31 ottobre 2009

1997: Fuga da New York (J. Carpenter, 1981)

1997: Fuga da New York (Escape from New York)
di John Carpenter – USA 1981
con Kurt Russell, Lee Van Cleef
***1/2

Rivisto in DVD, con Monica, Marisa, Eleonora e Ginevra.

Tratto da una sceneggiatura scritta da Carpenter nel 1974, è uno dei film che hanno maggiormente segnato l’immaginario fantascientifico e le modalità del cinema d’azione/avventura degli anni ottanta, persino al di là dei suoi effettivi meriti. Sulle note del celeberrimo tema musicale composto dallo stesso Carpenter, veniamo informati che l’aumento fuori controllo della criminalità(*) ha costretto gli Stati Uniti a trasformare l’intera isola di Manhattan in un’enorme prigione a cielo aperto, circondata da mura invalicabili e da ponti minati. Chi vi entra, non ne esce più: e al suo interno, i detenuti creano una propria società, governata da leggi e regole indipendenti. “Jena” Plissken (in originale “Snake”), ex eroe di guerra refrattario all’autorità e convertitosi in rapinatore di banche, viene convinto dal direttore del carcere Bob Hawk (un ritrovato Lee Van Cleef) a introdursi nella prigione per cercare di riportarne fuori il Presidente degli Stati Uniti (Donald Pleasence), il cui aereo è stato fatto precipitare a Manhattan da un gruppo di terroristi. Se ci riuscirà entro ventiquattr’ore, termine ultimo perché il Presidente possa partecipare a un fondamentale vertice con Cina e Unione Sovietica dal cui esito dipendono le sorti del mondo, “Jena” otterrà la grazia; in caso contrario, sarà ucciso dalle capsule di veleno che gli sono state iniettate nelle arterie. Gli ingredienti per un film teso e avvincente non mancano: una missione impossibile in un ambiente ostile e una corsa contro il tempo, comprimari e antagonisti indimenticabili (il tassista bonaccione interpretato da Ernest Borgnine; il subdolo “Mente”, nei cui panni c’è Harry Dean Stanton; la sua donna Maggie, la dura Adrienne Barbeau; il pittoresco “Duca” di New York, Isaac Hayes; e il suo inquietante braccio destro Romero, Frank Doubleday), scene e situazioni che da allora sono state imitate così tanto da sembrare ormai stereotipate (il combattimento sul ring fra i detenuti; la fuga sul ponte minato); tormentoni e gag sotterranee che riaffiorano di continuo (“Jena Plissken? Ti credevo morto!”); e una vena anarchica e sardonica che esplode nell’immancabile sberleffo finale (il nastro del presidente che viene sostituito). Ma il vero punto di forza della pellicola sta naturalmente nel personaggio protagonista, interpretato da un flemmatico Russell nel suo ruolo più celebre, capace di vivere di vita propria e le cui battute sono un fiorilegio di frasi a effetto (“Chiamami Jena”; “Presidente di che?”; “Fate un altro presidente”; “Nessuna umana pietà!”). Gran parte della pellicola, realizzata con un budget relativamente basso, è ambientata di notte, mentre gli effetti speciali sono ridotti al minimo e si limitano all’uso di un modellino della città di New York (il film è stato poi girato altrove, prevalentemente a Saint Louis) e ad alcune schermate di CGI vettoriale. Quindici anni dopo, Carpenter ne ha fatto un sequel/remake, “Fuga da Los Angeles”.

(*) “Nel 1988 l’indice di criminalità negli Stati Uniti raggiunge il quattrocento per cento”, recita il voice over in italiano (in originale era “rises”, “cresce” del 400%, ovviamente).

30 ottobre 2009

I guardiani del giorno (T. Bekmambetov, 2006)

I guardiani del giorno (Dnevnoy dozor)
di Timur Bekmambetov – Russia 2006
con Konstantin Khabensky, Mariya Poroshina
**1/2

Visto in DVD, con Martin, in originale con sottotitoli inglesi.

