29 settembre 2010

Harold e Maude (Hal Ashby, 1971)

Harold e Maude (Harold and Maude)
di Hal Ashby – USA 1971
con Bud Cort, Ruth Gordon
***

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Ilaria e Giuseppe.

Harold è un giovane ricco, apatico e ossessionato dalla morte: guida un carro funebre, ama partecipare ai funerali degli sconosciuti, e soprattutto mette in atto continui (ed esilaranti) tentativi di suicidio nel vano scopo di attirare l'attenzione della madre (che dal canto suo cerca in ogni modo di pianificare la vita del figlio); Maude, invece, è una vecchietta simpatica ed eccentrica, uno spirito libero che ama sperimentare cose sempre nuove senza lasciarsi ingabbiare dalle regole e dalle costrizioni sociali: "prende in prestito" le vetture altrui, realizza opere d'arte tattili e olfattive, e trapianta gli alberi di città nella foresta. L'incontro fra i due farà scattare la scintilla, con Maude che insegnerà ad Harold a vivere la propria vita con pienezza, a non legarsi alle cose materiali e a riscoprire l'amore e la curiosità per tutto ciò che lo circonda. Un vero e proprio cult movie per coloro che lo hanno visto, questo piccolo film comico e romatico è davvero fuori dal comune. A suo modo trasgressivo già all'epoca in cui uscì (e infatti fu un flop commerciale), lo è a maggior ragione oggi per come mette in scena un'implausibile storia d'amore fra un quasi ventenne e una quasi ottantenne e la condisce con situazioni assurde e paradossali. Eppure l'umorismo macabro, da black comedy britannica (in realtà il film è girato a San Francisco), si sposa perfettamente con la dolcezza e la delicatezza della storia e con la simpatia del personaggi, che hanno alle spalle tragedie che la sceneggiatura lascia solo immaginare (dov'è il padre di Harold? e cosa significa il numero tatuato sul braccio di Maude?). Esilarante, fra le tante, la scena in cui il ragazzo – che ha appena manifestato alla madre il desiderio di sposarsi con Maude – viene "rimproverato" in sequenza dallo zio militare, da uno psicanalista e da un prete, ciascuno con il ritratto del proprio nume tutelare (il Presidente, Freud, il Papa) appeso sulla parete alle sue spalle. Oltre ai due protagonisti, nel cast brilla anche Vivian Pickles nei panni della madre di Harold. Da rimarcare la bella colonna sonora di Cat Stevens, all'epoca non ancora convertitosi all'Islam, con canzoni come "Don't Be Shy" e "If You Want To Sing Out, Sing Out" (quest'ultima cantata anche dai personaggi).

28 settembre 2010

Salita al cielo (Luis Buñuel, 1952)

Salita al cielo (Subida al cielo)
di Luis Buñuel – Messico 1952
con Esteban Márquez, Lilia Prado
**1/2

Visto in DVD, con Martin, in originale con sottotitoli.

Appena sposato, il giovane Oliverio deve rinviare la luna di miele per correre al capezzale della madre malata. Per impedire ai fratelli maggiori di mettere le mani sull'eredità (che la madre vorrebbe destinare invece a un nipote), parte in corriera per raggiungere il notaio di famiglia che abita in una città distante. Il viaggio in autobus sarà lungo e irto di difficoltà, fra strade impervie e maltempo, e si rivelerà una metafora della vita: ci saranno nascite, morti e sesso (Oliverio consumerà a modo suo la prima notte di mozze tradendo la moglie con la seducente Raquel) e saranno messe in luce debolezze e fragilità umane. Come molti film del periodo messicano, anche questo è stato girato da Buñuel in poco tempo e con pochi soldi (improvvisando alcune scene, come quella del funerale della bambina, a causa di problemi organizzativi sorti all'ultimo momento), ma il risultato è di tutto rispetto. E non mancano sequenze surrealiste e tipicamente buñueliane, su tutti quella del sogno a occhi aperti in cui Oliverio fa l'amore con Raquel nell'autobus trasformato in serra, si scopre legato alla madre attraverso la buccia di un frutto che funge quasi da cordone ombelicale, e getta in acqua la moglie. Ben caratterizzati tutti i personaggi della corriera, anche quelli minori, come l'autista del bus o il politico spaccone. Molti interpreti, a partire dal protagonista, erano dilettanti o comunque non destinati a una lunga carriera. Fa eccezione la formosa Lilia Prado nei panni della mangiauomini Raquel, un tipo di personaggio al quale Don Luis guarda sempre con simpatia e senza moralismo.

25 settembre 2010

Venezia e Locarno 2010 - conclusioni

Quest'anno la rassegna mi ha decisamente soddisfatto, rivelandosi senza dubbio migliore di quella di Cannes: su 16 film visti (assai meno che in passato, comunque), ne ho trovato davvero brutto soltanto uno, quello della Breillat, mentre anche alcuni che alla prima visione non mi avevano entusiasmato troppo (come i lungometraggi di De la Iglesia e Monte Hellman) mi sono comunque cresciuti nei giorni successivi. Quanto al resto, pur in assenza di autentici capolavori (che ormai nel cinema odierno sono sempre più rari, per non dire inesistenti), ci sono state parecchie pellicole di ottimo livello. I divertenti "Potiche" di Ozon, "13 Assassins" di Miike e "Surviving life" di Švankmajer non hanno deluso le aspettative, mentre fra le sorprese in positivo ci metto i cinesi "Winter vacation" (che ha vinto a Locarno) e "The ditch" (benché assai duro e difficile da digerire). Anche gli angoscianti "Essential killing" di Skolimowski e "Cold fish" di Sono meritavano la visione, così come i due italiani Mazzacurati e Bellocchio. Alla luce di tutto questo, le perplessità sul Leone d'Oro assegnato a "Somewhere" di Sofia Coppola sono cresciute: per la cronaca, in base a ciò che ho visto il premio l'avrei dato a "Post mortem" del cileno Larraín (peraltro un film che non conquista facilmente lo spettatore e che è lontano anni luce dai gusti e dal cinema del direttore della giuria, Quentin Tarantino), del quale cercherò ora di recuperare il precedente "Tony Manero".

24 settembre 2010

Cold fish (Sion Sono, 2010)

Cold fish (Tsumetai nettaigyo)
di Sion Sono – Giappone 2010
con Mitsuru Fukikoshi, Denden, Asuka Kurosawa
**1/2

Visto al cinema Ariosto, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Ispirato a un fatto di cronaca nera, un thriller/horror assai anomalo e non certo per tutti (è disturbante, malato, torbido, con personaggi amorali e molta violenza grafica), che parte con un'analisi del malessere di un nucleo socio-familiare per esplodere nel gore e nel grottesco. Il protagonista Shamoto gestisce un piccolo negozio di pesci tropicali con la giovane moglie Taeko e la figlia di primo letto Mitsuko, la quale odia la matrigna e manifesta la propria ribellione al genitore compiendo piccoli furti nei supermercati. L'incontro con il ricco e affabile signor Murata, proprietario di un negozio concorrente ben più grande e avviato, sembra cambiare la vita della famiglia: l'uomo, estroverso, fin troppo amichevole e anche un po' invadente, offre addirittura lavoro come commessa a Mitsuko, ben felice di abbandonare la casa del padre. Ma Shamoto scoprirà che l'ambiguo Murata è in realtà un folle assassino, che insieme alla perversa moglie Aiko ha già commesso una cinquantina di delitti e che lo renderà complice dei suoi crimini, facendolo precipitare in una spirale di sangue e tradimenti. La pellicola è un'escalation di orrori, un gelido viaggio verso l'incubo che non risparmia nessuno, fra sesso e corpi smembrati, e che potrebbe sembrare grottesco ed esagerato se non fosse per il fatto che, come detto, si ispira a un caso reale. C'è chi ci ha visto affinità con "Fargo" dei fratelli Coen. In ogni caso, a tratti è ipnotico e affascinante. Molto bravi gli attori, dal poliedrico protagonista Mitsuru Fukikoshi, che si trasforma da timido e passivo padre di famiglia (il "pesce freddo" del titolo, da dare in pasto ai coccodrilli) a violento nichilista, al "cattivo" Denden, istrionico e imprevedibile, per finire con la viziosa dark lady senza scrupoli Asuka Kurosawa, già apprezzata in "A snake in June" di Shinya Tsukamoto. A ironico commento delle "imprese" di Murata c'è il famoso tema della marcia funebre dalla prima sinfonia di Mahler (quello ispirato a "Fra Martino campanaro").

23 settembre 2010

13 assassini (Takashi Miike, 2010)

13 assassini (Jusan-nin no shikaku)
di Takashi Miike – Giappone 2010
con Koji Yakusho, Takayuki Yamada
***

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Nel 1835 il Giappone è in tempo di pace, e molti samurai si sono ritirati a vita privata o non sono più avvezzi alle armi. Per impedire al crudele e vizioso Naritsugu, fratello minore dello shogun, di assumere il potere e di far precipitare l'intero paese nel caos, il samurai Shinzaemon raduna un gruppo di fedeli guerrieri per tendere un agguato al nobile mentre transiterà fra le montagne con la sua scorta. Il film, remake di una pellicola omonima di Eiichi Kudo del 1963, ricorda un po' "La vendetta dei 47 ronin" (o piuttosto il classico racconto "Chushingura" da cui il film di Mizoguchi era tratto) ma soprattutto "I sette samurai" di Kurosawa: c'è persino lo zotico selvaggio e sbruffone che si unisce al gruppo dei samurai e si dimostra altrettanto coraggioso, al quale sono naturalmente riservati i momenti comici di un film che per il resto si mantiene su toni drammatici ed epici. Gli sberleffi alla Miike, questa volta, sono celati nella filosofia di fondo, che smitizza la figura del guerriero ("Essere samurai è veramente un peso!") ed è perfettamente adeguata al contesto storico della vicenda, che si svolge pochi anni prima della fine dello shogunato: ad Hanbei, il guerriero al servizio di Naritsugu, ancora legato ai valori feudali della fedeltà assoluta di un samurai o di un vassallo al proprio padrone, si contrappone Shinzaemon, che si sente semmai al servizio del popolo e in quanto tale non si fa problemi a ribellarsi contro un daimyo che si è dimostrato indegno di comandare. Lo scontro fra i due tipi di dovere (verso il proprio signore e verso il popolo) è il filo conduttore della pellicola: ma non a caso, a sopravvivere alla carneficina sono i due personaggi per i quali questi valori e i retaggi del passato hanno meno significato. Se la prima metà del film è statica e rigorosamente nello stile degli jidai-geki tradizionali (anche se Miike lo "sporca" con immagini e sequenze-choc, come quella della ragazza cui Naritsugu ha amputato mani, braccia e lingua), la seconda è occupata per intero dalla spettacolare battaglia nel villaggio montuoso di Ochiai, dove i 13 assassini si battono contro 200 avversari. Sono scene di rara potenza: la violenza va di pari passo con l'eleganza, il sangue scorre a fiumi, le spade e le frecce lasciano il posto a trappole ed esplosioni, e immagini come quella dei tori in fiamme sono folgoranti. Impossibile contare i morti: c'è persino il sospetto che siano molti di più dei 200 dichiarati. Insomma, come si legge nella pergamena brandita da Shinzaemon, è un "massacro totale". Miike ha sempre il completo controllo della macchina da presa, che non si muove a casaccio ma lascia allo spettatore la possibilità di seguire ogni mossa e ogni azione dei personaggi. La confusione è solo apparente e, in puro stile giapponese, la quiete e il movimento si compenetrano.

