30 aprile 2010

Agora (Alejandro Amenábar, 2009)

Agora (id.)
di Alejandro Amenábar – Spagna 2009
con Rachel Weisz, Max Minghella
***1/2

Visto al cinema Eliseo, con Paola.

Ipazia, filosofa, matematica e astronoma greca vissuta ad Alessandria d'Egitto a cavallo fra il quarto e il quinto secolo dopo Cristo, è stata una delle prime scienziate della storia, forse la più grande dell'antichità, unica donna ammessa a insegnare nel museo di Alessandria (l'istituto che conteneva la famosa biblioteca) nonché celebre vittima del fanatismo religioso: venne infatti uccisa dalla folla cristiana, sobillata dal vescovo Cirillo, che la accusava di empietà e stregoneria e che non tollerava la sua influenza su personaggi come il prefetto della città, Oreste, che era stato suo studente. Secondo alcuni storici, la sua morte può essere considerata come il simbolo della fine dell'era classica. Il film-kolossal di Amenábar, intenso e coinvolgente nonostante alcuni passaggi un po' didascalici e "didattici", come quelli in cui Ipazia illustra le sue teorie sulla gravità e il sistema solare (dove, prendendosi alcune "licenze poetiche", necessarie – benché improbabili – per mostrarne la genialità, il regista immagina che l'astronoma avesse anticipato le scoperte di Keplero sulle orbite ellittiche e gli esperimenti di Galileo sulla caduta dei gravi), ne ripercorre la tragica vicenda per condannare il fanatismo religioso e mettere in luce l'insensatezza dei conflitti umani grazie anche alle immagini che "ridimensionano" la Terra, immersa in un universo vasto e indifferente e osservata dall'alto e con distacco. Mentre l'impero romano va sfaldandosi e il cristianesimo si impone come nuovo culto universale, proprio coloro che erano perseguitati fino a pochi anni prima si trasformano in persecutori: guidati da Cirillo, i "parabolani" (come venivano chiamati) si scagliano contro i vecchi simboli pagani e quel che resta della cultura classica, distruggendo la celebre biblioteca e giustificando ogni violenza in nome di Dio. Ma il film non si limita a mostrare il conflitto fra le religioni (cristiani contro pagani prima e contro ebrei poi) o quello fra religione e scienza (Ipazia spiega il suo rifiuto di convertirsi con l'esigenza di mettere sempre tutto in discussione, senza credere ciecamente a "ciò che è scritto"), ma si sofferma anche su quelli fra uomini e donne e fra schiavi e uomini liberi. Ipazia, che è odiata da Cirillo non solo per la sua influenza su Oreste ma anche in quanto donna che – secondo le scritture – non ha diritto di parola, diventa così un simbolo della libertà di pensiero e di espressione. Amenábar ne fa una martire laica, ma la dota anche di un profondo umanesimo (predica fra i suoi studenti la fratellanza e l'uguaglianza), benché per dedicarsi completamente alla scienza si ritiri dal mondo e rinunci alla propria femminilità, rifiutando sia l'amore di Oreste (che, convertitosi più per convenienza che per fede, tenta inutilmente di proteggerla) sia quello del giovane schiavo Davo (che abbraccia il cristianesimo perché gli porta la libertà). Molto bella la ricostruzione della città di Alessandria, punto d'incontro fra varie culture (greca, egiziana, romana, ebraica e cristiana) e ribollente di tensioni religiose, sociali e politiche. L'élite culturale di cui fa parte Ipazia non si rende conto dei cambiamenti in atto ("Da quando ci sono tutti questi cristiani?") se non quando è troppo tardi. A lungo si era temuto che il film non uscisse in Italia, visto che – nonostante i precedenti successi del regista ("The others", "Mare dentro") – nessun distributore sembrava interessato a portarlo nelle sale. Immancabili sono sorte polemiche e voci su un presunto "veto" della Chiesa e degli ambienti cattolici: ma gli appelli su internet hanno dato i loro frutti, e la pubblicità intorno al film ne ha aumentato la notorietà, con molti intellettuali (come Umberto Eco) che ne hanno decantato le lodi. Naturalmente non sono mancati i detrattori: ma coloro che lo accusano a scatola chiusa, dimostrandosi come sempre "più papisti del papa", non hanno capito che la denuncia di Amenábar non è diretta contro la religione o il cristianesimo in sé, ma contro la loro degenerazione nel fondamentalismo che porta a tradire e a rinnegare proprio quei valori di cui si dicono portatori.

28 aprile 2010

A qualcuno piace caldo (B. Wilder, 1959)

A qualcuno piace caldo (Some like it hot)
di Billy Wilder – USA 1959
con Jack Lemmon, Tony Curtis, Marilyn Monroe
****

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Paola, Ilaria, Ginevra e Courtney.

"Nessuno è perfetto", recita la celeberrima battuta di Joe E. Brown che conclude il film: eppure, dopo averlo rivisto per l'ennesima volta, viene la tentazione di affermare che siamo proprio di fronte a qualcosa di perfetto. Merito della regia frizzante di Billy Wilder, naturalmente, e della sceneggiatura da lui scritta insieme al fidato I.A.L. Diamond, che non risparmia battute e gag "ardite" per l'epoca e ancora oggi, ma anche dell'interpretazione del trio di protagonisti di quella che è una delle migliori commedie della storia del cinema: la deliziosa Marilyn, nei panni di Zucchero Kandiski, svampita suonatrice di ukulele a caccia di milionari, e l'affiatata coppia formata da Jack Lemmon e Tony Curtis, spiantati suonatori di jazz (rispettivamente contrabbasso e sassofono), costretti a fuggire in tutta fretta da Chicago dopo essere stati testimoni involontari del massacro di San Valentino (siamo nel 1929) e travestitisi da donna per infiltrarsi in un'orchestra femminile diretta in Florida. Laggiù, Curtis ("Josephine") cambierà ancora travestimento, indossando i panni di un raffinato e occhialuto magnate del petrolio (che colleziona le conchiglie della Shell) per far colpo su Marilyn, mentre Lemmon ("Daphne") dovrà fare i conti con l'ostinato corteggiamento da parte dell'attempato Osgood (Brown), lui sì milionario per davvero. Gag strepitose, battute fulminanti, equivoci a sfondo sessuale e l'irresistibile simpatia di tutti i personaggi rendono la pellicola un vero capolavoro nel suo genere, mentre l'ambientazione negli anni del proibizionismo e la cornice da film di gangster (che giustifica la scelta della fotografia in bianco e nero: inizialmente il film avrebbe dovuto essere girato a colori, ma il regista cambiò idea a causa del pesante make-up necessario per truccare da donna Lemmon e Curtis) aggiungono la necessaria tensione. La sensualissima Marilyn canta alcuni dei suoi brani più famosi: "Runnin' wild", "I'm through with love" e soprattutto "I wanna be loved by you". Il titolo della pellicola proviene da un verso di una filastrocca per bambini, "Pease porridge hot".