È il seguito de "I guardiani della notte", tratto come il film precedente dal ciclo di romanzi urban fantasy di Sergei Lukyanenko (per la precisione, entrambe le pellicole sono ispirate al primo libro, nonostante questa prenda il titolo del secondo). Anton Gorodetsky, ormai guardiano della notte a tempo pieno, non ha ancora accettato il fatto che suo figlio Yegor, ritrovato dopo dodici anni, abbia scelto di passare dalla parte del male. I guerrieri della Luce e delle Tenebre continuano a fronteggiarsi per le strade di Mosca, vigilando gli uni sugli altri affinché la tregua millenaria venga rispettata. Quando alcuni seguaci dell'Oscurità vengono misteriosamente uccisi, la guardiana del giorno Alicia si mette a indagare e giunge alla conclusione che il colpevole sia proprio Anton. Si tratta in realtà di un complotto ordito dal malvagio Zavulon allo scopo di trovare un pretesto per rompere la tregua e scatenare la guerra finale fra le due fazioni. Nel frattempo Anton cerca di rintracciare il mitico "gessetto del destino", appartenuto al leggendario Tamerlano e in grado di cancellare gli errori del passato: intende usarlo per correggere le proprie scelte che hanno causato l'attuale conflitto con Yegor. Se le invenzioni visive di Bekmambetov sono persino più audaci che nel film precedente (sorrette da numerosi e ipercinetici effetti speciali) e la commistione tra fantastico e quotidianità è sempre affascinante, con uno strano mix di azione e burocrazia russa (per non parlare degli insoliti rapporti fra "buoni" e "cattivi", le cui differenze sono spesso molto sottili), la pellicola sconta un sovraccarico di stimoli che la rende forse, nel complesso, meno riuscita della precedente. Si esce dalla visione quasi frastornati per la densità di avvenimenti e il numero di personaggi (alcuni dei quali avrebbero meritato un maggiore o migliore approfondimento), e anche un po' delusi dal finale che – di fatto – cancella con un colpo di spugna tutto ciò che si è visto in questi primi due film, al punto che Bekmambetov sarà del tutto libero di girare il terzo capitolo (come si sussurra in giro) direttamente in inglese e negli Stati Uniti, senza un vero legame con i primi due. Anche stavolta molti spunti e poteri "bizzarri" sembrano usciti direttamente dalle pagine di "JoJo" (dal concetto di cancellare il tempo alle evoluzioni di Alicia con l'automobile), mentre gli occasionali tentativi di umorismo lasciano freddini.

29 ottobre 2009

Parnassus (Terry Gilliam, 2009)

Parnassus - L'uomo che voleva ingannare il diavolo
(The Imaginarium of Doctor Parnassus)
di Terry Gilliam – Gran Bretagna 2009
con Heath Ledger, Christopher Plummer
**

Visto al cinema Orfeo, con Albertino e altra gente.

