe (un giornalista scandalistico), Brent Spiner (il presidente della Lockheed). Una scena in cui avrebbe dovuto apparire anche l'aviatrice Amelia Erhart (interpretata da Jane Lynch) è stata tagliata in fase di montaggio.

10 luglio 2010

Toy story 2 (John Lasseter, 1999)

Toy story 2 - Woody & Buzz alla riscossa (Toy story 2)
di John Lasseter – USA 1999
animazione al computer
***1/2

Rivisto in DVD.

Messo in cantiere nel periodo in cui la Disney aveva iniziato a sfornare sequel direct-to-video dei suoi classici lungometraggi cinematografici, anche "Toy story 2" avrebbe dovuto essere distribuito soltanto nel circuito dell'home video. Ma sin dai primi screen test, la manifesta qualità del film realizzato da Lasseter e soci (come co-registi figurano Ash Brannon e Lee Unkrich) ha suggerito invece di farlo uscire al cinema. E giustamente: la pellicola è uno dei massimi capolavori della Pixar, migliore anche del prototipo nel riflettere in maniera tutt'altro che superficiale sul rapporto affettivo che si crea fra i bambini e i giocattoli della loro infanzia. Stavolta c'è anche una profonda vena di nostalgia e di malinconia: cosa succede quando i bimbi crescono e perdono ogni interesse per quelli che sono stati per anni i loro compagni di gioco? Si tratta quasi della fine di una storia d'amore, come sottolinea la sequenza cantata e strappalacrime che illustra la relazione fra la cowgirl Jessie e la sua precedente padroncina Emily, la quale passa nel giro di pochi mesi dal divertimento spensierato dell'infanzia ai nuovi interessi dell'adolescenza. In più c'è la sopraggiunta consapevolezza della propria caducità, per esempio quando Woody si ritrova con un braccio scucito: "I giocattoli non sono eterni", spiega la mamma di Andy al figlio. L'altro tema del film è il contrasto fra gioco e collezionismo: Woody scopre di non essere un semplice cowboy di pezza, ma di avere un background e di essere stato protagonista negli anni quaranta e cinquanta – insieme ad altri tre compagni (la cowgirl Jessie, il cavallo Bullseye e il vecchio minatore Stinky Pete) – di una serie televisiva e di numerose iniziative di merchandising: ora pare destinato a un museo in Giappone (e a un certo punto è persino tentato da questa prospettiva), sempre se i suoi amici non lo salveranno in tempo, in tutti i sensi.

Ma anche Buzz Lightyear ha i suoi problemi di identità, benché di tipo diverso, quando scopre sugli scaffali di un negozio centinaia di "cloni" identici a sé, uno dei quali – ancora privo della consapevolezza di essere un giocattolo – si unirà al gruppo nella missione di salvataggio. A proposito di Buzz, il film si apre in maniera suggestiva con sequenze che sembrano provenire in tutto e per tutto da una pellicola di fantascienza (anche in questo caso siamo invece di fronte a un gioco, anzi a un videogioco!): e altrettanto memorabile è l'incontro con la sua nemesi, il malvagio tiranno intergalattico Zurg, che come in "Guerre stellari" rivelerà al coraggioso space ranger di essere suo padre (prima di precipitare nella tromba di un ascensore!). Non mancano altre strizzatine d'occhio fantascientifiche (il tema di "Also sprach Zarathustra") o autocitazioni della Pixar (il restauratore di giocattoli è il vecchietto già protagonista del cortometraggio "Il gioco di Geri" – a proposito, la rappresentazione degli esseri umani ha fatto passi da gigante dal primo episodio: vedi anche Al, il trasandato venditore e collezionista di giocattoli). Da segnalare l'esilarante sequenza del party delle Barbie nel negozio di giochi, mentre il livello tecnico dell'animazione è elevatissimo per tutto il film. In ogni caso, il maggior pregio della pellicola (come capita spesso con i prodotti Pixar) è di essere godibile su più piani: quello della pura avventura e del divertimento (per i bambini, ma non solo) e quello che invece riflette sulla natura stessa dei suoi personaggi e sul loro rapporto con i bimbi (che credo che possa essere apprezzato solo dagli adulti, visto che osserva i bambini "dal di fuori" e parla della loro crescita: come avranno reagito i piccoli spettatori nel sentirsi dire che col tempo perderanno interesse per ciò che adesso li fa divertire?). Nei titoli di coda, ecco i falsi bloopers in stile Jackie Chan, dove si immagina che il film sia stato girato per davvero e che i personaggi siano autentici attori (c'è anche una buffa apparizione dei protagonisti di "A bug's life").