22 settembre 2010

Potiche (François Ozon, 2010)

Potiche - La bella statuina (Potiche)
di François Ozon – Francia 2010
con Catherine Deneuve, Gérard Depardieu
***

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Siamo nel 1977, stagione di grandi scioperi e contestazioni. Quando la fabbrica di ombrelli diretta dal marito (Fabrice Luchini) si trova a fronteggiare disordini e rivendicazioni sindacali, la ricca e borghese Suzanne Pujol (Deneuve) – fino ad allora confinata in casa a fare "la bella statuina" – è costretta ad assumerne temporaneamente la direzione. E grazie anche ai consigli del deputato comunista Maurice Babin (Depardieu), un tempo suo amante, riesce a riportare l'armonia in fabbrica. Il marito non perderà tempo a esautorarla e a riappropriarsi della poltrona di comando: ma lei, che ha ormai assaporato la libertà e la voglia di realizzarsi personalmente, si dedicherà alla politica, candidandosi come deputata e sfidando sul suo terreno anche Babin. L'associazione d'idee fra la Deneuve e gli ombrelli fa venire subito alla mente "Les parapluies de Cherbourg", ma più che una pellicola a sfondo romantico questa è semmai una graffiante screwball comedy in chiave femminista, che riporta in auge la guerra dei sessi e la fonde con la lotta di classe. Fra colori pastello, momenti pop e kitsch, un divertente ritmo musicale e un cast in stato di grazia (ci sono anche Karin Viard, la segretaria, Judith Godrèche, la figlia di destra, e Jérémie Renier, il figlio di sinistra; Suzanne da giovane è invece interpretata da Elodie Fregé), il film è soltanto all'apparenza leggero e svagato: Ozon, che torna a lavorare con la Deneuve dopo "8 donne e un mistero", inserisce fra le righe, come suo solito, accenni ad argomenti spinosi di ogni genere e gioca con un personaggio dalle molte sfaccettature, capace di offrire diverse sorprese allo spettatore.

Sorelle mai (M. Bellocchio, 2010)

Sorelle mai
di Marco Bellocchio – Italia 2010
con Pier Giorgio Bellocchio, Elena Bellocchio
***

Visto al cinema Arcobaleno (rassegna di Venezia)

Il film è composto da sei episodi girati nel 1999 e dal 2004 al 2008 nell'ambito del laboratorio Farecinema, tenuto da Bellocchio nel suo paese natale, Bobbio. Ne sono protagonisti i suoi figli Pier Giorgio ed Elena (di quest'ultima è possibile seguire la crescita dai cinque ai quattordici anni), le anziane sorelle Maria Luisa e Letizia, l'amico Gianni Schicchi (sì, proprio come il personaggio di Puccini), più alcuni attori professionisti (Donatella Finocchiaro, Alba Rohrwacher). La natura frammentaria del materiale, una parte del quale – i primi tre episodi – era già apparsa nel precedente "Sorelle" del 2006, lascia presto il posto a un tema comune, la storia di una famiglia che, fra difficoltà economiche e aspirazioni personali, non riesce a staccarsi dalle proprie radici e dalla provincia piacentina. Sara insegue a Milano una vana carriera di attrice, e nel frattempo "parcheggia" la figlia Elena dalle prozie. Il fratello di Sara, Giorgio, va e viene dal paese e si barcamena fra amori passeggeri e progetti effimeri. Le zie zitelle fanno un po' la figura delle simpatiche rimbambite. Man mano che il film procede e gli episodi si accavallano (da segnalare quello con protagonista la Rorhwacher nei panni di una giovane insegnante di greco e latino, alle prese con gli scrutini che si sovrappongono ai suoi problemi personali), crescono anche la sensazione di familiarità e l'affetto verso i personaggi, aiutati dalla recitazione divertente e spontanea, dall'ambientazione realistica (che il digitale evidenzia), dal piacevole senso di improvvisazione che si respira, e favoriti anche dall'assenza di costrizioni economiche o di esigenze di mercato. Occasionalmente al girato sono interpolate alcune brevi immagini del lungometraggio d'esordio di Bellocchio, "I pugni in tasca", realizzato negli stessi luoghi.

Painéis de São Vicente de Fora (M. de Oliveira, 2010)

Painéis de São Vicente de Fora - Visão Poética
di Manoel de Oliveira – Portogallo 2010
con Ricardo Trêpa, Diogo Dória

Visto al cinema Arcobaleno, in lingua originale
(rassegna di Venezia)

"Painéis de São Vicente de Fora" è un'opera in sei pannelli, attribuita a Nuno Gonçalves che l'avrebbe dipinta fra il 1470 e il 1480, attualmente custodita al museo nazionale di arte antica a Lisbona. Il cortometraggio di De Oliveira (dura 16 minuti), dalla forte impostazione teatrale e realizzato su commissione per i dieci anni del museo, mostra i personaggi uscire dal dipinto e commentarne le singole parti a beneficio dello spettatore, compiendo allo stesso tempo un excursus sulla storia del Portogallo e dell'intera umanità. Per una volta non ho dato un voto in stelline, perché ho visto il film in portoghese senza sottotitoli, capendoci ben poco. Ma indubbiamente è un bel modo per presentare un dipinto: sarebbe bello avere a disposizione piccoli film così (penso anche a lavori simili realizzati da Greenaway o da Resnais) come introduzione a molte opere d'arte.

21 settembre 2010

Essential killing (J. Skolimowski, 2010)

Essential killing
di Jerzy Skolimowski – Polonia/Norvegia 2010
con Vincent Gallo, Emmanuelle Seigner
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Un guerrigliero afgano viene catturato dai soldati americani nel deserto e trasportato al nord: durante il trasferimento riuscirà a fuggire e si darà alla macchia fra montagne e boschi innevati, aiutato da fortunate circostanze, dalla natura – sotto forma di animali (cinghiali, cervi, lupi, formiche) e piante (tronchi, cortecce, bacche) – e dal coraggio di saper uccidere quando serve. Nulla che non sia stato già fatto in passato, anche in modo migliore (i primi trenta minuti di "Caccia spietata", per esempio): ma Vincent Gallo è bravo a reggere un intero film senza dire una parola (e anche la Seigner, la donna che lo accoglie e gli cura le ferite, è muta) e certe scene fra l'assurdo (l'assalto alla donna che allatta) e il documentaristico (l'uso del paesaggio) non si dimenticano facilmente. Del protagonista senza nome (nei titoli di coda è però indicato come Mohammed) non ci viene detto nulla, benché alcuni squarci sul suo passato – in cui si intravede una famiglia felice, mentre sullo sfondo risuonano i richiami dei mujaheddin alla guerra santa – lascino immaginare due possibilità: che abbia abbandonato tutto per unirsi alla jihad, oppure che moglie e figlio siano rimasti vittime degli attacchi americani e che lui si sia arruolato per vendetta. In ogni caso, non è certo questo che interessava al regista, intenzionato semmai a mostrare l'istinto di sopravvivenza di un uomo in un ambiente che non conosce (le montagne anziché il deserto) e a contatto con una natura selvaggia e protettiva al tempo stesso.

Silent souls (A. Fedorchenko, 2010)

Silent souls (Ovsyanki)
di Aleksei Fedorchenko – Russia 2010
con Igor Sergeyev, Yuriy Tsurilo
**

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia), con Marisa e Lucia.

Aist appartiene ai Merja, un'antica etnia russa di origine finnica, le cui tradizioni sono ancora vive sebbene in via d'estinzione. I suoi ricordi d'infanzia, legati in particolare al padre poeta, lo spingono a mettere per iscritto memorie, riti e sensazioni. Alla morte della moglie di Miron, suo amico e superiore, lo accompagna nel viaggio di addio alla salma: come prevedono le antiche usanze dei Merja, infatti, il cadavere deve essere agghindato, trasportato fino alla riva di un fiume e bruciato su una pira funebre, per poi spargere le ceneri nell'acqua. Impossibile non pensare, anche solo in parte, a "Departures": anche qui, naturalmente, il riferimento è al mito di Caronte. Ma rispetto al film giapponese, in questo riflessivo viaggio di accompagnamento verso la morte – nel corso del quale non viene mai smarrito il contatto con la vita, anche attraverso la carnalità e il sesso – manca qualcosa in termini di emozioni, e soprattutto il finale improvviso e irrisolto lascia un po' perplessi: nell'insieme, è più accademico che poetico. Il titolo originale significa "gli zigoli", come la coppia di uccellini in gabbia che il protagonista acquista al mercato e che faranno compagnia ai due uomini durante il viaggio, causando in ultima istanza anche la loro morte.

20 settembre 2010

The tempest (Julie Taymor, 2010)

The tempest
di Julie Taymor – USA 2010
con Helen Mirren, Felicity Jones
**1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia), con Vito.

Una tempesta fa naufragare il vascello di Alonso, re di Napoli, su una misteriosa isola vulcanica dove la strega Prospera vive con la figlia Miranda e il mostruoso servo Calibano. Un tempo duchessa di Milano, esiliata dopo essere stata deposta dal fratello Antonio con l'aiuto proprio di Alonso, Prospera intende vendicarsi dei suoi nemici per mezzo dello spirito Ariel, da lei controllato. Ma Miranda si innamorerà del figlio del re, Ferdinando, mentre Calibano cercherà inutilmente di ribellarsi alla strega. Alla fine, comunque, tutti i dissidi saranno ricomposti e Prospera rinuncerà alla propria magia. Già autrice di un Tito Andronico in chiave pulp ("Titus"), la Taymor si rivolge ancora a Shakespeare con un adattamento del suo testo più fantasy, "La tempesta", del quale realizza una versione moderna e ricca di colori e di fascino (ma lontana anni luce, diciamolo subito, da quel che aveva saputo fare Peter Greenaway nel suo "L'ultima tempesta"). Ho trovato azzeccate le modifiche al testo originale, su tutte il cambio di sesso di Prospero da uomo a donna, che rende il personaggio più profondo e dona ulteriori significati alla sua vendetta oltre alla semplice lotta per il potere. Ottimo il cast, dalla splendida Helen Mirren (Prospera) alla deliziosa Felicity Jones (Miranda), dall'energico Djimon Hounsou (Calibano) all'etereo Ben Whishaw (Ariel), passando per Alfred Molina, Russell Brand, Chris Cooper, Alan Cumming, David Strathairn, Reeve Carney e Tom Conti. Certo, conoscendo la regista resta il dubbio che sia tutto un pretesto per far sfoggio di estetica kitsch, computer grafica e arte videoclippara. Ma per fortuna ci sono le parole di Shakespeare a nobilitare le immagini.