L'anziano Dottor Parnassus, che ha ricevuto l'immortalità dal diavolo e vi ha poi rinunciato per amore, si aggira nella Londra contemporanea imbastendo con una scalcinata troupe itinerante uno spettacolo da baraccone per convertire la gente al potere dell'immaginazione: attraverso lo specchio finto che si trova sul palco, infatti, si accede a mondi fantastici dove è possibile essere purificati dai propri vizi e dai propri difetti. Ma gli "affari" vanno male: e pur di salvare la propria figlia Valentina, che il mefistofelico Mr. Nick verrà a prendersi nel giorno del suo sedicesimo compleanno, Parnassus accetta di fare una nuova scommessa con il demonio. Ad aiutarlo interverrà un misterioso giovane, Tony, coinvolto in loschi traffici finanziari e (forse) sovrannaturali. Caotico, visionario, irreale, grottesco, confuso e sovraccarico, "The Imaginarium of Doctor Parnassus" (ma quanto è più bello e appropriato il titolo originale?) è indubbiamente un film con più difetti che pregi. Chi cerca una narrazione tradizionale, un minimo equilibrio fra storia e personaggi, uno sviluppo soddisfacente delle premesse, rimarrà deluso. Chi si accontenta invece della grandiosità visiva, di scenari surreali e onirici, del gusto retrò e ottocentesco tipico del regista, troverà pane per i suoi denti. Personalmente, conoscendo Gilliam e sapendo già cosa aspettarmi, sono riuscito a godermi abbastanza questo virtuosistico e immaginifico esercizio di stile, il cui tema ultimo può essere individuato nell'elogio della narrazione per immagini (Parnassus è un chiaro alter ego di Gilliam stesso). Non si tratta certamente di uno dei suoi lavori migliori, ma rispecchia al proprio interno quasi ogni altra cosa che l'autore ha fatto in passato, dalla fusione fra vita e teatro e dal personaggio che racconta storie e crea mondi de "Le avventure del barone di Münchhausen" all'anima perduta in cerca di identità e all'irruzione di antiche fantasie in un mondo moderno e contemporaneo de "La leggenda del re pescatore", dal gusto per l'animazione e per le invenzioni visive degli esordi (qui sorrette dalla computer grafica più che dai disegni e dai collage) fino alle scenette comiche e trasgressive – sì, ci sono persino quelle! – degli sketch con i Monty Python (il balletto dei poliziotti è uno dei momenti migliori del film). E anche dal lato extra-filmico la pellicola può essere vista come un paradigma dell'intera carriera del regista, funestata spesso da intoppi e impedimenti di lavorazione. La morte improvvisa di Heath Ledger, avvenuta durante le riprese e qui alla sua ultima apparizione sul grande schermo (aveva già vinto un Oscar postumo con "Il cavaliere oscuro"), ha costretto probabilmente Gilliam a modificare in parte la sceneggiatura (e la pellicola ne risente: la seconda metà è decisamente inferiore alla prima). Per poter completare il film, nel ruolo di Tony si sono succeduti anche Johnny Depp, Jude Law e Colin Farrell (quest'ultimo con il maggiore tempo sullo schermo, compreso tutto il finale), e non a caso la pellicola si chiude con la didascalia "Un film di Heath Ledger e amici". Il resto del cast, comunque, è all'altezza. Su tutti spiccano Tom Waits nei panni di Mr. Nick, diavolo con bombetta e sigaro, e la modella Lily Cole (con un corpo e un volto fuori dal comune, un po' alla Devon Aoki) in quelli di Valentina. Ma vanno ricordati anche Christopher Plummer (il dottor Parnassus), Andrew Garfield (il suo giovane assistente Anton) e Verne Troyer (lo gnomo Percy).

28 ottobre 2009

Io, Don Giovanni (Carlos Saura, 2009)

Io, Don Giovanni (id.)
di Carlos Saura – Italia/Spagna 2009
con Lorenzo Balducci, Emilia Verginelli
**1/2

Visto al cinema Eliseo.

