5 gennaio 2010

Amore che redime (B. Wilder, 1934)

Amore che redime (Mauvaise graine)
di Billy Wilder e Alexander Esway – Francia 1934
con Pierre Mingand, Danielle Darrieux
**1/2

Visto in divx, alla Fogona, in originale con sottotitoli inglesi.

In fuga dalla Germania nazista, e nell'attesa di imbarcarsi per gli Stati Uniti, Billy Wilder si trattenne in Francia per quasi un anno, durante il quale ebbe modo di scrivere con alcuni colleghi una sceneggiatura che sarebbe diventata il primo film da lui diretto (il co-regista che viene accreditato, Alexander Esway, si limitò a fare da prestanome per permettere a Wilder di ottenere i finanziamenti necessari. Sul set, almeno stando alle memorie della Darrieux, c'era invece sempre e solo Billy). Da notare che lo stesso aveva fatto Fritz Lang, che sempre nel 1934, durante la sua permanenza a Parigi, aveva diretto il suo unico film "francese", "La leggenda di Liliom". Wilder, comunque, si riteneva principalmente uno sceneggiatore e non un regista: e infatti non avrebbe più firmato la regia di un altro film fino al 1942, data del suo debutto americano con "Frutto proibito".

Henri Pasquier è un giovane playboy che trascorre le giornate divertendosi a scorrazzare a bordo della sua Buick. Ma quando suo padre vende l'automobile e gli annuncia che d'ora in poi dovrà guadagnarsi la vita da solo, Henri entra a far parte di una banda di ladri d'auto professionisti. Del variopinto gruppo fanno parte anche il giovane Jean, appassionato "collezionista" di cravatte che prende subito Henri in simpatia, e sua sorella Jeanette (la Darrieux, unico nome noto del cast): proprio l'amore per la ragazza spingerà il protagonista a decidere di abbandonare la criminalità per rifarsi una vita con lei all'estero: ma nel finale di una pellicola che ondeggia senza troppo equilibrio fra la commedia "leggera" e il dramma a sfondo sociale, ci sarà anche spazio per la tragedia.
Per essere una prima prova, pur con qualche ingenuità, la regia di Wilder non è male e appare già dinamica e vivace. Le influenze di Lubitsch si vedono tutte (si pensi per esempio alle sequenze in cui Jeanette deve adescare le "vittime" cui i suoi complici ruberanno le auto, come nella scena in cui la ragazza passeggia sul marciapiede mostrandosi recalcitrante, e poi – subito dopo che un camion ha impallato per un attimo l'inquadratura – la vediamo già a bordo della macchina del malcapitato corteggiatore). Non mancano nemmeno occasionali scenette comiche che rimandano al cinema muto (come quelle che vedono come protagonista "Zebra", il membro più incapace della gang). Nonostante un argomento "contemporaneo" come quello dei furti d'auto (una didascalia, a un certo punto, ci informa che ben "un parigino su otto" possiede un automobile!), il film si tiene lontano dall'attualità (non vi sono menzioni o riferimenti ai temi sociali o politici dell'epoca, come quelli dai quali Wilder era in fuga) e affronta dilemmi più classici come la fascinazione che il mondo della criminalità esercita su un borghese privilegiato (Henry si unisce ai ladri per l'eccitazione che gli dà il furto, più che per i soldi che guadagna) e quello della redenzione finale (come indica il brutto titolo italiano). Interessanti, per l'epoca, anche le numerose scene di inseguimenti e di auto in movimento.

2 commenti:

Lakehurst ha detto...

Francamente questo è un film che mi ha deluso tantissimo. per carità era il primo di Wilder e non mi aspettavo chissà cosa, però la regia non mi ha colpito particolarmente, ma soprattutto la storia mi ha annoiato!!! Una storia di Wilder !!! anche i suoi film peggiori sono comunque godibilissimi, magari inutili, ma mai noiosi!

Christian ha detto...

È vero che non è niente di eccezionale, soprattutto se paragonato ai capolavori successivi, ma nel complesso a me non è dispiaciuto e non direi di esserne rimasto deluso. La regia non mi è parsa malaccio, forse un po' troppo debitore al cinema muto ma comunque "vivace".