La passione (C. Mazzacurati, 2010)

La passione
di Carlo Mazzacurati – Italia 2010
con Silvio Orlando, Giuseppe Battiston
**1/2

Visto al cinema Apollo (rassegna di Venezia).

Il regista Gianni Dubois (Orlando, non nuovo a questo genere di ruoli: vedi anche "Il caimano"), in crisi creativa, non lavora da cinque anni. Proprio quando gli si presenterebbe l'occasione di girare un film con un'attricetta, mediocre ma popolarissima per via di una fiction televisiva, un imprevisto lo costringe a recarsi in Toscana, dove possiede un appartamento in un piccolo paese. La rottura di alcuni tubi nel muro ha infatti danneggiato il prezioso affresco della vicina cappella, e le autorità minacciano di denunciarlo alle Belle Arti se in cambio non accetterà di dirigere la tradizionale rappresentazione della Passione di Cristo nel venerdì santo. Senza organizzazione e con attori improvvisati, prigioniero di una provincia che per una volta non viene idealizzata (la gente è ostile e fa continuamente confronti col passato, la tecnologia non funziona, ogni minima difficoltà diventa insormontabile), Dubois vivrà una personale "passione", cadendo sempre più in basso umanamente e professionalmente. A salvarlo sarà un altro personaggio in cerca di riscatto, un ex galeotto redento dal teatro (il formidabile Battiston), che gli farà da assistente. Il film parte come una commedia, azzeccando numerose scene (come quella della fotocopiatrice rotta che costringe i personaggi a dettare il copione agli alunni della scuola elementare pur di averne il numero di copie necessarie: ma i piccoli errori – "Prima che il gatto canti" – saranno inevitabili) e gag ("Questo è il paese più ingrato del mondo: Garibaldi è andato in esilio, Dante pure... Roberto Baggio l'hanno fatto giocare due anni nel Brescia"), e si fa via via più drammatico. Nel cast anche un divertente Corrado Guzzanti (il tenebroso e pomposo meteorologo della tv locale che viene ingaggiato per il ruolo di Gesù) e diversi volti noti femminili (Stefania Sandrelli, Kasia Smutniak, Cristiana Capotondi). Nel complesso, anche se non è certo il caso di gridare al capolavoro, è una di quelle commedie che occasionalmente riconciliano lo spettatore con l'attuale cinema italiano.

The ditch (Wang Bing, 2010)

The ditch (Jiabiangou)
di Wang Bing – Hong Kong 2010
con Lu Yo, Lian Renjun, Yang Haoyu
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Cinema radicale, rigoroso, monolitico e a tratti quasi insostenibile. Il primo lungometraggio di finzione del documentarista Wang Bing è ambientato in un "campo di rieducazione" maoista alla fine degli anni cinquanta, nel Deserto dei Gobi, dove venivano spediti i dissidenti politici, i reazionari ma anche tutti gli intellettuali che semplicemente esprimevano idee o pareri non allineati alle direttive del partito. Il compito dei prigionieri, condannati ai lavori forzati, sarebbe quello di scavare fossati e dissodare quattromila ettari di terreno desertico: ma il clima, il freddo, la fame e la carestia impediscono persino di svolgere questo lavoro, confinando gli uomini nei dormitori sotterranei dove muoiono come mosche. Pur di sopravvivere, ogni stratagemma è buono, come cibarsi di semi o di topi: molti si spingono fino a nutrirsi dei corpi dei compagni morti. Una donna giunta lì in visita (una delle poche rimaste fedeli, visto che la maggior parte dei prigionieri riceve, prima o poi, la comunicazione del divorzio) cerca disperatamente il cadavere del marito, sepolto fra la sabbia del deserto... La pellicola procede accumulando lunghi piani sequenza che mostrano le dure condizioni del campo, senza compromessi e senza concessioni di alcun tipo allo spettatore. E alla fine rimane una sola frase: "I vivi contano più dei morti". Il regista, che ha girato quasi clandestinamente e senza autorizzazione, ha impiegato sei anni a raccogliere testimonianze dai sopravvissuti dei campi. La pellicola pertanto non è targata Cina, ma è coprodotta da Hong Kong, Francia e Belgio.

19 settembre 2010

Surviving life (Jan Švankmajer, 2010)

Sopravvivere alla propria vita (Prežít svuj život)
di Jan Švankmajer – Repubblica Ceca 2010
con Václav Helšus, Klára Issová
***

Visto all'Auditorium San Fedele, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia), con Lucia.

Švankmajer in persona, il maestro dell'animazione a passo uno che a 76 anni non ha certo perso lo smalto o la voglia di giocare, introduce il film (con un voice over in italiano!) giustificando agli spettatori la scelta della tecnica usata per esigenze di risparmio economico: un misto di riprese dal vero e di paper cut out, che consiste nell'animare fotografie o figure di carta ritagliate, la stessa tecnica utilizzata spesso da Terry Gilliam nei film dei Monty Python e che consente di creare grotteschi ibridi fra uomini e animali, di alterare spazi e proporzioni, e di costruire una dimensione onirica e simbolica. Allo stesso tempo, il regista sminuisce con molta modestia lo spessore di quella che definisce una "commedia psicanalitica", la cui idea gli è stata ispirata da un sogno del quale ha provato a immaginare il prosieguo e la conclusione. E invece questo divertissement su un uomo, Evžen, che cerca disperatamente di fuggire dalla propria vita grigia rifugiandosi in un sogno in cui frequenta una donna bellissima (vestita di rosso sangue e dai nomi sempre diversi), è tutt'altro che banale o approssimativo, e si diverte a giocare con ironia sui luoghi comuni della psicoanalisi. Divertentissimi, fra le altre cose, i due ritratti di Freud e di Jung, appesi nello studio dell'analista da cui si reca Evžen, che si fanno i dispetti e si prendono addirittura a cazzotti fra loro! Fra complessi di Edipo irrisolti, problemi famigliari e molto altro, il nostro protagonista troverà un modo per fare a suo piacimento la spola fra il sogno e il mondo reale, e scoprirà parecchie cose sul proprio passato, su sua madre e su suo padre. Lo stile, surreale e semplice ma coerente, è sorretto da un'esecuzione impeccabile ed è adattissimo a un racconto che fonde continuamente sogno e realtà, i drammi dell'inconscio e l'umorismo visionario, senza mai perdere il gusto dell'invenzione.

Road to nowhere (Monte Hellman, 2010)

Road to nowhere
di Monte Hellman – USA 2010
con Tygh Runyan, Shannyn Sossamon
**

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Il giovane regista Mitchell Haven (stesse iniziali di Hellman: sarà un caso?) sta per girare un film ispirato a un fatto di cronaca, il suicidio di un riccone e della sua giovane amante, Velma Duran. Ma ignora che l'attricetta semiesordiente che ha scelto per il ruolo di protagonista – e di cui si è subito innamorato – è davvero Velma Duran: o meglio, ne aveva già interpretato la parte, fingendone il suicidio, in quella che era stata soltanto un'elaborata messa in scena per frodare il fisco. Monte Hellman, nume tutelare di Quentin Tarantino, non girava un lungometraggio da oltre vent'anni: se non ha perso la mano dal punto di vista tecnico (degna di nota soprattutto la fotografia, sebbene un po' troppo patinata) e dimostra di avere ancora le idee chiare su cosa vuole raccontare, forse però non è più capace come un tempo di incollare allo schermo i suoi spettatori. Questo complicato e ambizioso intrigo metacinematografico, reso ancor più ostico dalla decostruzione temporale con cui vengono presentate le vicende (flashback, scene ambientate nel presente, realtà e finzione si succedono senza soluzione di continuità) ha di buono soprattutto le riflessioni sul cinema stesso che gira a vuoto ed è incapace di cogliere la realtà delle cose, troppo frammentata e complessa per essere ridotta a una sceneggiatura lineare: quella che percorre il giovane filmmaker è una strada che porta verso il nulla, appunto. Più che un "Effetto notte", a tratti sembra quasi di vedere un "Mulholland Drive" senza gli elementi onirici, ovvero senza ciò che rendeva davvero interessante il film di Lynch. E non bastano alcune scene ambientate a Roma o citazioni cinefile di ogni tipo (da "Lady Eva" di Sturges a "Il settimo sigillo" di Bergman, passando per riferimenti a "Casablanca" o a Louise Brooks) per rendere più accattivante una pellicola che forse meriterebbe una seconda visione per essere apprezzata appieno (non che questo sia un pregio, intendiamoci). Nel cast anche Dominique Swain (la migliore) e Fabio Testi. Interessante, comunque, la protagonista Shannyn Sossamon.

La belle endormie (C. Breillat, 2010)

La belle endormie
di Catherine Breillat – Francia 2010
con Carla Besnaïnou, Julia Artamonov
*1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Rilettura de "La bella addormentata" di Charles Perrault, con innesti onirici e (vista la regista, ma anche la natura stessa della favola) sessuali. La principessa Anastasia, come previsto da una strega, si punge a sei anni con uno spillone e sarebbe destinata a morire. Per salvarla, le sue tre fate madrine la fanno dormire per cento anni e nel frattempo, per non farla annoiare, le consentono di viaggiare in sogno attraverso varie realtà. Conoscerà così un ragazzo, Peter, che la abbandonerà per seguire la crudele Regina delle Nevi. Una volta risvegliatasi, all'età di sedici anni, si innamorerà di un suo discendente e sceglierà di entrare nel suo mondo, ovvero nella vita reale (fisicamente e metaforicamente, attraverso la scoperta della sessualità). La Breillat fonde fiaba, sogno, desiderio e realtà, utilizza attrici bambine e si ispira alla lontana a Godard, Demy e Rohmer. Ma il risultato è noioso, oltre che a tratti imbarazzante per la scarsa qualità della recitazione e la povertà delle scenografie.

18 settembre 2010

Ballata dell'odio e dell'amore (A. de la Iglesia, 2010)

Ballata dell'odio e dell'amore (Balada triste de trompeta)
di Álex de la Iglesia – Spagna 2010
con Carlos Areces, Antonio de la Torre
**

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia), con Martin, Marisa e Lucia.