Poeta, libertino, prete, massone, avventuriero, ebreo convertito, giramondo: Lorenzo Da Ponte ha avuto una vita movimentata e ricca di avvenimenti, e questa pellicola si sofferma soprattutto sugli anni da lui trascorsi a Vienna (dopo l'esilio da Venezia) e sulla celebre collaborazione con Wolfgang Amadeus Mozart, per il quale scrisse i libretti di tre opere fra cui appunto il "Don Giovanni", di cui il film è una sorta di making of. Il lungometraggio racconta infatti la nascita e la lavorazione dell'opera, immaginando che Da Ponte abbia scritto il libretto su suggerimento e istigazione nientemeno che del suo mentore Giacomo Casanova. Il personaggio universale di Don Giovanni è visto dunque come un alter ego di Casanova ma anche e soprattutto dello stesso Da Ponte, che ne segue le medesime orme fino a quando non si innamora di Annetta, giovane allieva del musicista salisburghese. La ragazza diventa presto la sua musa e fonte di ispirazione, al punto che (forse in maniera un po' semplicistica) numerosi eventi e situazioni della sua vita reale si ritrovano poi tradotti e trasfigurati nelle scene dell'opera lirica. Durante la visione del film, soprattutto quando sullo schermo c'è Mozart, è difficile non correre con la mente all'"Amadeus" di Milos Forman: non tanto per una somiglianza stilistica fra le due pellicole, che hanno toni e intenzioni ben diverse (quella di Saura è più leggera e teatrale, grazie anche a una messa in scena più attenta alle suggestioni estetiche che alla ricostruzione d'epoca, come testimoniano le scenografie e i fondali dipinti – che ricordano "La nobildonna e il duca" di Eric Rohmer – o la fotografia onirica ed elegante di Vittorio Storaro; e anche il carattere di alcuni personaggi è differente: Salieri, per esempio, è probabilmente ritratto qui con maggiore fedeltà storica, senza il substrato di malvagità e di gelosia che caratterizzava l'interpretazione di F. Murray Abraham), quanto perché sembra quasi che i due film siano complementari e si integrino a vicenda, come se le scene girate da Saura si svolgessero dietro le quinte di quelle di Forman (dove in effetti il personaggio di Da Ponte brillava per la sua assenza), inframmezzandole e dandone una lettura alternativa che sposta l'attenzione – e il "peso" della creazione artistica – dal solo musicista alla coppia compositore-librettista, di cui è ben descritto il rapporto professionale che evolve rapidamente in amicizia. A rafforzare la pellicola e una sceneggiatura un po' esile (e che riesce a catturare solo in parte la grandezza del lavoro mozartiano) non mancano, naturalmente, ampi estratti dall'opera: in particolare sono rappresentati quasi per intero l'incipit, l'aria del catalogo di Leporello, quella di Donna Elvira Mi tradì quell'alma ingrata, il duetto Là ci darem la mano, e naturalmente il finale con la statua del Commendatore che trascina Don Giovanni fra le fiamme dell'inferno. A fare da filo conduttore all'amore fra Lorenzo e Annetta è invece la canzone Voi che sapete, da "Le nozze di Figaro". Buono il cast, quasi tutto italiano: Lorenzo Balducci è Da Ponte, l'esordiente Emilia Verginelli è Annetta, Lino Guanciale è Mozart, Tobias Moretti è Casanova, Ennio Fantastichini è Salieri. Volti in gran parte giovani, quasi "mocciani", in grado di alleggerire la materia e rinnovarne la vitalità. Fra i momenti più curiosi e divertenti, il primo incontro fra Da Ponte e Mozart, con il compositore che suona la "Toccata e Fuga" di Bach su un organo in chiesa, e i continui battibecchi fra le due prime donne Cavalieri e Ferrarese (Cristina Giannelli e Ketevan Kemoklidze).

27 ottobre 2009

Storia dell'ultimo crisantemo (K. Mizoguchi, 1939)

Storia dell'ultimo crisantemo (Zangiku monogatari)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1939
con Shotaro Hanayagi, Kakuko Mori
***

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli in inglese.

Tokyo, fine diciannovesimo secolo: Kikunosuke, giovane attore del teatro kabuki e figlio adottivo del grande Kikugoro V, è destinato a prenderne il posto sulle scene come successore designato. Ma la sua recitazione è mediocre e la sua tecnica è carente, anche se nessuno fra i ruffiani e gli adulatori che lo circondano osa dirglielo in faccia. L'unica che ha il coraggio di parlargli con sincerità è la giovane domestica Otoku: e Kikunosuke le è grato al punto di innamorarsi di lei, nonostante l'ostilità della famiglia. Decide così di abbandonare la compagnia per fare esperienza da solo e affinare la propria arte in teatri minori e spettacoli di provincia. Negli anni successivi attraverserà stenti e difficoltà, anche come membro di una troupe intinerante, sempre sostenuto e incoraggiato da Otoku che lo segue fedelmente in ogni spostamento. I due sono costretti a vivere in povertà, ma la ragazza – ormai convinta che il giovane sia finalmente diventato degno del nome che porta – convince il padre a offrirgli una nuova possibilità e a riprenderlo con sé. Kikugoro accetta a due condizioni: Kikunosuke dovrà dimostrare di essere ormai un grande attore e Otoku dovrà abbandonarlo per sempre. Una recita trionfale testimonia che il ragazzo è ormai maturato: ma quando Kikunosuke si appresta a fare ritorno a casa in compagnia di Otoku, scopre che la donna – che nel frattempo si è gravemente ammalata – non partirà con lui. Nel tragico finale, Otoku morirà proprio mentre Kikunosuke viene portato in trionfo in una parata sulle barche a Osaka, poco dopo che i due si sono rincontrati per l'ultima volta.