26 aprile 2010

Mosca non crede alle lacrime (V. Menshov, 1979)

Mosca non crede alle lacrime (Moskva slezam ne verit)
di Vladimir Menshov – URSS 1979
con Vera Alentova, Irina Muravyova
***1/2

Visto in divx, con Marisa.

Nel 1958 la studentessa Katya viene abbandonata da Rudolf, che l'ha messa incinta, quando questi scopre che si tratta soltanto di un'operaia che abita in un pensionato femminile e non della figlia di uno stimato professore universitario come lei, sobillata dall'intrigante amica Ludmilla, gli aveva fatto credere. Vent'anni dopo Katya, che ha fatto carriera diventando una dirigente nella stessa fabbrica dove lavorava e nel frattempo ha cresciuto da sola la figlia Alexandra, trova finalmente l'amore nel meccanico Gosha, incontrato casualmente sul treno, ma rischia di perdere anche lui per il motivo opposto: Gosha, "vero uomo", non sopporta infatti l'idea che la moglie guadagni più di lui. Appassionante affresco storico-sociale tutto al femminile (oltre alle vicende di Katya vengono seguite quelle delle sue amiche Ludmilla e Tonya), il film di Menshov mette a confronto due diverse epoche e affronta, con un tono leggero ma tutt'altro che superficiale o accondiscendente, temi "scomodi" come l'aborto, le ragazze madri, l'alcolismo (con la triste parabola del giocatore di hockey), il tentativo di coniugare la vita privata e il lavoro nell'apparato statale, le difficoltà nell'instaurare relazioni sentimentali (esilarante la scena dell'agenzia di incontri per single) e in generale la condizione della donna e il rapporto fra i sessi nella Russia sovietica. Al personaggio di Katya, che attraverso le avversità della vita cresce e acquisisce consapevolezza dei propri sentimenti, passando dall'ingenuità alla maturazione, fanno da contraltare quelli che invece non imparano dai propri errori e che pertanto ritroviamo immutati a distanza di vent'anni: Rudolf, rimasto un operatore televisivo, sempre convinto che la televisione soppianterà ogni altra forma di comunicazione (e che ripete le stesse cose nel 1958 come nel 1978); Ludmilla, alla continua ricerca dell'uomo perfetto, pronta a ogni sotterfugio pur di sedurre uomini ricchi e intelligenti ma incapace di trovare il vero amore; e Tonya, semplice e senza ambizioni, che si accontenta di una famiglia normale ma che nonostante tutto trascorre un'esistenza felice. Diviso in due parti nettamente contrapposte e ambientate nei due diversi momenti storici (non mancano paralleli e riferimenti incrociati: nella seconda metà, per esempio, Alexandra ripete frasi che erano state dette da sua madre Katya nella prima), è un film divertente, vivace e commovente, ricco di sviluppi inaspettati e di colpi di scena, che nel finale si colora anche di un umorismo alla Kaurismäki (vedi il personaggio di Gosha, "maschilista" simpatico e dai modi spicci, interpretato dallo stesso Aleksey Batalov che vent'anni prima era stato il coprotagonista di "Quando volano le cicogne"). La pellicola vinse l'Oscar come miglior film straniero e, pare, fu vista più volte da Ronald Reagan prima dei suoi incontri con Mikhail Gorbaciov nel tentativo di comprendere meglio lo "spirito russo". L'attrice protagonista (ottima, come il resto del cast) era la moglie del regista.

25 aprile 2010

Quando volano le cicogne (M. Kalatozov, 1957)

Quando volano le cicogne (Letyat zhuravli)
di Mikhail Kalatozov – URSS 1957
con Tatiana Samoilova, Aleksey Batalov
***

Visto in divx alla Fogona, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Gli innamorati Boris e Veronika vengono separati dalla guerra: lui, partito volontario per il fronte, cadrà in azione sotto il fuoco tedesco; lei, rimasta orfana e accolta dalla famiglia del fidanzato ma costretta a sposare il subdolo Mark che l'ha presa con la forza, tenterà il suicidio ma troverà infine la forza di sopravvivere. Melodrammone romantico e strappalacrime, un classico del cinema sovietico "popolare" nonché uno dei film russi più famosi di sempre (vinse anche la Palma d'Oro al Festival di Cannes), può contare su una regia dinamica e decisamente moderna per l'epoca, ricca di movimenti di macchina e di inquadrature geniali, e su una luminosa fotografia in bianco e nero che si concentra soprattutto sul volto della Samoilova, alla quale sono concessi numerosi primi piani. Le tragedie della guerra vengono filtrate dalle vicende umane dei protagonisti, e così il conflitto acquista una dimensione intima e personale anziché storica e nazionale. Più che alle scene di battaglia (alla guerra vera e propria è dedicata una sola sequenza, nella quale peraltro non si intravedono mai i soldati nemici), l'interesse del regista è tutto rivolto al "fronte interno", a coloro che sono rimasti a casa ad attendere il ritorno dei loro cari. Pur non potendo evitare un pizzico di retorica a sfondo patriottico, con l'elogio dei coraggiosi soldati e la condanna degli intellettuali imboscati (il musicista Mark si "compra" l'esenzione per non andare a combattere), il film mantiene il proprio focus sui sentimenti individuali, come l'amore e le emozioni, e anche quando parla della guerra lo fa con toni antibellici (d'altronde la pellicola è stata realizzata negli anni del disgelo, dopo che Kruscev aveva dato l'avvio alla cosiddetta "destalinizzazione" e l'URSS stava ripensando la propria ideologia in chiave pacifista). Le scene che rimangono più impresse sono quella della morte di Boris, che piomba a terra osservando il cielo e gli alberi che vorticano attorno a lui e ha una fugace visione di quella che avrebbe potuto essere la sua vita futura, e quella assai frenetica del tentativo di Veronika di suicidarsi buttandosi sotto un treno, che viene interrotto quando la ragazza preferisce invece salvare un bambino in pericolo (un salvataggio reciproco, dunque). Ma sono notevoli e cariche di drammaticità visiva anche le due sequenze dei bombardamenti aerei, quella in cui Veronika torna a casa e la trova distrutta e quella in cui Mark cerca di approfittare di lei mentre dall’esterno le bombe illuminano la stanza con lampi e tuoni. Una curiosità: il titolo originale non cita le cicogne ma le gru, il cui arrivo annuncia la primavera. In Francia, però, il termine "grue" indica colloquialmente anche le prostitute, e dunque oltralpe (e di converso in Italia) il titolo fu cambiato, fingendo che gli uccelli che i protagonisti vedono volare in cielo, nella scena di apertura e in quella di chiusura, siano appunto cicogne.