9 luglio 2010

L'inferno nella mano (Kwan Shan, 1972)

L'inferno nella mano (Tang ran ke, aka Brutal boxer)
di Kwan Shan – Hong Kong 1972
con Alan Tang, Chen Sing
*1/2

Visto in divx, in inglese.

Due fratelli della Cina continentale giungono a Hong Kong in cerca di fortuna, ma senza saperlo si ritrovano a lavorare per un boss della malavita, lo stesso che gestisce il racket che ha portato alla rovina il loro zio, proprietario di un ristorante. Uno dei tanti prodotti a base di arti marziali e di ambientazione contemporanea sfornati a HK nei primi anni settanta sull'onda lunga del successo di Bruce Lee: senza uno straccio di trama elaborata né la minima caratterizzazione psicologica dei personaggi, il film ha la sua unica ragion d'essere nelle continue scene di lotta e nei numerosi combattimenti (spesso in uno o in due contro molti, anche se la maggior parte degli assalitori rimane regolarmente fuori dalla mischia, a fare strane mosse sullo sfondo), che nel finale – per tener fede a un altro dei titoli inglesi con cui è conosciuto, "Blood fingers" – si fanno estremamente violenti e sanguinosi. Pessimo il doppiaggio dell'edizione americana. Nel cast è riconoscibile un giovane Mars, mentre il cattivo è Chen Sing. Da alcune filmografie risulta che Jackie Chan abbia interpretato una particina, ma non mi sembra proprio di averlo notato: è forse uno degli uomini coinvolti nella rissa al ristorante, all'inizio del film?

7 luglio 2010

Il segreto dei suoi occhi (J. Campanella, 2009)

Il segreto dei suoi occhi (El secreto de sus ojos)
di Juan José Campanella – Argentina 2009
con Ricardo Darín, Soledad Villamil
**1/2

Visto al cinema Anteo, con Eleonora.

Vincitore dell'Oscar per il miglior film straniero e opera di un regista attivo soprattutto in campo televisivo (ha diretto, fra le altre cose, svariati episodi di "Law & Order" e "Dr. House"), "Il segreto dei suoi occhi" è un interessante thriller-noir ad alto tasso di melodrammaticità, incentrato sui temi del passato e del ricordo. Benjamin Esposito, investigatore del tribunale di Buenos Aires ora in pensione, decide di scrivere un romanzo su un caso che venticinque anni prima lo aveva particolarmente segnato, l'omicidio di una giovane sposa. Il catartico tuffo nel passato non gli serve soltanto per mettere la parola fine su una storia che all'epoca non si era conclusa bene (il responsabile del delitto, rintracciato e arrestato, era stato poi liberato segretamente dal governo per essere usato come collaboratore negli anni della dittatura), ma anche per riallacciare i contatti con Irene, la donna alla quale non aveva mai dichiarato il proprio amore, e per tirare le fila di una vita mai veramente vissuta. Il film è tratto da un romanzo (di Eduardo Sacheri), e mi è rimasta l'impressione che il libro possa essere più bello: se la storia riserva non poche sorprese e i personaggi sono ben caratterizzati (per esempio il marito della vittima, talmente ossessionato dall'idea di punire il suo assassino da trovarsi "prigioniero" con lui per tutta la vita), la messa in scena tende a trascinarsi un po' stancamente, anche se il regista è bravo a gestire con efficacia i continui passaggi temporali fra passato e presente. Il vero punto di forza della pellicola, comunque, è la sceneggiatura. Bravi gli attori, invecchiati ad arte nelle scene ambientate nel presente, e spettacolare il piano sequenza che comincia con la panoramica aerea di un campo di calcio e prosegue con l'inseguimento di un sospetto nei meandri dello stadio: ma si tratta di una scena che stilisticamente c'entra poco con il resto del film, ed essenzialmente è uno sfoggio di stile fine a sé stesso.