Straordinario affresco sul mondo del teatro tradizionale nell'epoca Meiji, dominato dalle grandi dinastie di attori che si tramandano ruoli e nomi di padre in figlio. Costretto dalla censura e dal mutato clima politico in Giappone ad abbandonare la rappresentazione della realtà contemporanea per rivolgersi al passato, Mizoguchi sceglie di dedicarsi ai film sulle vite di artisti, un sottogenere particolarmente popolare in patria, ma resta comunque fedele ai temi che più gli stanno cari (Otoku è la tipica eroina mizoguchiana che si sacrifica per il successo dell'uomo che ama), pur introducendone altri (la dedizione all'arte, al cui confronto ogni altra cosa passa in secondo piano). Con "Zangiku monogatari" realizza forse il suo film più bello fra tutti quelli dell'anteguerra, compatto e corente in ogni sua parte, sia narrativamente sia stilisticamente, nonostante la lunghezza (quasi due ore e mezza). La messa in scena è dinamica e intensa, mentre i lunghi piani sequenza e il montaggio alternato di scene parallele sostengono magistralmente l'emotività di alcuni momenti (come nello splendido finale). Il "crisantemo" del titolo si riferisce allo stemma della famiglia cui appartiene il protagonista Kikunosuke, interpretato da Shotaro Hayanagi, un onnagata (cioè specializzato in ruoli femminili) che aveva già vestito i panni del personaggio in un popolare adattamento teatrale del romanzo dal quale è tratta anche la pellicola di Mizoguchi (e dal quale vennero realizzati, successivamente, altri due film: nel 1956 e nel 1963).

26 ottobre 2009

I dannati dell'oceano (J. von Sternberg, 1928)

I dannati dell'oceano (The docks of New York)
di Josef von Sternberg – USA 1928
con George Bancroft, Betty Compson
***1/2

Visto in divx, con cartelli in inglese.

Il rude fuochista Bill Roberts, la cui nave è appena giunta nel porto di New York, ha solo una notte da trascorrere a terra prima di imbarcarsi nuovamente. Dopo aver salvato una donna che aveva tentato il suicidio buttandosi in acqua dalla banchina, prova a confortarla e si offre addirittura di sposarla seduta stante. Il matrimonio, celebrato in maniera improvvisata e quasi per gioco all’interno di un’affollata bettola dei bassifondi, frequentata da marinai e prostitute, rappresenta per la ragazza – un’anima persa in cerca di redenzione – l’opportunità per cominciare una nuova vita; ma Bill ha tutte le intenzioni di abbandonarla il mattino seguente per riprendere il suo lavoro sul mare...
Nonostante la semplicità della trama, che si svolge nel giro di poche ore, il film è stilisticamente uno dei migliori di Sternberg, nonché una pietra miliare del cinema muto drammatico. Le scenografie, la fotografia e la regia sono ad altissimi livelli: sorprendono, in particolare, il dinamismo delle scene di massa nel locale (fra balli e risse) e l’utilizzo della profondità di campo, per non parlare del grande realismo dell’ambientazione e della messa in scena che sembra anticipare Renoir o Welles (e anche il Carné del “Porto delle nebbie” gli deve parecchio). Molti critici hanno sottolineato la complementarietà dei due protagonisti: lui proviene dal fuoco (le caldaie), lei dall’acqua (il tentato suicidio); lui è un duro concentrato di mascolinità, lei appare fragile ed estremamente femminile; lui ha un passato ricco e variopinto (i tatuaggi testimoniano di molte storie sentimentali e di numerosi viaggi da un porto all’altro), lei ne è quasi priva (per quasi l’intera pellicola non sappiamo nemmeno il suo nome, Mae), anche se entrambi sono senza radici e incapaci di immaginarsi un futuro stabile (“Chi mai sposerebbe uno/una come me?”, si chiedono reciprocamente). Completano il tutto frasi e dialoghi memorabili (“Ti concederò una chance, faccio sempre in tempo a fare un altro buco nell'acqua”; “Non ho mai perso una nave in vita mia”) e scene commoventi (come quella in cui Mae, che deve ricucire la tasca della camicia di Bill, non riesce a infilare il filo nell’ago per colpa delle lacrime che le bagnano gli occhi). Anche i personaggi minori, come il parroco che accetta di sposarli senza licenza o la moglie fedifraga del capo dei fuochisti (interpretata dall’ottima Olga Baclanova), sono estremamente vivi e danno il loro contributo alla riuscita di un sublime affresco melodrammatico.