22 aprile 2010

Departures (Yojiro Takita, 2008)

Departures (Okuribito)
di Yojiro Takita – Giappone 2008
con Masahiro Motoki, Tsutomu Yamazaki
***

Visto al cinema Eliseo, con Rachele.

Vincitore a sorpresa dell'Oscar per il miglior film straniero nel 2009, "Departures" affronta il tema del lutto e dell'addio alle persone care da un punto di vista decisamente insolito, dimostrando che l'amore per la vita passa anche attraverso il rispetto per la morte. Il protagonista Daigo, violoncellista costretto a rinunciare alla carriera musicale dopo lo scioglimento della sua orchestra e trasferitosi da Tokyo al suo paese natale nella prefettura di Yamagata, trova lavoro in quella che credeva essere un'agenzia turistica e che invece si occupa di "necro-cosmesi": il suo compito consiste nel preparare i corpi dei defunti per il loro "viaggio finale", ripulendoli, vestendoli e truccandoli affinché ricevano l'ultimo saluto da parte dei parenti prima della cremazione. Ma anche nella cultura giapponese, così sensibile e attenta al ciclo della vita, la morte è quasi un argomento tabù: poiché da sempre i defunti vengono appunto inceneriti, lavorare a contatto con i cadaveri è considerato impuro e degradante; ecco perché Daigo tiene inizialmente nascosto il proprio mestiere ("tanato-esteta") alla moglie, che quando lo scopre minaccia di lasciarlo e rifiuta di lasciarsi toccare da lui; a un certo punto vediamo persino un amico togliergli il saluto a causa della sua professione. Eppure, lavorando con passione e amore, pian piano il protagonista riesce a conquistare la giusta serenità che finisce col contagiare anche coloro che gli stanno attorno, guadagnandosi rispetto e comprensione. Ben lungi dall'essere un semplice rituale o una cerimonia vuota e "inutile" (come potrebbe sembrare a prima vista, dato che i corpi verranno comunque cremati subito dopo), il suo lavoro diventa un mezzo per ricomporre i dissidi e i contrasti irrisolti in vita, come mostra il caso dei genitori che solo dopo la morte accettano la natura "femminile" del loro figlio travestito. E nel finale, proprio attraverso il rito della vestizione e della pulitura del suo corpo, lo stesso Daigo recupera anche il rapporto con il padre, che aveva abbandonato la famiglia quando lui era ancora un bambino. Pur non particolarmente innovativa dal lato cinematografico (ma scenografia e ambientazione hanno un fascino particolare), la pellicola ha i suoi maggiori pregi nel soggetto e nella delicatezza in cui questo è trattato. Tutto, nel film, ci ricorda che la morte è parte essenziale della vita: la natura (i salmoni che risalgono la corrente del fiume per poi morire), l'amore (dopo aver visto il suo primo cadavere, Daigo sente l'esigenza di abbracciare la moglie per "attaccarsi" a qualcosa di vivo), il cibo (i personaggi si rendono conto del fatto che la carne che mangiano proviene da animali morti: fortunatamente questo non si traduce in un rifiuto – come nel caso dei vegetariani più estremi – ma in una maggior consapevolezza), il rapporto con i genitori (che si concretizza e si rafforza anche dopo la loro dipartita: non solo nel caso di Daigo, ma anche del suo amico, il figlio della donna che gestisce il bagno pubblico, e in generale di tutti i parenti di coloro alle cui cerimonie funebri assistiamo sullo schermo) e persino la musica (mentre il protagonista suona il violoncello, immerso fra le montagne e i campi, la primavera prende il posto dell'inverno e ogni cosa rinasce a nuova vita). Nella prima parte non mancano passaggi decisamente comici o grotteschi (il polpo che la moglie di Daigo sta per cucinare e che si rivela essere ancora vivo; la preparazione del filmato "dimostrativo" con Daigo come modello), che poi lasciano il posto a un profondo umanesimo che si sviluppa con lentezza e poesia. Anche la colonna sonora di Joe Hisaishi (a parte alcuni brani di Beethoven, Brahms e Schubert) è più commovente e melodica del solito.

20 aprile 2010

Gattaca (Andrew Niccol, 1997)

Gattaca - La porta dell'universo (Gattaca)
di Andrew Niccol – USA 1997
con Ethan Hawke, Jude Law, Uma Thurman
***1/2

Rivisto in DVD, con Ginevra, Ilaria e Giuseppe.

In un futuro "non troppo distante", dove l'eugenetica è diventata pratica comune e la maggior parte degli esseri umani nasce in provetta previa selezione artificiale delle migliori caratteristiche genetiche, i pochi individui concepiti ancora col vecchio metodo sono oggetto di discriminazioni di vario tipo. Solo i cosiddetti "validi", quelli con un corredo genetico perfetto, possono infatti accedere agli incarichi e alle mansioni più importanti, mentre agli altri sono riservati compiti umili e manuali. Per farsi assumere al centro aerospaziale Gattaca e coronare il suo sogno di diventare astronauta, dimostrando che la forza di volontà è superiore a ogni tipo di "predestinazione", il giovane Vincent (Ethan Hawke) deve dunque assumere l'identità di un membro dell'élite, il nuotatore Jerome (Jude Law), che all'insaputa di tutti è rimasto paralizzato e ha deciso di aiutarlo "prestandogli" campioni del proprio DNA (ciglia, pelle, sangue, urina) per ingannare sensori e controlli. Ma quando sembra ormai che Vincent sia riuscito nel suo intento, a una sola settimana dal suo lancio verso Titano, l'improvviso omicidio del direttore del centro spaziale fa scattare le minuziose indagini della polizia, con il rischio che la sua frode venga scoperta. E di lui comincia a sospettare anche la bella collega Irene (Uma Thurman), di cui nel frattempo si è innamorato. Costruito come un thriller ad altissima tensione, l'avvincente film di Niccol (sceneggiatore di "Truman Show" e alla sua prima regia: in seguito ha diretto altre pellicole più o meno interessanti, come "S1m0ne" e "Lord of war") è un classico esempio di fantascienza a sfondo distopico che non punta sull'azione o sugli effetti speciali ma sulla descrizione di una società futura in cui vengono estremizzati aspetti o tendenze dei giorni nostri. La convincente prova degli attori (oltre ai protagonisti, in ruoli minori ci sono anche Ernest Borgnine, Gore Vidal, Loren Dean e Alan Arkin), le scenografie fredde e asettiche che ricordano l'architettura futurista o sovietica degli anni sessanta (c'è chi ci ha visto richiami ad "Agente Lemmy Caution: missione Alphaville" di Godard, anche per l'utilizzo di abiti, acconciature e automobili retrò, quasi da film noir), la sceneggiatura calibratissima dello stesso Niccol e la musica di Michael Nyman contribuiscono a renderlo uno dei migliori lungometraggi di science fiction degli ultimi anni. Il titolo del film è composto dalle sole lettere G, A, T e C, ovvero le iniziali delle quattro basi azotate (guanina, adenina, timina e citosina) che compongono il DNA umano.