Javier, "pagliaccio triste" in un circo, ama la bella acrobata Natalia, che però è innamorata del violento Sergio, il "pagliaccio allegro". Inizialmente timido e sottomesso, si adeguerà alla violenza e alla follia del rivale. L'inizio sembrava promettere bene: i primi minuti del film, ambientati durante la guerra civile spagnola, sono da antologia (il padre che combatte vestito da clown con il machete; o l'improvvisa apparizione di un leone alle spalle del fragile bambino, come per sottolinearne il feroce lato nascosto). E splendidi anche i titoli di testa, che mescolano esseri umani e "mostri", giocando con la storia ma anche con la cultura pop degli anni del Franchismo e non solo. Ma anziché fornire il giusto background al personaggio e rappresentare in seguito un punto di riferimento con cui confrontarsi, queste scene vengono "surclassate" in violenza e atrocità dal resto della pellicola, al punto che ci si ritrova persino a chiedersi quale fosse la loro ragione d'essere (il film avrebbe benissimo potuto cominciare già nel presente – in realtà siamo negli anni '70, alla fine della dittatura – e senza alcun preambolo). Pablo Larraín nel suo "Post mortem", altro film presentato in questa edizione del festival di Venezia, è stato ben più abile nell'utilizzare le tragedie collettive di un popolo come sfondo e contesto dal quale far sorgere quelle personali: de la Iglesia, invece, rinuncia subito agli spunti più interessanti per dar vita a un grottesco ed esagerato film horror dai toni sempre più pulp, come a voler seguire i suoi personaggi nella loro follia. Non a caso, i momenti migliori nella seconda parte – ma durano poco – sono quelli in cui il passato torna a fare capolino, nei panni del generale che aveva combattuto al fianco di Franco (e persino il dittatore mostra un lato umano). A non convincere del tutto è invece la vicenda principale, quella della lotta fra i due pagliacci, che si risolve in un bagno di sangue e culmina in una scena finale di grana grossa (la lotta sul monumento). Man mano che procede, e a ogni svolta narrativa, la pellicola perde un po' dell'appeal che si era conquistata con merito all'inizio, accumulando senza senso della misura sequenze sempre più farsesche ed eccessive, quando non semplicemente stupide (il motociclista che si schianta contro la croce). Che la pazzia e il masochismo dei personaggi siano una metafora della Spagna della dittatura? Sarebbe un'interpretazione un po' ardita, così come quella che vede nel contrasto fra orrore e ridicolo (cosa c'è di più spiazzante di un clown omicida?) l'unico modo per esorcizzare le atrocità commesse dagli esseri umani contro sé stessi. Il premio a Venezia come miglior regia, in fondo, ci può stare: lo stile non manca (e poi a guidare la giuria c'era Tarantino...). Quello alla sceneggiatura, che invece è il punto debole del film, decisamente no.

17 settembre 2010

Post mortem (Pablo Larraín, 2010)

Post mortem
di Pablo Larraín – Cile 2010
con Alfredo Castro, Antonia Zegers
***1/2

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

I grandi eventi storici si intrecciano con quelli personali in un film dai toni cupi e di grande intensità e spessore che si sviluppa su più piani, tracciando un ardito paragone fra la fine delle illusioni di un paese e quelle di un singolo individuo. Mario è un uomo grigio, triste e solo: si definisce un "funzionario" ed è avvezzo alla morte, visto che trascrive i referti delle autopsie presso l'obitorio di Santiago del Cile. È anche innamorato della vicina di casa, una ballerina di cabaret anoressica che invece preferisce frequentare un giovane attivista politico di sinistra. Tutto cambierà quando esplode il colpo di stato del 1973. Indimenticabili, per la loro potenza comunicativa, alcune sequenze che sembrano brillare di luce propria: su tutte, quella in cui Mario e i suoi colleghi si ritrovano a fare l'autopsia di Salvador Allende, oppure le montagne di cadaveri che si accumulano nelle corsie dell'obitorio, con il protagonista che li trasporta imperturbabile con il suo carrello. Ma indicativo è il momento in cui l'automobile di Mario "fende" un corteo di protesta politica, al quale evidentemente l'uomo non è interessato; e le due interminabili scene, con camera fissa, che mostrano il pianto dei personaggi principali e l'accatastamento dei mobili – nel finale – contro la porta dietro alla quale si nascondono gli amanti: è il Cile che seppellisce la propria storia e le proprie speranze. Il regista è abile nel mostrare, prendendosi il proprio tempo, l'anestesia che porta gli uomini ad assuefarsi alla morte e alla violenza, o il dolore personale che conduce a decisioni radicali e irrevocabili. Forse inizialmente la pellicola si lascia seguire un po' a fatica, anche per l'impenetrabilità del protagonista, ma alla resa dei conti si rivela davvero soddisfacente.

Morgen (Marian Crisan, 2010)

Morgen
di Marian Crisan – Romania 2010
con András Hatházi, Yilmaz Yalcin
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Locarno)

Nelu lavora come sorvegliante in un supermercato, fatica a trovare i soldi per rifare il tetto di casa e abita con una moglie bisbetica presso il confine fra Romania e Ungheria, che attraversa frequentemente per andare a pescare o per seguire le partite in trasferta della squadra di calcio locale. Quando trova nella sua fattoria un immigrato clandestino turco che sta cercando di raggiungere la Germania, istintivamente decide di ospitarlo e di aiutarlo. I due non capiscono una sola parola delle rispettive lingue (l'unica che condividono è "Morgen", in tedesco "domani", con la quale Nelu continua a procrastinare il momento della partenza di Behran), ma diventeranno lo stesso amici. Nel frattempo, il fatto che Nelu ospiti il turco in casa sua si rivela un segreto di Pulcinella: ne sono al corrente tutti, comprese le guardie di confine, che però preferiscono non intervenire per non trovarsi impastoiati nelle procedure burocratiche. Noi italiani siamo abituati allo stereotipo del rumeno emigrante, ma anche loro – soprattutto da quando sono entrati a far parte dell'Unione Europea – hanno a che fare con l'immigrazione (e nei bar la gente commenta a proposito dell'eccessivo numero di stranieri nelle squadre di calcio: "Vengono qui per i soldi"). Questo film affronta l'argomento dei confini e della sicurezza nazionale con leggerezza e forse in modo un po' semplicistico, ma è sincero ed efficace nel mostrare l'altra faccia della medaglia e nel veicolare l'idea – gridata anche dal protagonista – che "le frontiere non dovrebbero più nemmeno esistere", soprattutto quelle ormai rese inutili da eventi storici come la dissoluzione del blocco orientale e l'avvento dell'Europa unita (assurda la scena iniziale in cui una zelante guardia ungherese impedisce a Nelu di portare dall'altra parte il pesce che ha appena pescato). Il regista (anche sceneggiatore) è esordiente, avendo realizzato in precedenza soltanto un cortometraggio, "Megatron", premiato a Cannes nel 2008.

16 settembre 2010

Winter vacation (Li Hongqi, 2010)

Winter vacation (Han jia)
di Li Hongqi – Cina 2010
con Bai Jinfeng, Bao Lei
***

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Locarno)

Mentre la pausa scolastica invernale sta per concludersi, alcuni ragazzi in un'innevata cittadina di provincia cercano di vincere la noia, riflettono sul loro ruolo nella società, discutono di amori adolescenziali e di argomenti banali, e sono alle prese con problemi familiari di vario genere. A uno spettatore distratto, il film che ha vinto il Pardo d'Oro a Locarno potrebbe sembrare una delle tante pellicole orientali che raccontano momenti di vita quotidiana in un ambiente dove non succede mai nulla ("Perché il cielo è sempre vuoto?"), con un minimalismo stilistico fatto di silenzi, lentezza esasperante e lunghe inquadrature fisse. Ma alla poesia di uno Tsai Ming-Liang sostituisce un umorismo surreale e rarefatto che sembra provenire dai lavori di Aki Kaurismäki: come nelle opere del regista finlandese, i silenzi sono rotti all'improvviso da frasi sospese e da dialoghi ai limiti dell'assurdo, con cui i personaggi – pur rimanendo imperturbabili – esprimono opinioni e pensieri che contrastano comicamente con le normali regole del mondo che li circonda, e dove l'ironia e la serietà si fondono in maniera inestricabile. Meraviglioso, per esempio, il bambino costantemente ignorato in famiglia, che a chi gli chiede cosa vorrà fare da grande risponde "L'orfano"; o i suoi duetti con il nonno che guarda la televisione (dove, fra l'altro, viene trasmesso un film che si direbbe diretto dallo stesso regista di questo). Ed esilarante la scena della donna che deve acquistare un cavolo al mercato, cercando in tutti i modi di far scendere il prezzo, così come la dichiarazione d'amore "all'incontrario" fra due adolescenti, con il ragazzo che sottolinea i difetti di colei che ama anziché farle i complimenti. Degna conclusione di un film delizioso e divertentissimo è poi la scena finale, in cui un professore in classe si lancia in una filippica esistenzialista e decisamente anticonvenzionale, lasciando perplessi gli studenti sui banchi. Fuori dal comune, ma adeguata ai ritmi del film, anche la stralunata colonna sonora.

15 settembre 2010

Venezia e Locarno 2010

Anche quest'anno seguirò la Panoramica dei film del festival di Venezia (e di Locarno) che si apre oggi qui a Milano. Come per la rassegna di Cannes del giugno scorso, la mancanza di fondi istituzionali ha costretto gli organizzatori a rinunciare alla vendita degli abbonamenti, e dunque c'è l'obbligo di acquistare i biglietti per i singoli film (per fortuna con sconti grazie a coupon vari). Cercherò comunque di vederne il più possibile, a partire da quelli che mi interessano maggiormente (come Miike, Ozon, Švankmajer e De la Iglesia). Inizierò con il film cinese che ha vinto il Pardo d'Oro a Locarno, "Winter vacation" di Li Hongqi.

14 settembre 2010

Ogni cosa è illuminata (L. Schreiber, 2005)

Ogni cosa è illuminata (Everything is illuminated)
di Liev Schreiber – USA 2005
con Elijah Wood, Eugene Hutz
**1/2

Rivisto in DVD con Giovanni, Rachele, Ilaria e Giuseppe.