24 ottobre 2009

Wilde (Brian Gilbert, 1997)

Wilde (id.)
di Brian Gilbert – GB 1997
con Stephen Fry, Jude Law
***

Rivisto in DVD con Marisa e altra gente.

Raffinato biopic sulla vita di Oscar Wilde che, più che sulle sue opere, si sofferma sul personaggio (una vera e propria celebrità dell'epoca, non solo per i suoi lavori letterari ma anche per i modi da dandy e gli eccentrici giudizi sulla società contemporanea: di lui si disse che faceva della conversazione un'arte) e in particolare sulla sua relazione tumultuosa con il giovane Lord Alfred Douglas, detto Bosey (un ambiguo e affascinante Jude Law). Se vengono comunque citati "Il ritratto di Dorian Gray", "Il ventaglio di Lady Windermere", "L'importanza di chiamarsi Ernesto", "Salomè" e il "De profundis", per non parlare dei numerosi aforismi e delle battute paradossali provenienti da questo o quel testo, il filo conduttore della pellicola è rappresentato dalla fiaba del "gigante egoista", una metafora contro l'ipocrisia e il perbenismo di chi vorrebbe imporre regole agli altri e impedire loro di godersi i piaceri della vita. Il tono del film, che segue Wilde dagli anni del suo matrimonio e della scoperta della propria omosessualità fino al processo per "indecenza" e alla successiva condanna a due anni di lavori forzati (scontati i quali abbandonerà per sempre la Gran Bretagna), è vivace e quasi agiografico, e lo scrittore ne esce glorificato per la coerenza dei propri comportamenti e la purezza dei sentimenti. La sceneggiatura è classica e letteraria, la regia si mette completamente al suo servizio e la ricostruzione storica è esemplare, ma il vero punto di forza sono gli interpreti (Vanessa Redgrave è la madre, Jennifer Ehle è la moglie Constance, Michael Sheen è l'amico Robbie) e in particolare il fenomenale Stephen Fry, che a Wilde somiglia anche fisicamente in modo impressionante. Da segnalare una breve apparizione (pochi secondi in tutto) di Orlando Bloom, la prima della sua carriera cinematografica, nel ruolo di un giovane postiglione.

23 ottobre 2009

Killing me softly (Chen Kaige, 2002)

Killing me softly - Uccidimi dolcemente (Killing me softly)
di Chen Kaige – USA/GB 2002
con Heather Graham, Joseph Fiennes
*1/2

Visto in divx.

L'americana Alice, che vive a Londra con il suo ragazzo, conosce per caso un affascinante sconosciuto (l'alpinista e scalatore Adam Tallis) e si lascia trascinare da lui in una relazione passionale estrema ed esagerata. Nel giro di pochi giorni, ignorando alcune lettere anonime che la mettono in guardia, lo sposa. Ma ben presto inizia a scoprire i lati più oscuri del suo carattere e a sospettare che in passato abbia ucciso altre sue compagne. Al suo primo film in occidente, il regista di "Addio mia concubina" si impantana in un debole thriller psicologico (a metà strada fra "Rebecca" di Hitchcock e la fiaba di Barbablù), goffo e artificioso, che non sembra proprio essere nelle sue corde e che c'entra anche poco con la sua precedente filmografia. C'è da dire, però, che più che la regia e la confezione (forse troppo patinata) sono la sceneggiatura e gli interpreti a lasciare i maggiori dubbi. La tensione è sostenuta soprattutto dalla colonna sonora, gli sviluppi e il finale sono ampiamente prevedibili, Fiennes non cambia mai espressione in tutta la pellicola e la povera Graham fa quello che può per attirarsi le simpatie e stimolare la partecipazione del pubblico, sottoponendosi anche a torride scene di sesso con venature sadomasochistiche. Natascha McElhone è l'ambigua sorella di Adam.