19 aprile 2010

L'infanzia di Ivan (A. Tarkovskij, 1962)

L'infanzia di Ivan (Ivanovo detstvo)
di Andrej Tarkovskij – URSS 1962
con Nikolaj Burljaev, Valentin Zhubkov
***

Rivisto in DVD, con Marisa, Ginevra, Eleonora e Marco.

Il dodicenne Ivan, che ha perso i genitori in guerra, viene usato come spia ed "esploratore" dalle truppe sovietiche durante la Seconda Guerra Mondiale (siamo sul fronte ucraino) ed è spesso inviato in avanscoperta nel territorio nemico oltre il fiume Dnepr. Vista la sua età, gli ufficiali (ai quali si è molto affezionato) vorrebbero però allontanarlo dai pericoli della guerra e mandarlo in una scuola militare: ma il ragazzino rifiuta ostinatamente. Dopo una missione, se ne perderanno le tracce. Al termine del conflitto, negli archivi della cancelleria di Berlino, il giovane tenente Galtsev scoprirà che Ivan è stato catturato e fucilato dai tedeschi.

Primo lungometraggio di Tarkovskij, vincitore del Leone d'Oro a Venezia, questo film avrebbe dovuto essere diretto da un altro regista; ma poi subentrò il giovane Tarkovskij, da poco uscito dalla scuola di cinema, che rigirò da capo anche il materiale già realizzato. Nonostante non si tratti di un progetto personale, comunque, sono presenti diversi elementi tipicamente tarkovskiani (l'infanzia, i sogni, il rapporto con i genitori – veri o "adottivi" che siano – nonché, di sfuggita, la natura, l'arte e la religione, il tutto in un ambiente desolato e "aquatico"). Come film di guerra è assai atipico, visto che non mostra mai scontri con il nemico (al limite si odono i botti in lontananza e si vedono i razzi di illuminazione sfrecciare nel cielo) e si focalizza soprattutto su esperienze intime e personali. Manca anche del tutto la retorica bellica (o anti-bellica, se è per questo) e patriottica, così come ogni forma di moralismo. Ivan, nonostante l'età, non si comporta affatto come un ragazzino di dodici anni e pare altrettanto "adulto" - se non di più – degli ufficiali che affianca nelle missioni. La sua "infanzia" è confinata a flashback visti attraverso i suoi sogni (il film si apre e si chiude proprio con due di questi), molti dei quali hanno la madre come protagonista: un sogno in particolare, quello del carretto che trasporta le mele e del cavallo che le mangia, era stato fatto dallo stesso Tarkovskij da bambino. Molto bella la fotografia in bianco e nero di Vadim Yusov, perfettamente al servizio delle inquadrature e delle idee visionarie del regista, e memorabili alcune location: la foresta di betulle presso l'insediamento sovietico, l'aquitrino a fianco del fiume, la chiesa sventrata dalle esplosioni (sulle cui mura si intravedono ancora alcuni affreschi), l'archivio tedesco semidistrutto.

18 aprile 2010

Tiger on the beat (Lau Kar-Leung, 1988)

Tiger on the beat (Lo foo chut gang)
di Lau Kar-Leung – Hong Kong 1988
con Chow Yun-Fat, Conan Lee
**1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Francis (CYF), poliziotto indolente e donnaiolo, è costretto a fare coppia con il giovane collega Michael (Conan Lee, in un ruolo alla Jackie Chan), assai più efficiente di lui ma anche più ingenuo, per sgominare una banda di trafficanti di droga. Il loro "contatto" è la bella e prosperosa Nina Li Chi, sorella di uno dei membri della banda che ha deciso di tradire il capo, anche se faticheranno non poco per convincerla a collaborare. Entrato nella memoria collettiva degli appassionati di cinema di Hong Kong soprattutto per lo spettacolare combattimento finale con le motoseghe fra Conan Lee e Gordon Liu, il film garantisce una buona dose di divertimento anche prima di questo climax: è una commedia poliziesca assai gradevole e in puro stile anni ottanta, con molti debiti verso "Police story" (e "Arma letale") e un Chow Yun-Fat al massimo della forma, ironico ed espressivo. Memorabile la scena di apertura, con i due amanti a letto ammanettati per le caviglie, e dinamici e convincenti tutti i combattimenti e gli inseguimenti. Il regista, noto anche come Liu Chia-Liang, era un frequentatore dei gongfupian degli Shaw Brothers. Cameo per Ti Lung, che si esibisce in uno scontro "amichevole" con Conan Lee.

17 aprile 2010

Blu profondo (Renny Harlin, 1999)

Blu profondo (Deep Blue Sea)
di Renny Harlin – USA 1999
con Thomas Jane, LL Cool J
**

Visto in DVD.

Per trovare una cura contro l'Alzheimer, un gruppo di scienziati effettua esperimenti sul cervello degli squali presso una piattaforma petrolifera isolata al largo della costa, rendendoli super intelligenti e ancora più feroci. Quando gli animali si libereranno, favoriti da una tempesta, faranno una strage. Onesta pellicola da "totomorti" e di puro intrattenimento, dai presupposti del tutto implausibili e dagli sviluppi poco originali ma realizzata con una certa professionalità e con una bella ambientazione: vista nelle giuste condizioni, può divertire. Il ritmo e la tensione non mancano, e in ruoli minori compaiono anche Samuel L. Jackson (il milionario che ha finanziato le ricerche) e Stellan Skarsgård. L'incipit rimanda – e non poteva essere altrimenti – a "Lo squalo" di Steven Spielberg, al quale ci sono svariati riferimenti (come la targa automobilistica in bocca a uno dei pescioni). A un certo punto, il rapper LL Cool J esclama "Non ho mai visto un nero cavarsela in una situazione del genere", ironizzando sul classico destino dei personaggi di colore nei film di questo tipo.

16 aprile 2010

Audition (Takashi Miike, 1999)

Audition (id.)
di Takashi Miike – Giappone 1999
con Ryo Ishibashi, Eiki Shiina
***

Rivisto in DVD, con Martin, in originale con sottotitoli.