6 luglio 2010

Toy story (John Lasseter, 1995)

Toy story - Il mondo dei giocattoli (Toy story)
di John Lasseter – USA 1995
animazione al computer
***

Rivisto in DVD.

All'insaputa degli esseri umani, i giocattoli – quando i bambini non sono presenti – prendono vita, parlano e si muovono. E soprattutto vivono nel terrore che nuovi arrivi li scalzino dalle preferenze dei loro padroncini. Il cowboy di pezza Woody è sempre stato il preferito del piccolo Andy, ma questo ruolo (e la sua leadership nei confronti degli altri giochi di casa) vacilla quando al bimbo viene regalata l'action figure di Buzz Lightyear, astronauta superaccessoriato. "Toy story" è stato il primo lungometraggio della Pixar, nonché il primo film animato a grande diffusione – lo distribuiva la Disney – realizzato interamente in computer grafica tridimensionale (logo iniziale compreso!). Quando uscì, ricordo che ero molto scettico: non credevo che l'animazione al computer potesse reggere il confronto con quella tradizionale, anche perché gli esempi che avevo visto fino ad allora erano stati tutt'altro che incoraggianti, con risultati freddi e poco fluidi, nonché più simili a un videogioco che a un film. Come molti, ho dovuto ricredermi: ma il merito non è solo della qualità tecnica dei lavori targati Pixar (che da allora, fra l'altro, è ulteriormente cresciuta) bensì anche della cura nella realizzazione della storia e soprattutto nella caratterizzazione dei personaggi. La scelta di rendere protagonisti dei giocattoli, probabilmente imposta dalle limitazioni di allora nel rendering delle persone in carne e ossa (la plastica è infinitamente più facile da rappresentare in maniera realistica e credibile), non è fine a sé stessa ma al servizio di una sceneggiatura che affronta con intelligenza temi come l'amicizia (si tratta di un buddy movie con tutti i crismi) e l'affetto che lega un bimbo ai suoi giocattoli (esemplare, al riguardo, la differenza fra Andy, che ama i suoi giochi, e il "villain" Sid, l'appassionato di esplosivi che invece li maltratta in ogni modo), ma anche il confine fra realtà e finzione (Buzz, essendo appena uscito dalla scatola, inizialmente non è cosciente di essere un semplice giocattolo e crede davvero di essere uno space ranger impegnato in pericolose missioni e in grado di volare: "Verso l'infinito e oltre!", recita la sua popolarissima catchphrase). Al fianco di personaggi creati per l'occasione, come Woody e Buzz (che ovviamente poi sono diventati giocattoli per davvero: potenza del merchandising!) o i mitici alieni con tre occhi e in crisi mistica, gli animatori si sono divertiti a inserire celebri giocattoli presenti nelle camerette di molti bambini americani e non solo (il "leggendario" Mr. Potato Head, i classici soldatini di plastica, automobili radiocomandate, un dinosauro di gomma, un porcellino-salvadanaio, una lavagnetta magnetica, ecc.): lo stesso faranno negli episodi successivi. E già, perché il primo film della Pixar ha dato vita a una vera e propria franchise, con altri lungometraggi altrettanto (se non di più) riusciti e piacevoli, oltre che tecnicamente sempre più raffinati. Il supervisore dell'animazione è Pete Docter, e fra gli sceneggiatori figurano Andrew Stanton e Joss Whedon. Le canzoni sono di Randy Newman, mentre le voci originali di Woody e Buzz (i cui nomi sono un omaggio all'attore western Woody Strode e all'astronauta Buzz Aldrin) sono rispettivamente di Tom Hanks e Tim Allen.

4 luglio 2010

Scrivimi fermo posta (E. Lubitsch, 1940)

Scrivimi fermo posta (The shop around the corner)
di Ernst Lubitsch – USA 1940
con James Stewart, Margaret Sullavan
***1/2

Visto in DVD.