Dal romanzo semi-autobiografico di Jonathan Safran Foer (che non ho letto: ma mi dicono che il film ne adatta solo una parte), Schreiber realizza un toccante racconto sul passato e sulla memoria, condito – soprattutto nella prima parte – da squarci di umorismo surreale, paesaggi, personaggi e musiche che sembrano uscite da una pellicola di Emir Kusturica. Il protagonista Jonathan (un ottimo Elijah Wood), ebreo americano di terza generazione, è un "collezionista": custodisce gelosamente oggetti di ogni tipo appartenuti ai suoi parenti, nel tentativo di conservare il ricordo delle loro vite. Incuriosito da un ciondolo e da una fotografia, si reca in Ucraina in cerca del villaggio da dove suo nonno era fuggito nel 1942 per approdare in America: spera così di trovare la donna, ritratta nella foto, che lo avrebbe salvato dai nazisti. A fargli da guida e da inteprete in un paese che gli è del tutto estraneo sarà il giovane Alex (Eugene Hutz dei Gogol Bordello), appassionato di cultura americana pop e "voce narrante" del film con il suo linguaggio sgrammaticato e divertentissimo, affiancato dal burbero nonno antisemita (che crede di essere cieco, anche se questo non gli impedisce di fare l'autista) e dalla cagnolina Sammy Davis Junior Junior. I tre uomini e il cane (ogni riferimento a Jerome K. Jerome è naturalmente casuale) si addentreranno a bordo di una Trabant azzurra – e non senza difficoltà – in un'Ucraina vasta e labirintica, fra le rovine delle centrali nucleari sovietiche e i fertilissimi campi di grano e di girasoli che la rendevano "il granaio dell'URSS", fino a riportare alla luce (la metafora dell'illuminazione pervade tutta la pellicola, a cominciare dal titolo) il proprio passato e quello delle rispettive famiglie. Ma proprio l'importanza del passato, così pervadente, tarpa un po' le ali al film nella seconda parte: personalmente preferisco storie e personaggi che guardano più al futuro, anche se mi rendo conto che si tratti di temi importanti per la cultura ebraica, che ritiene fondamentale non dimenticare le tragedie dell'olocausto. Schreiber, più noto come attore, esordisce qui come regista e come sceneggiatore. Magnifica la colonna sonora di Paul Cantelon, che include anche brani di diversi gruppi russi ska e punk (compresi gli stessi Gogol Bordello, che compaiono anche sullo schermo nella scena alla stazione). Da notare, a Odessa, un'inquadratura della famosa scalinata della "Corazzata Potemkin".

13 settembre 2010

Somewhere (Sofia Coppola, 2010)

Somewhere (id.)
di Sofia Coppola – USA 2010
con Stephen Dorff, Elle Fanning
**

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

La vita di Johnny Marco, attore hollywoodiano, gira in tondo e a vuoto: proprio come la sua automobile nella scena introduttiva del film. Fra ragazze facili (fin troppo), feste improvvisate, presentazioni e incontri, la sua esistenza sembra quanto mai vuota e solitaria: a ravvivarla, per un breve periodo, sarà la figlia undicenne che l'ex moglie gli affida per alcuni giorni, prima che parta per il campeggio estivo. Johnny la porterà con sé anche a Milano, dove deve presentare il suo nuovo film e ritirare un Telegatto: ma quando la ragazza partirà, riscoprirà all'improvviso la propria solitudine. Sofia Coppola torna sul luogo del delitto: il film è quasi una rivisitazione dei temi del suo lavoro finora migliore, "Lost in Translation", ma rispetto a quello gli manca qualcosa: forse l'ironia stralunata di Bill Murray (che avrebbe reso irresistibili scene come quella della conferenza stampa), forse il senso di spaesamento nel trovarsi in un contesto estraneo e "alieno" (la breve scena in Italia non basta, e poi sembra quasi una divertente vacanza), o forse semplicemente un cambio di direzione dopo una trentina di minuti. Il lungometraggio, invece, continua a girare in tondo proprio come il suo protagonista, ripetendo un concetto che a quel punto si era già capito a sufficienza e senza offrire ulteriori sviluppi (chi mandava i messaggi sul cellulare di Johnny, per esempio?). Il film, che ha vinto un po' immeritatamente il Leone d'Oro a Venezia, è anche – ovviamente – semiautobiografico: l'episodio del Telegatto ripropone un'esperienza vissuta realmente dalla giovane Sofia, allora al seguito del padre Francis, premiato proprio a Milano (e persino l'albergo con la piscina è lo stesso che a suo tempo aveva ospitato i due Coppola). Molti hanno visto in quella sequenza un attacco al kitsch della tv italiana (benché la stessa regista abbia dichiarato che invece è un omaggio affettuoso ai suoi lustrini), ma se si tratta di satira è assai facile e spuntata. Stephen Dorff è bravino, anche se non ai livelli di "Cecil B. Demented". La sorellina di Dakota Fanning pattina (sul ghiaccio), nuota e cucina: col tempo, forse, imparerà anche a recitare. Nel segmento italiano ci sono camei (nel ruolo di sé stessi) per Simona Ventura, Nino Frassica, Maurizio Nichetti, Valeria Marini e Giorgia Surina.

12 settembre 2010

Senza fine (Krzysztof Kieslowski, 1985)

Senza fine (Bez konca)
di Krzysztof Kieslowski – Polonia 1985
con Grazyna Szapolowska, Aleksander Bardini
**

Rivisto in DVD, con Martin.

Il fantasma di un giovane avvocato impegnato e idealista, da poco scomparso, continua a rimanere accanto alla moglie Ula, che solo dopo la sua morte si rende finalmente conto di quanto lo amasse. Quando la donna viene contattata dalla famiglia dell'ultimo cliente del marito (un operaio incarcerato per aver organizzato uno sciopero illegale), lei le suggerisce di affidare il caso a un avvocato più anziano e più disposto al compromesso, che pur di farlo scarcerare consiglia all'uomo di chinare la testa e di rimettersi in riga. Nel frattempo ogni tentativo da parte di Ula di dimenticare il marito, persino ricorrendo all'ipnosi, fallirà: e alla fine la solitudine si rivelerà troppo forte da sopportare. Si tratta della prima collaborazione del regista con lo sceneggiatore Krzysztof Piesiewicz, con il quale lavorerà in tutti i film successivi. La pellicola porta avanti due piani narrativi: quello sull'elaborazione del lutto da parte di Ula, e quello che si concentra sul sistema giudiziario e sulla legge marziale contro i dissidenti politici (il sindacato Solidarnosc era stato dichiarato illegale nel 1981). Forse è un po' più ostica e – nell'immediato – meno soddisfacente dei film precedenti di Kieslowski, ma non certo meno significativa e personale. Memorabile la scena d'apertura, in cui il fantasma del marito si rivolge direttamente agli spettatori (al fascino della scena contribuisce anche la musica funebre e solenne di Zbigniew Preisner), e molto bella l'attrice protagonista.

11 settembre 2010

I figli della violenza (Luis Buñuel, 1950)

I figli della violenza (Los olvidados)
di Luis Buñuel – Messico 1950
con Alfonso Mejía, Roberto Cobo
****

Rivisto in DVD, con Martin.

Il terzo lungometraggio messicano di Buñuel, scritto con Luis Alcoriza, è uno dei suoi massimi capolavori non solo di quel periodo ma anche in generale. Racconta le vicende di un gruppo di bambini e ragazzi di strada a Città del Messico, delinquenti per natura o per necessità: fra i protagonisti spiccano Jaibo, il più grande e il leader del gruppo, appena fuggito dal riformatorio e pronto a ogni nefandezza pur di sopravvivere (rapinare ciechi e mendicanti, sfruttare gli amici, persino uccidere chi lo tradisce); e il giovane Pedro, che vorrebbe rimettersi sulla retta via e riconquistare l'affetto di una madre che non lo ama (anche perché è il frutto di una violenza), perennemente vittima dei colpi bassi di un destino avverso. A fianco dei bambini ci sono adulti che li sfruttano (il giostraio) o li disprezzano (il vecchio cieco), genitori che li abbandonano (il padre di Ojitos) o semplicemente li ignorano (la madre di Pedro). La durezza del film è a malapena scalfita dall'introduzione "moralista" con la voce fuori campo (probabilmente posticcia) e da un paio di battute pronunciate da personaggi che rappresentano le autorità: ma al poliziotto che dice "Forse dovremmo punire voi genitori, per come agite verso i vostri ragazzi", e al direttore del centro di rieducazione che parimenti afferma "Invece di rinchiudere i ragazzi, bisognerebbe rinchiudere la miseria", fanno da contraltare le parole di indifferenza della mamma di Pedro e quelle di disprezzo del vecchio cieco ("Dovrebbero ucciderli tutti prima che nascano"). In un crescendo di tensione e di pugni nello stomaco, si arriva a un finale terribile e non consolatorio, che non intende certo offrire soluzioni al problema della povertà e della delinquenza giovanile. Se il film appartiene di diritto al filone del realismo sociale (che Buñuel stesso aveva già approcciato con "Las hurdes") e sembra in parte debitore del neorealismo italiano, presenta però anche elementi tipicamente buñueliani, come le allucinate sequenze dei sogni (di Pedro e, nel finale, di Jaibo), quelle "feticiste" (il latte sulle gambe della giovane Maria, il pediluvio della madre di Pedro), alcuni momenti surrealisti (l'uovo tirato contro la telecamera), lo smascheramento dei vizi della borghesia (la scena, muta, del pedofilo che tenta di adescare Pedro) e la violenza sugli animali (l'uccisione dei polli). Quasi assenti, invece, temi e riferimenti religiosi. Meravigliosa, soprattutto nelle scene notturne, la fotografia in bianco e nero di Gabriel Figueroa.

10 settembre 2010

Piraña paura (James Cameron, 1981)

Piraña paura (Piranha part 2: The Spawning)
di James Cameron – USA/Italia 1981
con Tricia O'Neil, Steve Marachuk
**

Visto in DVD, con Martin.

Un branco di piranha geneticamente modificati da esperimenti dell'esercito, ora in grado di vivere in acque salate e persino di volare (!), attacca i turisti di una struttura balneare situata su un'isola dei Caraibi. James Cameron esordisce come regista con questo sequel a basso budget di "Piranha", uno dei tanti film horror realizzati sulla scia de "Lo squalo" di Spielberg e diretto da Joe Dante nel 1978. L'atmosfera ricorda a tratti il cinema italiano di genere degli anni settanta, e non è un caso: la pellicola è una coproduzione italo-americana e tutta la troupe tecnica è italiana, a partire dal compositore della colonna sonora Stelvio Cipriani (sotto lo pseudonimo Steve Powder). Inizialmente Cameron avrebbe dovuto occuparsi solo degli effetti speciali: ma dopo l'abbandono del regista originale, venne scelto dal produttore come suo sostituto e modificò in parte anche la sceneggiatura. Ecco perché alcuni elementi (come il personaggio femminile dal carattere forte o le numerose scene di immersione subacquea) precorrono già quello che sarà il suo cinema. Gli venne però negato di partecipare al montaggio finale, e per questo motivo il regista esita a considerarlo un proprio film, citando spesso "Terminator" come il suo vero debutto. Pare però che esista una versione effettivamente rimontata in seguito da Cameron: ignoro se sia quella che abbiamo visto in DVD. In ogni caso, anche se l'originalità della trama è davvero poca e gli effetti speciali con i pesci sono quasi ridicoli, la visione del film è più divertente di quanto ci si potesse aspettare. E la scena d'apertura, con un amplesso subacqueo, non è per niente male. Da sottolineare la presenza di un giovane Lance Henricksen nei panni dell'ex marito della protagonista, nonché i numerosi momenti di exploitation (nudità, sesso, sangue).