Quando il signor Aoyama (rimasto vedovo da sette anni e con un figlio a carico) decide di risposarsi, per trovare l'anima gemella chiede aiuto a un amico, un produttore cinematografico, che organizza a suo beneficio un'audizione per giovani attrici. Grazie a questo stratagemma, Aoyama conosce e si innamora di Asami, una ragazza che sembra fatta apposta per lui: è dolce, colta e sensibile... peccato però che si tratti di una psicopatica dal tragico passato! "Audition", uno dei primi film di Miike che ho visto, è una pellicola geniale e sorprendente, continuamente spiazzante, che parte come un dramma familiare, sfiora l'analisi sociale, sembra trasformarsi in una commedia romantica, si sviluppa attraverso una fase onirica e angosciante e sfocia infine nel più puro ed esplicito torture movie. Ma il bello è che questi continui cambi di genere (comunque preceduti da indizi "disturbanti"), così come la violenza grafica nella seconda parte, non sono gratuiti o fini a sé stessi ma perfettamente al servizio della storia che il regista nipponico vuole narrare (una tragica storia di solitudini e di amori impossibili: se non ci fosse l'horror, sarebbe un melodramma). I personaggi sono ben costruiti e il background dei traumi e delle ossessioni di Asami viene alla luce lentamente, costruendo una tensione che monta poco a poco: il maggior pregio del film è proprio quello di lasciar attendere con molta pazienza il momento finale in cui esplode la violenza, senza sbatterla subito e sin dall'inizio sotto gli occhi dello spettatore, e aumentando così a dismisura il suo coinvolgimento. Memorabile (e almeno tanto divertente quanto terrificante) il "kiri kiri kiri" intonato dalla sadica Asami mentre tortura la sua vittima.

15 aprile 2010

Real fiction (Kim Ki-duk, 2000)

Real fiction (Shilje sanghwang)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 2000
con Ju Jin-mo, Kim Jin-ah
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Un taciturno ritrattista di strada è continuamente umiliato dai propri clienti e deve sottomettersi alle angherie di tre "bulli" che taglieggiano lui e altri venditori ambulanti. Seguendo una misteriosa ragazza che non smette di riprenderlo con la sua videocamera digitale, giunge sul palcoscenico di uno strano teatro deserto dove un attore, che sta provando un dramma intitolato "Alter ego", lo provoca e lo stimola a reagire e a far uscire finalmente la propria rabbia, spingendolo così a vendicarsi sanguinosamente di tutti coloro che, anche in passato, lo hanno deriso o maltrattato. Al termine della catena di omicidi, però, scopriremo che nessuno di questi è realmente avvenuto: si trattava solo di fantasia, o meglio di finzione, come sembra indicare l'ultima inquadratura del film nella quale il regista grida "Cut!" e i personaggi si rivelano come attori, mentre scorrono i titoli di coda. Girato nello stesso anno de "L'isola", il quinto lungometraggio di Kim (che ripropone temi a lui cari come l'arte, la violenza, l'emarginazione e il silenzio) è un filmetto strano e bizzarro, assai sperimentale, ideato e realizzato in pochi giorni (pare che le riprese siano durate 200 minuti in tutto!): le immagini del protagonista che si sposta per la città per compiere le sue vendette sono spesso mostrate attraverso la camera digitale a mano, con luci sovraesposte e con scarsa definizione, come se immortalate continuamente e in tempo reale dalla ragazza che lo segue (ma né lui né gli altri personaggi si curano della sua presenza "invisibile"). La riflessione metacinematografica su realtà e finzione, suggerita dal titolo, rimane a un livello superficiale e ha poco spessore: più interessante, invece, quella psicanalitica, con l'immedesimazione fra il protagonista e l'attore teatrale (viene il dubbio che sia quest'ultimo a "usarlo" per vendicarsi dei suoi nemici: ma più probabilmente si tratta di una sorta di autoanalisi) e la sua trasformazione da personaggio timido e passivo a spirito violento e vendicativo, sia pure soltanto in sogno o in desiderio.

13 aprile 2010

Gli anni spezzati (Peter Weir, 1981)

Gli anni spezzati (Gallipoli)
di Peter Weir – Australia 1981
con Mel Gibson, Mark Lee
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Paola, Ilaria e Giuseppe.

Due giovani atleti australiani (l'idealista "campagnolo" Archie e il più cinico "cittadino" Frank) si arruolano per andare a combattere in Europa durante la Prima Guerra Mondiale: la visione innocente della guerra lascerà il posto alla consapevolezza della futilità del massacro di cui saranno protagonisti, mentre la storia della loro amicizia si intreccia con i tragici eventi di Gallipoli, in Turchia, presso lo stretto dei Dardanelli, il primo grande scontro militare che vide la partecipazione delle forze australiane e neozelandesi. Estremamente toccante nel suo messaggio antibellico (ma la guerra vera e propria la si vede soltanto negli ultimi minuti della pellicola: gran parte del film si svolge invece in Australia, per narrare l'incontro e l'amicizia fra i due personaggi principali, e poi in Egitto, dove si trovava il campo di addestramento degli australiani), il film di Weir mostra attraverso lo sguardo di due persone comuni uno degli eventi più importanti, ancorché tragici, della breve storia australiana, forse la prima occasione in cui il paese sviluppò una "coscienza nazionale". Nel 1915 l'Australia era infatti un paese ancora giovane (proprio come i due protagonisti, che dunque lo rappresentano alla perfezione) e molto legato alla sua "madrepatria", l'Impero Britannico, al punto da inviare spontaneamente le proprie truppe di volontari a combattere al suo fianco in un conflitto che non la riguardava per nulla: nella prima parte del film è esemplare lo scambio di battute fra i due protagonisti e l'uomo che incontrano nel deserto, che non capisce a quale scopo gli australiani debbano andare a combattere contro i tedeschi o i turchi. Del film rimangono in mente soprattutto le sequenze finali, quelle del sanguinoso e inutile attacco alle trincee nemiche, e naturalmente il fermo immagine conclusivo che "congela" il momento in cui Archie viene colpito. Interessante il commento musicale: gran parte della colonna sonora è costituita dall'Adagio in sol minore di Albinoni (in realtà di Remo Giazotto) e dalla musica elettronica di Jean-Michel Jarre (dall'album "Oxygéne").