Alfred Kralik (James Stewart) e Klara Novak (Margaret Sullavan), due commessi di un negozio di articoli da regalo che nella vita di tutti i giorni litigano in continuazione, intrecciano un'intensa corrispondenza epistolare inviandosi romantiche e appassionate lettere anonime attraverso una casella di posta, naturalmente ignorando le rispettive identità. Nel frattempo il proprietario del negozio, il signor Matuschek (Frank Morgan), scopre che la moglie lo tradisce con uno dei suoi dipendenti e comincia a sospettare proprio di Kralik... Un classico della commedia romantica americana, ispirato a una pièce teatrale dell'ungherese Miklos Laszlo (adattata da Samson Raphaelson, abituale collaboratore di Lubitsch) e ambientato in una Budapest ricostruita evidentemente in studio, dove la commistione fra i sogni romantici e i timori per il futuro (la guerra è già iniziata, anche se nel film non se ne fa menzione) genera un palpabile senso di inquietudine e di amaro pessimismo. Dietro l'ironia e il ritmo brillante, infatti, aleggia continuamente lo spettro della disoccupazione e soprattutto quello della solitudine, con la commedia che a tratti assume i colori del dramma. Il negozio di Matuschek, oltre che una metafora del consumismo (amplificata ancor di più dall'ambientazione natalizia dell'ultima parte della pellicola, con i clienti che lo affollano per acquistare i regali), è un vero e proprio microcosmo, dove ci si sente come in una grande famiglia: sarà per questa atmosfera o per la presenza di James Stewart, ma di tutti i lavori di Lubitsch è forse quello che più assomiglia a un film di Frank Capra. Non mancano comunque tormentoni comici tipicamente lubitschiani (come quello della scatola di sigarette che suona "Oci ciornie" quando viene aperta) e personaggi di contorno simpatici e ben caratterizzati (come il pavido collega Pirovich, interpretato da un Felix Bressart che sembra Groucho Marx, o l'intraprendente fattorino Pepi). Lo stesso soggetto è alla base di due remake: "I fidanzati sconosciuti" (1949), musical con Van Johnson e Judy Garland, e "C'è post@ per te" (1998), con Tom Hanks e Meg Ryan, aggiornato all'epoca delle e-mail.

2 luglio 2010

Il cineamatore (K. Kieslowski, 1979)

Il cineamatore (Amator)
di Krzysztof Kieslowski – Polonia 1979
con Jerzy Stuhr, Malgorzata Zabkowska
***

Visto in DVD, con Martin.

In occasione della nascita di sua figlia, il timido impiegato Filip (che lavora come addetto alle vendite in un'azienda di una grigia cittadina polacca) acquista una piccola telecamera super8. Quando lo vengono a sapere, i superiori gli chiedono di realizzare un documentario sui festeggiamenti previsti per l'anniversario della ditta: la pellicola, inviata a un concorso di cinema aziendale amatoriale, vincerà un premio e spingerà l'uomo ad appassionarsi al mondo della celluloide, girando una serie di documentari sempre più attenti e aderenti alla realtà. Ma il direttore, che non vede di buon occhio le sue ambizioni artistiche, gli suggerisce a più riprese di evitare determinati argomenti (come il ritratto di un lavoratore portatore di handicap). E anche l'armonia familiare comincia ad andare in crisi, complice la tentazione di un'avventura extraconiugale. Se inizialmente Filip credeva di essere felice con il poco che aveva, presto si rende conto di non poter più fare a meno del cinema e dell'espressione artistica, anche se questa rischia di danneggiare la sua relazione con la moglie, i parenti e i colleghi. Decisamente autobiografico (come hanno rivelato sia Kieslowski, che fino ad allora aveva girato soprattutto documentari, sia Stuhr, che ha contribuito ai dialoghi), il film si concentra sul rapporto fra l'individuo e la società attraverso l'arte e sulle conseguenze da pagare (non esclusivamente in prima persona, come dimostrano le ricadute delle azioni di Filip anche su coloro che gli stanno intorno) a fronte delle proprie scelte etiche. Molte le scene memorabili: dal dialogo in cui il capo del protagonista confessa di invidiarlo per la sua famiglia e lo mette in guardia dal dedicarsi troppo al cinema ("Ma anche lei ha un hobby" – "Sì, ma io non ho altro") al momento in cui, mentre la moglie sta per lasciarlo e andarsene via di casa, Filip ha l'impulso di "inquadrarla" nell'obiettivo formato dalle dita a finestrella. Il regista Krzystof Zanussi e il critico Andrzej Jurga recitano nelle parti di sé stessi.