9 settembre 2010

I mercenari (Sylvester Stallone, 2010)

I mercenari (The Expendables)
di Sylvester Stallone – USA 2010
con Sylvester Stallone, Jason Statham
**1/2

Visto al cinema Colosseo.

Un sogno che si avvera. Un film d'azione in puro stile anni ottanta che riunisce tutti insieme i principali interpreti del genere e in particolare quelli della vecchia scuola: Sylvester Stallone (anche regista e sceneggiatore), Arnold Schwarzenegger (per lui soltanto un cameo, purtroppo, visti gli impegni politici: "Vuole diventare presidente"), Dolph Lundgren (per Ivan Drago c'è ovviamente un ruolo a metà fra il buono e il cattivo), Mickey Rourke (sfatto come in "The Wrestler", filosofo, tatuato e tatuatore), Jet Li (con il complesso dell'altezza: e vorrei ben vedere, al fianco di tanti colossi), Jason Statham (l'eroe di "The transporter" e "Crank", il mio preferito del cast) e Bruce Willis (anche lui in un ruolo ridotto)... E non basta: ci sono anche i wrestler Randy Couture e "Stone Cold" Steve Austin, l'ex giocatore di football Terry Crews e persino Gary "Ken il guerriero" Daniels! Per completare un cast davvero da favola mancherebbero soltanto (sono stati contattati, ma hanno rifiutato per motivi vari) Jackie Chan, Steven Seagal, Chuck Norris e Jean-Claude Van Damme (che pare abbia acconsentito ad apparire nel sequel). I cattivi sono Eric Roberts e David Zayas, le donzelle Giselle Itiè e Charisma Carpenter. Della trama è anche inutile parlare, visto che non conta (si tratta comunque di spodestare un dittatore di un'isola sudamericana, spalleggiato da un ex agente CIA interessato al traffico di droga): l'importante è godersi la successione senza pause di sparatorie, esplosioni, inseguimenti, scontri corpo a corpo, pugni, calci, coltellate e distruzioni assortite. E il bello è che sembra di essere tornati ai tempi di "Commando", senza traccia di tutti quelli elementi che hanno affossato il genere negli ultimi decenni, come adolescenti, fighettume vario, sottotrame idiote, eccessi tecnologici. Solo testosterone e mazzate! Con coraggio il film rinuncia anche alle influenze hongkonghesi che, da John Woo in poi, hanno modificato le pellicole d'azione (ma Corey Yuen ha comunque collaborato alle coreografie, in particolare nelle scene con Jet Li). Impressionante la fisicità dei corpi, anche quelli di interpreti che ormai hanno una certa età. Ovviamente, i più "giovani", come Statham, se la cavano meglio, ma tutti – a partire da Stallone – hanno comunque l'aria di divertirsi un mondo. E per riassumere il film, la cosa migliore è citare l'imperdibile recensione pubblicata sul sito I 400 calci: "Non importa di che sesso eravate quando siete entrati al cinema: quando uscirete, sarete UOMINI".

8 settembre 2010

Symbol (Hitoshi Matsumoto, 2009)

Symbol (id.)
di Hitoshi Matsumoto – Giappone 2009
con Hitoshi Matsumoto, David Quintero
***

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli inglesi.

Un uomo, vestito con un buffo e colorato pigiama a pallini, si risveglia in un'enorme stanza bianca, senza soffitto e priva di uscite. Presto scoprirà che le migliaia di interruttori che ricoprono le pareti – dei quali non rivelerò qui la natura, uno dei tanti sberleffi di cui si compone il film – fanno materializzare ciascuno un diverso oggetto nella stanza ("materializzare" per modo di dire: si apre uno sportellino e qualcuno ce lo getta dentro!): troverà il modo per uscire? Nel frattempo, in Messico, un wrestler professionista di mezza età si prepara a un difficile incontro sul ring, sostenuto dal vecchio padre e dal giovane figlio (mentre un'altra bizzarra figlia è diventata una suora che guida in maniera spericolata – con sigaretta e occhiali da sole – il suo fuoristrada nel deserto)...

Ormai soltanto in Giappone fanno film così! In una successione di situazioni folli, surreali ed esilaranti, il secondo lungometraggio del comico Hitoshi Matsumoto (dopo il mockumentary "Big Man Japan") soprende a ogni svolta narrativa ed è talmente imprevedibile da catturare l'attenzione (e la curiosità) dello spettatore sin dalla prima inquadratura, per non mollarla più. Per quasi tutta la durata della pellicola si alternano due fili narrativi che non potrebbero sembrare più distanti l'uno dall'altro, fino a quando capiremo qual è il principale e quale lo scopo recondito dell'altro. Se il segmento messicano fonde il realismo della messa in scena con temi e trovate colorite che paiono uscite da un fumetto di Jaime Hernandez, l'ambientazione allucinata e fantastica della stanza bianca, una specie di art performance sorretta dalla formidabile mimica e dalla comica presenza dello stesso Matsumoto, ricorda alla lontana – ma in chiave ironica e non horror – "Cube", mentre il finale si tinge di surrealismo metafisico e new age, quasi alla "2001: Odissea nello spazio". Imperdibili, fra le altre cose, i siparietti musicali e fumettistici con cui il protagonista espone allo spettatore i suoi piani di fuga. In ogni caso, oggi è raro trovare un film che, nel bene e nel male, stupisca dall'inizio alla fine: da vedere!

7 settembre 2010

La signora ammazzatutti (John Waters, 1994)

La signora ammazzatutti (Serial mom)
di John Waters – USA 1994
con Kathleen Turner, Sam Waterston
***

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

All'apparenza una tranquilla casalinga e perfetta madre di famiglia della provincia americana (il film, come spesso accade con le opere di Waters, si svolge a Baltimora), Beverly è in realtà una spietata serial killer che uccide tutti coloro che la infastidiscono, anche per futili motivi (i vicini di casa volgari, un insegnante che critica il figlio, il ragazzo che ha illuso e scaricato la figlia, e così via). Ben presto la polizia si mette sulle sue tracce, mentre i famigliari – pur consapevoli della situazione – cercano di proteggerla. Fintamente ispirata a una storia vera (lo dicono i titoli di testa, ma non è così), è una grottesca satira dell'american way of life nello spirito goliardico ma non privo di acume sociale che caratterizza le pellicole di Waters. Ce n'è per tutti (ogni personaggio ha i suoi bravi difetti, che vanno dall'eccessivo formalismo al consumismo, dall'avidità alla sete di protagonismo), anche se naturalmente il vero bersaglio sono i benpensanti e i borghesi ipocriti che predicano bene ma razzolano male, mentre le simpatie del regista vanno – oltre alla mamma assassina – ai ragazzi che guardano film horror e sguazzano nella cultura pop (fra fumetti, musica rock e collezionismo). Strepitosa, davvero, la Turner. Nel cast anche Patricia Hearst (la giurata con le scarpe bianche), Traci Lords (la ragazza bionda) e Suzanne Somers (sé stessa).

Il fiore del mio segreto (P. Almodóvar, 1995)

Il fiore del mio segreto (La flor de mi secreto)
di Pedro Almodóvar – Spagna 1995
con Marisa Paredes, Juan Enchanove
**

Visto in DVD alla Fogona con Marisa.

Leocadia scrive – sotto pseudonimo – sdolcinati romanzi sentimentali e d'evasione di enorme successo; ma la crisi in cui precipita la sua relazione con un marito che non la ama più e che trascorre la maggior parte del tempo all'estero (è un militare impegnato nelle missioni di pace) la spinge a cambiare stile affondando la penna nella realtà, a pubblicare feroci critiche contro sé stessa, e persino a tentare il suicidio. Verrà salvata dall'affetto delle amiche, dalla famiglia, e da un nuovo amore. Più maturo e meno "trasgressivo" del solito, il film mescola ingredienti tipicamente almodovariani (donne, madri, figli, sorelle, lutti, tradimenti, intrighi, passioni, arte, rappresentazioni teatrali, citazioni cinefile) ma sembra privo della scintilla in grado di accendere il tutto e gli mancano la verve e l'imprevedibilità delle opere migliori del regista spagnolo. Ottima la Paredes (la futura Huma Rojo di "Tutto su mia madre"), nonché l'irresistibile – come sempre – Rossy De Palma. Da notare che la trama del nuovo romanzo scritto da Leo verrà usata da Almodovar stesso, in seguito, nel film "Volver".

6 settembre 2010

Peggy Sue si è sposata (F. Coppola, 1986)

Peggy Sue si è sposata (Peggy Sue got married)
di Francis Ford Coppola – USA 1986
con Kathleen Turner, Nicolas Cage
***

Rivisto in DVD alla Fogona, con Marisa e Monica.

La quarantenne Peggy Sue, madre separata e depressa, sviene durante la riunione dei compagni di classe e si risveglia nel 1960, poco prima del suo diciottesimo compleanno. Coglierà la nuova occasione che le si presenta per cambiare la propria vita, oppure si innamorerà ancora una volta dello stesso ragazzo, pur sapendo come andranno a finire le cose? Coppola (che si firma solo Francis, senza il secondo nome Ford) ha sempre amato alternare piccoli divertissement di genere fantastico (si pensi anche a "Jack" o "Un'altra giovinezza", tutti curiosamente legati dallo stesso tema: un anomalo trascorrere del tempo) ai suoi film più grandi e ambiziosi. Come per rispondere al successo di "Ritorno al futuro", uscito un anno prima, offre qui la propria versione di un salto temporale all'indietro di una generazione, sia pure virandolo al femminile (a proposito: ottima la Turner) e senza impelagarsi in spiegazioni fantascientifiche (ma che non si sia trattato soltanto di un sogno lo lascia intendere la dedica – "A Peggy Sue e a una notte stellata" – sul libro scritto dal tenebroso compagno di scuola che la ragazza, nella sua "prima vita", non aveva avuto il coraggio di frequentare). Il viaggio nel passato – che consente a regista, scenografi e costumisti di sbizzarrirsi nel mostrare le mode, l'abbigliamento, le pettinature e la musica che andavano per la maggiore presso i teenager di allora – evita comunque sia l'effetto nostalgia di "American graffiti" sia la messa alla berlina che a tratti traspare dallo stesso "Ritorno al futuro": l'esperienza di Peggy Sue non è avventurosa ma intima e quasi mistica, sul filo dei ricordi, dei rimpianti e degli affetti (commovente l'incontro con i familiari, come quello con i nonni defunti). Da sottolineare le brevi apparizioni di un giovane Jim Carrey (uno degli amici di Nicolas Cage) e di Sofia Coppola (la sorella minore della protagonista).

Sogno di prigioniero (H. Hathaway, 1935)

Sogno di prigioniero (Peter Ibbetson)
di Henry Hathaway – USA 1935
con Gary Cooper, Ann Harding
**1/2

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli inglesi.