12 aprile 2010

L'uomo nell'ombra (R. Polanski, 2010)

L'uomo nell'ombra (The ghost writer)
di Roman Polanski – GB/Germania/Francia 2010
con Ewan McGregor, Pierce Brosnan
***

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

Un abile ghost writer, ovvero uno "scrittore ombra" (per tutta la pellicola non sapremo mai il suo vero nome), viene assunto per redigere l'autobiografia dell'ex primo ministro britannico Adam Lang, dopo che il suo predecessore – che aveva già completato una prima stesura del manoscritto – è rimasto vittima di uno strano "incidente", cadendo da un traghetto. Il politico, che ha terminato da poco il suo mandato (e che è modellato in maniera evidente su Tony Blair), vive ora in una piccola isola negli Stati Uniti ed è tornato al centro dell'attenzione dei media per l'accusa di aver approvato metodi illegali (rapimenti, torture) nella lotta contro il terrorismo. Recatosi sull'isola per intervistarlo, e sviscerando il suo passato, lo scrittore inizia a scoprire strane contraddizioni, verità che qualcuno non vorrebbe riportare alla luce... Dopo alcuni anni, Polanski torna al thriller con un tesissimo lungometraggio di (fanta)politica, tratto da un romanzo di Robert Harris (che ha contribuito alla sceneggiatura), nel quale non è difficile leggere in controluce una critica all'operato di Tony Blair e al suo incondizionato sostegno alla "guerra al terrore" voluta da Bush ("Mi citi una sola decisione presa da Adam Lang che sia andata contro l'interesse degli Stati Uniti d'America", domanda uno degli accusatori dell'ex premier): ma al di là dei riferimenti politici e al mondo reale, il film funziona benissimo anche come semplice pellicola di genere, con sequenze di grande suspence e una storia ricca di complotti, segreti, cospirazioni e atmosfere paranoiche. D'altronde il regista polacco è sempre stato un maestro nel costruire una tensione che monta lentamente (molto lentamente: la pellicola si prende i suoi buoni tempi per costruire un intreccio coinvolgente) e e nello sfruttare nel migliore dei modi un'ambientazione isolata e circoscritta. Se i colpi di scena non mancano fino all'ultima inquadratura, anche la caratterizzazione dei personaggi lascia decisamente soddisfatti (grazie anche alle ottime interpretazioni, su tutte quella magistrale di Ewan McGregor nei panni di un uomo "comune" che si ritrova prigioniero di un intrigo colossale: ma sono bravi anche Brosnan, che dà vita a un Lang/Blair con il giusto mix di ambiguità e ingenuità, e Olivia Williams nei panni di sua moglie; e ci sono piccole parti per James Belushi, Kim Cattrall e persino un cameo di Eli Wallach!), per non parlare degli aspetti tecnici (la fotografia suggestiva; la musica di Alexandre Desplat, ricca di atmosfera; e le scenografie intriganti, come la villa dall'arredamento minimalista nel quale si svolge gran parte della storia).

11 aprile 2010

Einstein junior (Yahoo Serious, 1988)

Einstein junior (Young Einstein)
di Yahoo Serious – Australia 1988
con Yahoo Serious, Odile Le Clezio
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Visto in divx, con Giovanni.

1905: il giovane Albert Einstein vive in Tasmania, nella fattoria dei genitori, dove trascorre il tempo raccogliendo mele e inventando nuove teorie fisiche. Dopo aver scoperto come aggiungere le bollicine alla birra (spaccando un "atomo di birra" con uno scalpello), si trasferirà a Sydney dove, fra le altre cose, si innamorerà di Marie Curie, inventerà il surf e il rock and roll (e il violino elettrico), ma finirà anche in manicomio. Infine si recherà a Parigi per ricevere il prestigioso Science Academy Award dalle mani dell'anziano Charles Darwin. Il primo film del comico Yahoo Serious (anche sceneggiatore e compositore) è una scemenza infantile senza capo né coda, ricca di anacronismi, inaccuratezze storiche e battute talmente stupide da non crederci (e, peggio, che raramente strappano un sorriso). Ha almeno il pregio di non essere pretenzioso e di infilare qua e là persino qualche spunto scientifico, come quando Einstein spiega a Marie la teoria della relatività.

10 aprile 2010

L'australiano (Jerzy Skolimowski, 1978)

L'australiano (The shout)
di Jerzy Skolimowski – GB 1978
con Alan Bates, John Hurt
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Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

In un istituto inglese di ricovero per malattie mentali, dove si è recato per "segnare i punti" durante una partita di cricket a cui prendono parte sia medici sia pazienti (ed è curioso come i praticanti di questo sport vestano tradizionalmente di bianco, proprio come i residenti nell'istituto), il visitatore Robert Graves (Tim Curry) ascolta lo strano racconto di uno dei malati, l'enigmatico Crossley, che gli narra una storia di cui egli stesso è il protagonista nei panni di un uomo che – dopo aver vissuto diciotto anni nell'entroterra australiano, apprendendo da uno sciamano aborigeno inquietanti segreti e capacità "magiche", come quella di uccidere ogni essere vivente a distanza attraverso il suo "urlo" assassino – si installa prepotentemente a casa di una giovane coppia che vive sulla costa del Devon settentrionale, sconvolgendone le vite. Il marito, Anthony, è un musicista che suona occasionalmente l'organo nella chiesa del paese e intanto compie ricerche e sperimentazioni sui suoni e sugli effetti elettronici; la moglie, Rachel (Susannah York, il cui bel corpo nudo è mostrato a più riprese), viene "conquistata" da Crossley attraverso la magia: per sconfiggerlo e riappropriarsi della propria moglie e della propria esistenza, anche Anthony ricorrerà al soprannaturale, spaccando in quattro pezzi la pietra che contiene "l'anima" del rivale. Le suggestioni antropologiche legate al mondo degli aborigeni australiani (che erano già approdate al cinema l'anno prima con "L'ultima onda" di Peter Weir) si sposano alla perfezione con le inquietudini familiari ed esistenziali di Skolimowski (che, ricordiamolo, era stato lo sceneggiatore del primo lungometraggio di Polanski, "Il coltello nell'acqua") in un film disturbante e coinvolgente, tutto basato sulle percezioni sensoriali (soprattutto uditive: i suoni, i rumori, il racconto, l'urlo) e su quello che va oltre (il soprannaturale, i sogni, l'anima), e che paradossalmente trova maggior valore proprio nella frammentazione e nella confusione della vicenda (cui si adeguano persino la regia e il montaggio, tutt'altro che lineare). Come ne "Il gabinetto del dottor Caligari", si rimane con il dubbio che l'intera vicenda sia soltanto frutto della fantasia di Crossley, che vi ha inserito come protagonisti alcune delle persone con cui è entrato in contatto nell'istituto (Anthony è uno dei ricoverati, Rachel sembrerebbe un'infermiera), anche se alcuni indizi (il dottore morto mentre si tappava le orecchie, la scena finale in cui Rachel recupera la sua fibbia) sembrano invece suggerire un fondo di verità. Magnifica l'ambientazione, una striscia abitabile imprigionata fra un mare impervio e le dune del deserto, ma bella anche la clinica di campagna dove si svolge l'incontro di cricket, e indimenticabili anche i personaggi minori (dal dottore che valuta la pazzia anche degli alberi, ai vari abitanti del villaggio). La colonna sonora è di Tony Banks, membro dei "Genesis". Il personaggio interpretato da Tim Curry è in realtà l'autore del racconto originale da cui il film è tratto.