1 luglio 2010

Flippaut (Allan Arkush, 1983)

Flippaut (Get crazy)
di Allan Arkush – USA 1983
con Daniel Stern, Malcolm McDowell
**1/2

Rivisto in VHS, con Giovanni e Rachele.

Quando si tratta di film comico-surreal-demenziali semisconosciuti, ognuno ha i propri cult da citare e da far conoscere agli amici: fra i miei, al fianco di numerose pellicole asiatiche (i giapponesi e gli hongkonghesi sono veri maestri del genere) e di titoli come "Quattro delitti in allegria", "Motorama" e la saga di "Bill & Ted", figura questo "Flippaut", che può contare su una dissacrante vena musical-lisergica (camp, scorretta e non convenzionale, all'insegna del cocktail sesso, droga & rock'n'roll) e su gag che sembrano uscire da un cartone animato (in particolare, dalla serie animata di "Lamù"). L'impresario Max Wolfe (Allen Goorwitz/Garfield), proprietario dello storico Saturn Theater, sta organizzando un grande concerto per la notte di capodanno del 1983: ma il perfido e megalomane discografico Colin Beverly (Ed Begley jr.), con l'aiuto dell'infido Sammy, nipote di Max, intende sabotare la serata. Mentre il giovane e inesperto direttore di scena Neil (Daniel Stern) cerca a fatica di tenere la situazione sotto controllo, sul palco si esibiscono musicisti come King Blues (Bill Henderson), leggendario bluesman di colore che si fa accompagnare da un'improbabile "jews band"; Nada (Lori Eastside) e il suo variopinto gruppo tutto al femminile, fatta eccezione per "la bestia Piggy" (Lee Ving); il vanesio e tormentato Reggie Wankers (uno straordinario Malcolm McDowell che parodizza Mick Jagger), in crisi d'ispirazione e di sentimenti; l'anziano e flippato Capitan Nuvola (Howard Kaylan), che crede di essere ancora nel 1968; e il problematico cantautore autorecluso Auden (un Lou Reed che gioca a fare il Bob Dylan). E in platea si scatena la folla, fra danze, pogate, spinelli, costumi di ogni tipo, in un'atmosfera resa incandescente anche dalla misteriosa presenza di Electric Larry, il "pusher di salvataggio", presenza arcana e aliena che interviene nei momenti più (o meno) opportuni con il suo carico di droghe, acidi e anfetamine. Oltre che con la satira del mondo musicale (rock, punk, blues, folk, pop), questa scatenata commedia sorprende continuamente con inaspettati sketch visivi, come i "viaggi mentali" di Neil, innamorato a prima vista della bella Willy (Gail Edwards), che si vede trasportato con lei nella giungla o all'epoca dell'inquisizione, con tanto di scritta in sovrimpressione "Boy meets girl"; con un ricchissimo cast di personaggi minori (da Susie, sorella minore di Neil, che fugge di casa per assistere al suo primo concerto; all'imbranato e magrolino Joey, addetto alle quinte che riesce a conquistare la contessa Chantamina, amante di Reggie; dal pompiere iperattivo interpretato dal trekkiano Robert Picardo; al batterista di Reggie, John Densmore dei Doors); e infine con gag che compensano la qualità altalenante con la quantità (il funerale dei ciechi, Auden che girovaga in taxi per tutto il film, Reggie che dialoga con il suo pene, lo squalo nei bagni degli uomini). Se molte trovate (in particolare quelle legate ai personaggi di Sammy e di Colin Beverly), come dicevo, sembrano sembrano uscire da un cartone animato, a un certo punto un cartoon viene davvero mostrato sullo schermo: è "The sunshine makers", del 1935, che ben si sposa con l'atmosfera partecipativa, hippy e lisergica del concerto. Fra le canzoni spiccano "Hoochie Coochie Man", interpretata con stili diversi da quasi tutti i performer, e "Hot Shot", cantata prima con energia e poi in maniera straziante da Malcolm McDowell in persona (ma tutti i brani sono eseguiti dagli attori stessi). Il Saturn Theater è ispirato al leggendario Fillmore East di New York, nel quale il regista Allan Arkush aveva lavorato da giovane.