Costretto da bambino a separarsi da Mary, la sua amatissima compagna di giochi, Peter la ritroverà anni dopo sposata a un nobile di campagna. L'amore rifiorirà al primo sguardo, ma l'uomo – per aver provocato accidentalmente la morte del marito di lei – verrà condannato all'ergastolo: da allora i due amanti continueranno a incontrarsi ogni notte nei loro sogni, per il resto della loro vita. Al centro di questa pellicola particolare e bizzarra (ispirata da un racconto di George Du Maurier) c'è un amore talmente forte da oltrepassare i confini della realtà fisica, unendo i due protagonisti in maniera indissolubile. Il film è nettamente diviso in tre parti: quella iniziale in cui i due protagonisti sono bambini e vivono con le rispettive famiglie fianco a fianco in due ville alla periferia di Parigi; quella centrale che mostra la loro vita da adulti, irrequieti e all'inconsapevole ricerca l'uno dell'altro, fino all'inatteso rincontro; e quella finale in cui realtà e sogno si fondono. Pur con i suoi bravi difetti (l'eccessivo "carico" sentimentale, una sceneggiatura non sempre equilibrata, una recitazione – soprattutto da parte di Cooper – un po' svogliata), è un buon rappresentante di quel filone caratterizzato da un romanticismo fantastico ed esasperato – tipicamente americano, benché di ispirazione europea ed ottocentesca – cui si possono ascrivere anche pellicole come "Il ritratto di Jennie", "Pandora" o "Il fantasma e la signora Muir". All'epoca, naturalmente, affascinò i surrealisti. Interessanti gli effetti visivi nella parte finale (l'uomo che passa attraverso le sbarre, il castello incantato distrutto da un fulmine, la frana sulla montagna) e la fotografia che accentua l'atmosfera onirica del paesaggio. Nel cast c'è anche Ida Lupino, nella piccola parte della donna che Peter incontra nel suo viaggio a Parigi.

5 settembre 2010

L'invitto (Satyajit Ray, 1957)

L'invitto (Aparajito)
di Satyajit Ray – India 1957
con Smaran Ghosal, Karuna Banerjee
***

Visto in divx alla Fogona con Marisa, in originale con sottotitoli.

Nel secondo film della "Trilogia di Apu", vincitore del Leone d'Oro a Venezia nel 1957, Ray continua a raccontare la vita del suo personaggio con sguardo puro e quasi documentaristico, seguendolo dall'infanzia fino agli anni degli studi all'università. Il ragazzo si è trasferito con i genitori a Benares, dove il padre lavora vendendo erbe medicinali e officiando riti come sacerdote presso il fiume Gange. Ma quando l'uomo muore improvvisamente, Apu e la madre Sarbajaya accettano l'offerta di un parente e si stabiliscono nuovamente in un villaggio rurale, nell'attuale Bangladesh. Qui Apu comincia ad andare a scuola, rivelandosi estremamente portato per l'arte e soprattutto per le scienze. Cresciuto, verrà incoraggiato dagli insegnanti a trasferirsi a Calcutta per proseguire gli studi: Sarbajaya, tuttavia, è meno entusiasta ed esita a lasciarlo andare via. Proprio il rapporto fra Apu e la madre è il filo conduttore del film, costituito da una successione di piccoli episodi, che con il precedente "Pather Panchali" e il successivo "Il mondo di Apu" dà vita a un vero e proprio romanzo di formazione. Studiando di giorno all'università e lavorando di notte in una tipografia per pagarsi l'affitto della stanza, Apu ha infatti poco tempo per tornare in visita dalla madre in un villaggio dove, fra l'altro, si sente fuori posto. Alla morte di Sarbajaya sceglierà di rinunciare al proprio retaggio (il mestiere di sacerdote) e di trasferirsi definitivamente a Calcutta. Il film, che rimane impresso anche per la bellezza delle location (i ghat, ossia le scalinate che conducono sul Gange; i vicoli di Benares; i templi del Bengala abitati dalle scimmie; gli edifici di Calcutta), è noto per l'utilizzo di un'innovazione tecnica ideata dal direttore della fotografia, Subrata Mitra, che permette di simulare la luce del sole durante le riprese nei teatri di posa. L'attore che interpreta Apu da adolescente, Smaran Ghosal, aveva solo 14 anni e non proseguì la carriera cinematografica: recitò soltanto in un altro film, sempre di Ray, nel 1961.

Che? (Roman Polanski, 1972)

Che? (What?)
di Roman Polanski – Italia/Francia/Germania 1972
con Sydne Rome, Marcello Mastroianni
**1/2

Rivisto in DVD alla Fogona, con Marisa.

Una giovane e ingenua turista americana, in vacanza in Italia e troppo propensa a fidarsi degli sconosciuti, scappa da un gruppo di violentatori e si rifugia in una villa sul mare (il film è stato girato sulla costiera amalfitana), abitata da bizzarri personaggi. Grottesca e sgangherata parodia di "Alice nel paese delle meraviglie", ai limiti del misogino e dell'assurdo, con una Sydne Rome quasi sempre seminuda che si aggira spaesata e curiosa in un luogo caotico e decadente (dove anche il tempo sembra ripetersi), circondata da individui eccentrici, ipercollerici, feticisti o erotomani. Se la trama non va da nessuna parte e la pellicola è solamente un susseguirsi di situazioni paradossali e sopra le righe, va almeno apprezzata una certa vena ironica-sperimentale tipicamente anni settanta (in alcuni momenti il film potrebbe persino essere definito una versione scollacciata de "L'anno scorso a Marienbad"!), oltre al non prendersi assolutamente sul serio. Nel cast ci sono anche Romolo Valli (il maggiordomo che suona Mozart) e Hugh Griffith (il moribondo proprietario della villa). Polanski si ritaglia il ruolo del piccolo e nevrotico "Zanzara", mentre in brevi particine sono riconoscibili Carlo Delle Piane (uno dei violentatori nella scena iniziale) e Alvaro Vitali (l'operaio che dipinge di azzurro una gamba della protagonista). Nel finale la pellicola si fa anche metacinematografica, con i personaggi che si dimostrano consapevoli di trovarsi in un film. Splendida comunque la location, una villa arredata con opere d'arte di ogni tipo, a picco su una spiaggia privata. Nella colonna sonora spiccano Schubert (il quartetto "La morte e la fanciulla") e Beethoven (la sonata "Chiaro di luna").

4 settembre 2010

Oro rosso (Jafar Panahi, 2003)

Oro rosso (Talaye sorgh, aka Crimson gold)
di Jafar Panahi – Iran 2003
con Hossain Emadeddin, Kamyar Sheisi
***

Visto in divx alla Fogona con Marisa.

Hossein, reduce di guerra e ora dipendente dal cortisone, lavora di notte consegnando pizze in motorino per Teheran, spostandosi fra i quartieri alti e la città bassa, e sta per sposare la sorella dell'amico Ali, aspirante borseggiatore. Dopo essere stato umiliato da un gioielliere in un negozio di lusso, e dopo essere stato testimone delle ingiustizie sociali (la polizia islamica che arresta i giovani che hanno partecipato a una festa, in una sequenza che anticipa "I gatti persiani") e dell'enorme differenza fra ricchi e poveri nel paese (esemplificata dall'immenso appartamento su più piani, con tanto di piscina privata, che si trova a visitare durante una consegna), proverà a compiere una rapina proprio nella gioielleria da cui era stato cacciato. Ma finirà male. Cominciando con un flashforward, Panahi monta la scena della rapina all'inizio del film, mettendo subito in chiaro come per il suo personaggio non ci sarà via di fuga. Gli scampoli di denuncia sociale, che peraltro si accompagnano al racconto di un malessere (fisico e psicologico) individuale, gli sono valsi l'ostilità del regime (in patria la pellicola non è nemmeno stata distribuita nelle sale), culminata con gli arresti del 2009 e del 2010. Il film, comunque, reca comunque anche l'inconfondibile impronta di Abbas Kiarostami, autore della sceneggiatura (ispirata a un fatto di cronaca), che ha trasmesso all'allievo il gusto per i lunghi piani sequenza (come quello della rapina) e per le conversazioni sommerse nei rumori del traffico (lo si era notato sin dai tempi de "Lo specchio").

Nel paese delle creature selvagge (S. Jonze, 2009)

Nel paese delle creature selvagge (Where the wild things are)
di Spike Jonze – USA 2009
con Max Records, Catherine Keener
*1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa e Monica.

Max è un bambino di otto anni. Figlio di genitori separati, senza compagni di gioco ma con molta immaginazione, litiga con la sorella maggiore e con la madre e fugge di casa. Dopo aver attraversato (in sogno? nella fantasia?) un vasto oceano su una piccola imbarcazione, sbarcherà su un'isola popolata da gigantesche e misteriose creature animalesche e pelose, con le quali stringerà amicizia e che lo eleggeranno loro re. Ma quando anche questa nuova "famiglia" sarà lacerata da litigi, incomprensioni e testardaggini infantili, Max preferirà fare ritorno a casa. Da un libro illustrato per bambini di Maurice Sendak, il sopravvalutato Jonze realizza una favola noiosetta e senza molta profondità che in un certo senso è l'emblema della povertà di simboli (e della necessità di esplicitare tutto) che caratterizza il moderno immaginario americano. "Un ponte per Terabithia" era decisamente un'altra cosa. Apprezzabile comunque il lato estetico della pellicola, che rinuncia in parte alla computer grafica (le creature sono enormi costumi di peluche indossati da attori in carne e ossa) e gioca con una fotografia sovraesposta e dai colori ambrati.

3 settembre 2010

Diario di una casalinga inquieta (F. Perry, 1970)

Diario di una casalinga inquieta (Diary of a mad housewife)
di Frank Perry – USA 1970
con Carrie Snodgress, Richard Benjamin, Frank Langella
**1/2

Visto in DVD (registrato da Raisat Cinema) alla Fogona, con Marisa.

Infelicemente sposata con un avvocato egoista e ambizioso che la umilia in continuazione e ha sempre da ridire su tutto, la complessata Tina trova – per la prima volta in vita sua – la libertà (ma non la felicità) fra le braccia di un amante, uno scrittore giovane e arrogante. Dietro una "semplice" storia di adulterio, Perry racconta l'irrequietezza di un personaggio che soffre perché incapace di emanciparsi. Pur essendo intelligente e sensibile (e lo spettatore è portato a simpatizzare con lei in quanto vittima degli egoismi maschili), la protagonista – a differenza dei due uomini – è priva di un centro d'identità: il marito sarà anche un vanesio arrampicatore sociale e fallirà in tutto quello che fa, ma almeno ha un obiettivo nella vita; e lo scrittore sarà scostante e antipatico, ma non è ipocrita e mette subito in chiaro che il rapporto con Tina si baserà solo sul sesso. Tina, invece, non è padrona né a casa propria (anche nelle faccende di casa viene aiutata da domestici, tecnici o personale assunto dall'esterno; lascia che il marito metta bocca in ogni dettaglio domestico, dalle ricette di cucina all'educazione delle figlie) né fuori (accetta le regole imposte dall'amante; tollera le umiliazioni sociali; e persino nel finale, anziché godersi la "vittoria morale" sul coniuge che le chiede perdono, si rivolge a una comunità anonima in cerca di consigli sul da farsi: restare al fianco del marito o abbandonarlo definitivamente?). In fondo non ha il coraggio di cambiare: senza il marito o l'amante sarebbe spersa e priva di guida. Quella di Tina è dunque una vittoria di Pirro: è probabile, anzi, che subito dopo i titoli di coda la donna scelga di tornare al focolare domestico come se nulla fosse accaduto.