9 aprile 2010

L'avversario (Nicole Garcia, 2002)

L'avversario (L'adversaire)
di Nicole Garcia – Francia/Svizzera 2002
con Daniel Auteuil, Géraldine Pailhas
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Rivisto in divx alla Fogona, con Eva e Marisa.

"C'è qualcosa di peggio che essere scoperti: non esserlo". Ispirato alla tragica storia vera di Jean-Claude Romand, che per oltre quindici anni riuscì a ingannare la famiglia e gli amici fingendo di essere un medico e un ricercatore impiegato a Ginevra presso l'Organizzazione Mondiale della Sanità, "L'avversario" è un film terribile e angosciante. Auteuil interpreta Jean-Marc Faure, un personaggio la cui intera vita è una colossale menzogna, un crescendo di bugie cominciato quando all'Università aveva mentito sul fatto di aver superato un esame e che poi si è ampliato come una valanga, fino al punto di non ritorno: ormai integrato in una comunità che lo ammira e lo rispetta per la sua posizione, e con una famiglia che pretende un tenore di vita adeguato, non può più rivelare di essere in realtà un impostore e persino disoccupato. Abita in una tranquilla cittadina di montagna francese, al confine con la Svizzera: ogni mattina esce di casa fingendo di andare al lavoro, ma in realtà trascorre le giornate senza far nulla; a volte simula addirittura viaggi internazionali per recarsi a conferenze e dibattiti scientifici, tornando poi con regali "comprati in aeroporto" per la moglie e le figlie. Il suo "successo professionale" è visto con orgoglio soprattutto dai genitori, anziani contadini il cui conto in banca, da lui gestito e continuamente saccheggiato, è una delle sue principali fonte di sostentamento: un'altra sono i risparmi che parenti, amici e conoscenti gli affidano affinché lui li investa per conto loro, denaro che naturalmente non riavranno mai indietro. Ma pian piano la finzione inizia a farsi insostenibile, il castello di inganni sembra sul punto di crollare e anche la moglie comincia ad avere qualche dubbio. Dapprima Jean-Marc cercherà di costruirsi finalmente qualcosa di "reale", imbastendo una relazione clandestina a distanza con un'amica (interpretata da Emmanuelle Devos); ma poi, messo con le spalle al muro, non gli resterà che la scelta più radicale. L'ambientazione (l'Alta Savoia), la recitazione (ottimo, come sempre, Auteuil), la regia misurata e la fotografia algida contribuiscono allo sviluppo di un film lento e freddo (forse anche troppo), che descrive bene la perenne sospensione di un'esistenza virtuale e una situazione senza sbocco. Anche la destrutturazione cronologica della vicenda, con ampio uso di flashback e di una "confessione" in video girata ma poi non usata da Jean-Marc, è efficace. Dalla stessa vicenda, ma prendendosi maggiori libertà, Laurent Cantet aveva tratto l'anno prima un altro film, "A tempo pieno".

8 aprile 2010

Giorni e nuvole (Silvio Soldini, 2007)

Giorni e nuvole
di Silvio Soldini – Italia 2007
con Antonio Albanese, Margherita Buy
**

Visto in divx alla Fogona, con Eva, Alberto, Katiuscia e Alessandro.

Michele, piccolo imprenditore di mezza età, viene estromesso dalla stessa azienda che ha contribuito a fondare. Rimasto senza una fonte di reddito (anche la moglie Elsa non lavora), cerca inutilmente di trovare un nuovo impiego: col tempo dovrà ridimensionare le pretese e adattarsi anche a svolgere lavoretti umili e non qualificati, mentre a sua volta Elsa rinuncerà a coltivare le proprie passioni (come il restauro di dipinti e affreschi antichi) per dare il proprio contributo al sostentamento della famiglia, facendosi assumere prima in un call center e poi come segretaria. Il crescente malessere e la depressione di lui, che vanno di pari passo con le difficoltà economiche e il "declassamento" sociale, metteranno in pericolo anche la loro relazione. Ho poco da dire su questo film, girato in una Genova anonima e inospitale: se da un lato sono apprezzabili il realismo, l'attenzione e la sensibilità con cui Soldini, coadiuvato soprattutto dalle buone prove degli attori, affronta l'argomento della disoccupazione (ma è chiaro che gli interessa più il cinema esistenziale che quello di denuncia, visto che sono assenti approfondimenti di tipo sociale), dall'altro il gusto televisivo della confezione (vedi soprattutto la fotografia), la narrazione blanda e la sceneggiatura incapace di graffiare mi hanno impedito un particolare coinvolgimento emotivo, lasciandomi indifferente alle sorti dei personaggi fino al debole finale, all'insegna di una riconciliazione che non si capisce bene su quali basi dovrebbe fondarsi. Ogni paragone con il brillante "Nuvole in viaggio" di Aki Kaurismäki (con il quale, forse non a caso, condivide anche la parola "nuvole" nel titolo) sarebbe fuori luogo. La figlia dei protagonisti è Alba Rohrwacher.

7 aprile 2010

Volevo solo dormirle addosso (E. Cappuccio, 2004)

Volevo solo dormirle addosso
di Eugenio Cappuccio – Italia 2004
con Giorgio Pasotti, Cristiana Capotondi
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Eva, Alberto, Katiuscia e Alessandro.