21 ottobre 2009

Il fiume (Tsai Ming-Liang, 1997)

Il fiume (He liu)
di Tsai Ming-Liang – Taiwan 1997
con Lee Kang-Sheng, Miao Tien
**1/2

Rivisto in VHS, in originale con sottotitoli.

Hsiao-Kang e i suoi genitori vivono sotto lo stesso tetto, ma si parlano a malapena e conducono esistenze separate: la madre lavora fuori casa e ha un amante che traffica in video porno; il padre si preoccupa soprattutto per una costante infiltrazione d'acqua dal soffitto e nel frattempo si dedica a incontri gay clandestini negli alberghi; il figlio comincia a soffrire di un misterioso e incessante dolore al collo (forse dovuto all'immersione in un fiume inquinato, alla quale si era sottoposto per fare la comparsa – nel ruolo di un cadavere che galleggia! – in un film che viene girato a Taipei dalla regista Ann Hui) e a nulla serve l'intervento di massaggiatori e chiropratici vari. Il padre conduce infine Hsiao-Kang fuori città per farlo visitare da uno spiritista: in serata, genitore e figlio avranno un rapporto omosessuale, senza riconoscersi, nel buio di una sauna. Un film alienante e disturbante, che presenta – in maniera quasi lancinante – emozioni anestetizzate e pulsioni incomunicabili. Anche se probabilmente è la pellicola di Tsai che mi è piaciuta di meno, non si può non apprezzare come sempre il suo tentativo di fare un cinema anti-hollywoodiano, con ritmi lenti e dilatati, un profondo studio dei personaggi, una grande cura nelle inquadrature, una sceneggiatura scarna ed essenziale che punta – più che sui dialoghi, quasi inesistenti – su silenzi, gesti, sguardi. Senza contare l'utilizzo di quelli che per altri registi sarebbero "tempi morti", da eliminare immediatamente, e che Tsai invece mette sempre al centro delle sue pellicole. L'ottimo Miao Tien interpretava il padre di Hsiao-Kang anche nel precedente "Rebels of the neon god", del quale questo film è praticamente il sequel. Ann Hui recita nella parte di sé stessa. Curiosamente, nella prima scena del film l'attore Lee Kang-Sheng viene chiamato con il suo vero nome: me ne sfugge il motivo (aggiornamento: nei commenti, Maria Franca fa notare che Hsiao-Kang è il diminuitivo di Kang-Sheng, confermando dunque come il personaggio sia l'alter ego dell'attore).

18 ottobre 2009

Up (Pete Docter, 2009)

Up (id.)
di Pete Docter [e Bob Peterson] – USA 2009
animazione al computer
***

Visto al cinema Uci Bicocca, con Albertino e altra gente.

Ancora un ottimo film della Pixar (parlare di capolavoro ogni volta comincia a sembrarmi ridondante), particolarmente gradevole per la simpatia dei personaggi e la visionarietà di molte scene: la sospensione dell'incredulità è più che mai necessaria per godersi la pellicola fino in fondo. L'incipit, meravigliosamente commovente e con lunghe sequenze mute (come in "Wall-E", gli sceneggiatori della casa di John Lasseter dimostrano che – se lo volessero – potrebbero benissimo fare a meno delle parole per tutto un film), concentra in pochi minuti l'intera vita del protagonista, Carl Fredricksen, da bambino ingenuo e appassionato di avventura a vecchietto solo e burbero – dopo la scomparsa della moglie Ellie – che vive in una fatiscente dimora circondata dai minacciosi grattacieli. È a questo punto che prende la decisione di trasferirsi in Sudamerica, presso le leggendarie e misteriose Cascate Paradiso, per adempire a una promessa che aveva fatto a Ellie e realizzare il sogno di tutta una vita: e lo fa nella maniera più incredibile e spettacolare, lasciando sollevare la propria dimora da migliaia di palloncini colorati. Nel suo viaggio lo seguirà – suo malgrado – Russell, un piccolo boyscout grassottello e dai tratti asiatici: e una volta giunti alla meta, in una vallata sperduta, ai due si uniranno anche Kevin, invadente "struzzo in technicolor" (in realtà un raro volatile preistorico), e Dug, affettuoso cane che qualcuno, per mezzo della tecnologia, ha dotato di parola... Se la sequenza della casa che vola tra i grattacieli, trascinata dai palloncini colorati, è magicamente visionaria ed evoca Miyazaki ("Il castello errante di Howl") e Gilliam ("Il senso della vita"), anche il resto del film – pur "volando" più basso – continua a sorprendere lo spettatore con incontri bizzarri, sano divertimento, sense of wonder, mirabili sequenze d'azione (gli inseguimenti sono dinamicissimi) e implausibili duelli fra vecchietti (protagonisti di acrobazie aeree alla Indiana Jones). Intrattenimento di alta qualità, sia pure con qualche sviluppo prevedibile, e senza bisogno di appesantire la storia con il solito contorno di citazioni e strizzatine d'occhio che ormai soffocano le produzioni di altre major dell'animazione. L'ispirazione miyazakiana ritorna anche nelle scene con il dirigibile (che ricordano "Laputa"), mentre l'elogio dell'amicizia si riconferma il tema principale delle pellicole Pixar (è così sin dai tempi del primo "Toy Story"), affiancato qui dall'importanza di mantenere la parola data.