A gentle breeze in the village (N. Yamashita, 2007)

A gentle breeze in the village (Tennen kokekko)
di Nobuhiro Yamashita – Giappone 2007
con Kaho, Masaki Okada
**

Visto in divx alla Fogona con Marisa, in originale con sottotitoli.

Un tranquillo villaggio di campagna è così scarsamente popolato che gli studenti della scuola elementare e della scuola media – in tutto sette – fanno lezione tutti insieme (come in "Essere e avere"). Il giovane Osawa, appena trasferitosi da Tokyo con la madre, fatica ad adattarsi ai ritmi lenti del nuovo ambiente: ma troverà conforto nell'amore della timida coetanea Soyo. Il regista di "Linda Linda Linda" propone un'altra pellicola minimalista con adolescenti come protagonisti, tutta incentrata sulla delicatezza dei gesti e dei sentimenti, sui timidi approcci fra i personaggi, su dettagli semplici e quasi banali, sui riti scolastici e di stagione, sui paesaggi e la natura, che si snoda placida e quieta... forse fin troppo: lo scenario d'altri tempi e le atmosfere tipicamente giapponesi sono piacevoli, ma il lungometraggio non emoziona come il film precedente. La vicenda si svolge nell'arco di due anni (in cui Soyo e Osawa frequentano la seconda e la terza media, fino a iscriversi al liceo), e dalla struttura episodica traspare l'origine del materiale, che è l'adattamento di un manga (di Fusako Kuramochi). In effetti a tratti sembra proprio di leggere un fumetto di Mitsuru Adachi.

2 settembre 2010

Il lamento sul sentiero (Satyajit Ray, 1955)

Il lamento sul sentiero (Pather panchali)
di Satyajit Ray – India 1955
con Subir Banerjee, Uma Dasgupta
***1/2

Visto in divx alla Fogona con Marisa, in originale con sottotitoli.

Il lungometraggio d'esordio di Satyajit Ray, influenzato dal Renoir de "Il fiume" e dal neorealismo italiano, è il primo film della "Trilogia di Apu" nonché uno dei più importanti nella storia del cinema indiano (anche se sarebbe più preciso dire bengalese). Tratto da un romanzo semi-autobiografico di Bibhutibhushan Bandopadhyay e ambientato nelle zone rurali del Bengala agli inizi del Novecento, il film narra la nascita e l'infanzia di Apu, personaggio che sarà protagonista anche dei successivi "L'invitto" e "Il mondo di Apu". Il piccolo vive con la famiglia (i genitori, la sorella maggiore e una vecchia zia) in una casa ai margini della foresta e in estrema povertà: il padre Harihar, bramino e letterato, cerca inutilmente di vendere i propri scritti e nel frattempo si accontenta di lavorare come bracciante per un vicino possidente. La madre Sarbajaya, indurita dalle difficoltà, pare essere l'unica disposta a farsi carico seriamente delle difficili condizioni della famiglia. La figlia Durga, piena di sogni e di vitalità, ruba frutta per la zia ma finirà col morire di polmonite dopo essersi ammalata durante un monsone. E la morte coglierà anche l'anziana zia Indir, dopo essere stata per l'ennesima volta cacciata di casa da Sarbajaya. Al termine della pellicola, Apu e i suoi genitori decideranno di abbandonare la casa di famiglia e di trasferirsi a Benares, in cerca di fortuna. Quasi senza trama, la pellicola racconta una serie di episodi – bambini che giocano, animali, venditori ambulanti, calamità naturali, affetti fraterni e filiali, la scoperta della morte – che si succedono in libertà, tenuti insieme dall'umanesimo e dalla poesia naturalistica del regista, dalla suggestiva fotografia di Subrata Mitra (anch'egli esordiente) e dalla bellissima colonna sonora di Ravi Shankar, compositore e suonatore di sitar che si rifà alla musica tradizionale indiana. La sequenza in cui Apu e Durga corrono nei campi cercando di vedere i treni che passano, una delle più famose del film, è stata la prima girata da Ray: pare che l'abbia mostrata a John Huston, che si trovava in India in cerca di location, ricevendone l'incoraggiamento a proseguire il lavoro. Il lungometraggio è stato girato nell'arco di tre anni con scarsi finanziamenti, mezzi di fortuna e un cast e una troupe praticamente senza esperienza: Ray, che da tempo sognava di realizzare un adattamento del romanzo di Bandopadhyay, ha rifiutato ogni compromesso rinunciando a possibili finanziatori che avrebbero voluto distorcere la trama del film, allontanandola dalle sue idee. Proprio come De Sica, in seguito sarà accusato da politici e benpensanti di diffondere un'immagine retrograda del proprio paese, concentrandosi troppo sulla povertà: ma il film lo lancerà nell'olimpo dei registi, rendendolo popolare in tutto il mondo (fra i suoi estimatori si annoverano Akira Kurosawa, Abbas Kiarostami e Martin Scorsese).

Maghi e viaggiatori (Khyentse Norbu, 2003)

Maghi e viaggiatori (Travellers and Magicians)
di Khyentse Norbu – Bhutan/Australia 2003
con Tsewang Dandup, Sonam Lhamo
**

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Si tratta del primo film mai girato in Bhutan, anche se il dubbio che sia stato pensato per l'esportazione, cioè avendo in mente un pubblico occidentale, è difficile da scacciare. L'ambientazione e gli scenari esotici, fra boschi e montagne, fanno da sfondo all'eterna lotta fra tradizione e modernità, con personaggi divisi fra l'accontentarsi di quello che si ha già e il desiderio di fuggire altrove. Il protagonista Dondup, giovane funzionario governativo di stanza in un piccolo villaggio fra le montagne, sogna infatti di andare in America, la terra delle opportunità: ma durante il lungo viaggio fino alla più vicina città (ha perso la corriera ed è costretto a fare l'autostop su strade dove non passa mai nessuno) incontra un monaco che gli racconta una favola a sfondo morale; e, cosa più importante, fa la conoscenza con una ragazza che gli farà cambiare idea, finendo così col restare a casa. Il film alterna sequenze del viaggio di Dondup (immerse in paesaggi da cartolina) con frammenti del racconti del monaco (incentrato su un giovane, per molti versi simile al protagonista, che si perde nella foresta e si innamora della moglie del boscaiolo che lo ospita), girati con una fotografia filtrata ed espressionista. A tratti ricorda il cinema di Zhang Yimou (in particolare film come "Non uno di meno", "La strada verso casa" e "Mille miglia... lontano"), ma tutto è un po' troppo facile, banale e scontato.

1 settembre 2010

Segni di vita (Werner Herzog, 1967)

Segni di vita (Lebenszeichen)
di Werner Herzog – Germania 1967
con Peter Broglé, Wolfgang Reichmann
***

Rivisto in DVD alla Fogona, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Primo lungometraggio di Herzog, girato dopo tre cortometraggi e ispirato dai luoghi della Grecia dove suo nonno aveva lavorato come archeologo prima di morire pazzo. Il soggetto del film, in realtà, proviene da un racconto di Achim von Arnim: Stroszek, un soldato tedesco in convalescenza dopo essere stato ferito a Creta dai partigiani, viene trasferito sull'isola di Kos. Qui, in compagnia della moglie greca Nora e di due compagni, Becker e Mainhard, ha il compito di sorvegliare le munizioni custodite in un vecchio fortino presso il porto. Ma l'inattività, la solitudine e il senso di inutilità lo porteranno all'alienazione e alla follia. Il momento scatenante della sua pazzia coinciderà con la vista di innumerevoli mulini a vento nella pianura che circonda il paese: impossibile non pensare a Don Chisciotte. Stroszek (nome che ritornerà anche in seguito nella filmografia del regista bavarese) non è che il primo di una serie di eroi herzoghiani che combattono una battaglia disperata e impari contro sé stessi e la natura: novello semidio, il soldato cercherà addirittura di fare la guerra al Sole con una manciata di fuochi d'artificio. Girato in un rigoroso bianco e nero d'altri tempi, con lunghe sequenze in campo lungo dove i personaggi non sono che minuscole formichine che si aggirano in un paesaggio desertico e immutabile, la pellicola si colloca a metà strada fra il cinema realistico – è ambientato in un contesto ben definito (gli anni della Seconda Guerra Mondiale) e ha toni da documentario (con l'onnipresente voce del narratore) – e una dimensione sospesa, surreale e mitologica, favorita naturalmente dal setting ellenico (dove affiorano i resti archeologici delle civiltà passate, viste come lontane e imperscrutabili), con sequenze e situazioni così astratte e metafisiche da farci quasi dimenticare l'epoca in cui si svolgono, come episodi di una vicenda "naturale" e atemporale.

Delitti e segreti (S. Soderbergh, 1991)

Delitti e segreti (Kafka)
di Steven Soderbergh – USA 1991
con Jeremy Irons, Ian Holm
**

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Impiegato negli archivi di una compagnia di assicurazioni, nella Praga del 1919 lo scrittore Franz Kafka indaga sulla misteriosa scomparsa di un suo collega, rimane invischiato nelle attività di un gruppo di anarchici e scopre l'esistenza di un complotto per creare una nuova razza di lavoratori sottomessi all'autorità. Non è un biopic, ma una pellicola di finzione che trasforma lo scrittore de "Il processo", "La metamorfosi" e altre celebri opere (quasi tutte citate, en passant) nel protagonista di un mystery thriller dai risvolti fantascientifici e sociali. Notevole lo stile, che per scenografie e inquadrature si rifà dichiaratamente dell'espressionismo tedesco (almeno fino a quando la fotografia rimane in bianco e nero, perché la sequenza all'interno del "Castello" è invece – chissà perché – a colori). Uno dei personaggi, il medico interpretato da Ian Holm, si chiama addirittura Murnau. Ma il cerebrale Soderbergh non sa essere visionario come il Gilliam di "Brazil" o allucinato come il Cronenberg de "Il pasto nudo", e si limita a imprigionare lo spettatore in una ragnatela di burocrazia, paranoia e mistero.