A Marco Pressi, giovane e rampante manager addetto alla selezione e alla formazione del personale delle sede italiana di una multinazionale, viene assegnato un incarico di tipo ben diverso: trasformarsi in un "tagliatore di teste". Riceverà infatti una promozione e un congruo bonus se riuscirà a ridimensionare drasticamente le cosiddette "risorse umane" della ditta dove lavora (il cui motto, ironicamente, è "People first"), venendo così incontro alle pressanti richieste della casa madre in un momento di crisi. In poche parole, dovrà licenziare il 30% dei dipendenti (25 persone in tutto) entro pochi mesi, convincendoli ad andare in pensione anticipatamente o a dimettersi, il tutto senza innervosire i sindacati o creare un clima ostile in azienda. Man mano che procederà verso il suo obiettivo (anzi, il "target", come viene chiamato), il suo mondo di valori entrerà in crisi, così come il rapporto con la fidanzata, che da lui pretende qualcosa in più di passare semplicemente insieme la notte (da cui il titolo). Realizzato quando la crisi delle dot-dom aveva già fatto esplodere la bolla speculativa, il film appare oggi – alla luce della crisi economica del biennio appena trascorso – ancora più profetico e incisivo, al punto che sembra lecito perdonargli certe banalità nella costruzione dei personaggi, poco più che macchiette o stereotipi, e l'utilizzo semplicistico dell'ambientazione lombarda. A salvarlo è infatti il soggetto, sicuramente originale, e soprattutto l'efficace ritratto di un ambiente freddo, ipocrita e spersonalizzato, con manager che usano un linguaggio composto da un misto di frasi fatte, termini in inglese e formule svuotate di ogni significato originario (il tormentone "Ti stimo molto", l'invenzione più geniale del film, è usato da Marco come saluto universale, anche quando si rivolge alla madre, agli amici o alla fidanzata), e dove anche le relazioni sentimentali e sessuali sembrano derubricate a livello di merci. Il regista si era fatto notare per il suo film d'esordio, "Il caricatore", diretto insieme a Massimo Gaudioso e Fabio Nunziata.

4 aprile 2010

Racconto d'inverno (Eric Rohmer, 1992)

Racconto d'inverno (Conte d'hiver)
di Eric Rohmer – Francia 1992
con Charlotte Véry, Hervé Furic
**1/2

Rivisto in DVD.

Alla fine di un amore estivo, la giovane Félicie sbaglia stupidamente a dare il proprio indirizzo al cuoco giramondo Charles: i due, così, non si risentono più e Félicie si ritrova a crescere da sola la bambina che, mesi dopo, nasce da quella fugace relazione. Passano cinque anni: durante l'inverno, nel periodo natalizio, la ragazza abbandona il suo fidanzato Loïc per andare a vivere in un'altra città con Maxence, presso il cui salone lavora come parrucchiera; ma dopo qualche giorno lascia anche lui e torna a casa dalla sua famiglia, consapevole di "non amare abbastanza" nessuno dei due uomini. Alla fine, quasi per caso o forse per premonizione, rincontrerà Charles sull'autobus e potrà riannodare le fila di un amore che, nonostante la lontananza, non si era mai interrotto. Il secondo capitolo dei "Racconti delle quattro stagioni" ha lo stesso titolo di una commedia di Shakesperare (che Félicie e Loïc vanno a vedere a teatro, e di cui Rohmer ci propone un lungo estratto): come quella, parla di personaggi creduti scomparsi, morti o in esilio, che ritornano al momento opportuno, dopo un lungo periodo di assenza in cui sono stati gettati i semi per una nuova e inevitabile fioritura. Il clima freddo e piovoso, fra neve, ghiaccio, nebbia, guanti e giacconi, è infatti soltanto uno scenario che circonda dall'esterno i personaggi, i quali invece al loro interno ribollono di continui mutamenti che attendono di venire alla luce: Félicie, affezionata ma non innamorata dei suoi pretendenti (l'intellettuale Loïc e il pratico Maxence, diversissimi anche per carattere e per fisico: il contrasto fra i due è evidente dalla quantità di libri nella casa del primo e dalle librerie vuote in quella del secondo, oltre che dalle scene parallele con gli ospiti a cena), può apparire ai loro occhi confusa, come una donna che non sa cosa vuole: e invece ha le idee ben chiare, che rende esplicite quando dichiara di non poter vivere con qualcuno che non ama alla follia, anche se costui non esiste o è solo idealizzato (di Charles non sappiamo quasi nulla: a parte il finale, lo vediamo soltanto nei primi, magnifici, cinque minuti del film, quando le immagini del loro incontro e del loro amore scorrono senza parole come in un filmino delle vacanze con un rapido montaggio). Nel cuore di Félicie non c'è posto per nessun altro, e la bambina è il laccio indissolubile che lo lega a lui. La sceneggiatura, all'insegna del realismo e dell'introspezione, dedica la consueta attenzione alle psicologie e alla descrizione dei personaggi, offre anche un sottotesto religioso, esagera con le citazioni letterarie (d'altronde, l'inverno è la stagione più adatta alla lettura) e filosofiche (la scommessa di Pascal ritorna da "La mia notte con Maud") ma è forse meno brillante rispetto a quella degli altri tre film del ciclo.

2 aprile 2010

Fear and desire (S. Kubrick, 1953)

Paura e desiderio (Fear and desire)
di Stanley Kubrick – USA 1953
con Frank Silvera, Paul Mazursky
**

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Quattro soldati, non appartenenti a un esercito in particolare ma impegnati a combattere una guerra indefinita che rappresenta ogni conflitto mai esistito ("siamo al di fuori della Storia, solo le immutabili forme della paura, del dubbio e della morte provengono dal nostro mondo", dice il narratore), si ritrovano intrappolati in territorio ostile, dietro le linee nemiche, dopo che il loro aereo è stato abbattuto. Dapprima incontrano nella foresta una ragazza, che catturano e legano a un albero; ma il più giovane del gruppo, incaricato di sorvegliarla, impazzirà, la farà fuggire e sarà costretto a spararle. Poi, scoperta la residenza di un generale nemico, improvviseranno un'azione per ucciderlo pur di dare un senso alla propria missione. Infine, grazie a una zattera, riusciranno a tornare – chi sano e salvo, chi no – alla propria base. Pellicola bellica di genere "metafisico", condita da riflessioni e pensieri che rimbombano sullo schermo, una preponderanza di primi o di primissimi piani, e scelte stilistiche evocative e oniriche (il generale nemico e il suo aiutante, per esempio, hanno gli stessi volti dei due soldati che li uccidono), il primo lungometraggio di Kubrick – realizzato dopo un paio di cortometraggi – è rimasto a lungo "invisibile" perché lo stesso regista ne ha impedito la circolazione, ritirandolo dal mercato e distruggendone tutte le copie (ne sono sopravvissute soltanto alcune cadute in mano a collezionisti privati, da una delle quali proviene probabilmente la versione – non proprio ottima per audio e video, a dire il vero – contenuta in questo DVD). Kubrick odiava questa pellicola "per le pretenziosità, le carenze drammatiche, l'approssimazione tecnica e la falsa poeticità dei dialoghi" (cito dal Castorino di Ghezzi). Finanziato da parenti e amici, il film può sembrare in qualche passaggio un antesignano de "La sottile linea rossa". Le ambizioni sono alte (non è certo puro cinema di genere: si scandaglia l'animo umano, si parla per simboli e metafore, si anticipano addirittura Bergman e Tarkovskij) ma il risultato, per quanto a tratti suggestivo (le imperfezioni del video donano un particolare fascino alla fotografia in bianco e nero), è ancora confuso e immaturo.