Nota: Sono volutamente andato a vederlo in un cinema che lo proiettava in due dimensioni, per evitare che gli effetti 3D (che non amo) mi distraessero dalla storia e dai personaggi. Le uniche scene in cui ho avuto l'impressione che la tridimensionalità potesse davvero aggiungere qualcosa sono quelle in cui i protagonisti vengono inseguiti dai cani sui dirupi presso la cascata.

17 ottobre 2009

Lola Montès (Max Ophüls, 1955)

Lola Montès (id.)
di Max Ophüls – Francia/Germania 1955
con Martine Carol, Peter Ustinov
**1/2

Visto in DVD.

Ispirato alla vita di un personaggio ottocentesco realmente esistito (la contessa, cortigiana e ballerina Lola Montez), l'ultimo film di Ophüls – nonché il suo unico film a colori – è un melodramma a tinte vivaci che racconta le turbolente vicende e i numerosi amori della protagonista (fra i quali il compositore Franz Liszt e il sovrano Ludwig I di Baviera) filtrandoli attraverso un'insolita cornice: uno spettacolo circense. Dopo aver viaggiato per tutta l'Europa, suscitando scandali e accumulando amanti fra gli artisti, i politici, i militari, i principi e i sovrani dell'epoca, alla fine – sola e malata – Lola diventa infatti l'attrazione di un circo americano che mette in scena la storia della sua vita per mezzo di pantomime, quadri viventi e spettacoli di equilibrismo, mostrandola come un fenomeno da baraccone a un pubblico che può guardarla da vicino per "la modica cifra di un dollaro". Sontuose la regia, la fotografia e la scenografia (è un film che si dovrebbe vedere assolutamente sul grande schermo e se possibile nella versione restaurata, non in quella funestata dai tagli dell'epoca): le parti ambientate sotto il tendone del circo, in particolare, brillano per raffinatezza e crudeltà anche più dei flashback che mostrano direttamente sullo schermo i ricordi di Lola. Nel cast, oltre a Ustinov nei panni dell'impresario, spiccano Anton Walbrook (che interpreta il re di Baviera) e Oskar Werner (un giovane studente di Monaco). Alla protagonista Carol, invece, manca forse un po' di carisma.

15 ottobre 2009

Motel Woodstock (Ang Lee, 2009)

Motel Woodstock (Taking Woodstock)
di Ang Lee – USA 2009
con Demetri Martin, Imelda Staunton
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno.

Per festeggiare il quarantesimo anniversario della celebre "tre giorni di pace e musica" del 1969, Ang Lee ha realizzato una pellicola nella quale il famoso concerto rimane sempre sullo sfondo (si ode la musica e si vede il palco solo da lontano), preferendo concentrarsi dapprima sui preparativi e sull'organizzazione dell'evento, e poi sull'atmosfera di "controcultura" che gli gravitava intorno. Il protagonista è il giovane Elliot Tiber, che per salvare dal pignoramento lo scalcinato motel gestito dagli anziani genitori offre la disponibilità della propria cittadina rurale a ospitare il gigantesco festival musicale, già rifiutato da altri paesi della zona. L'invasione di pacifisti e capelloni mette a soqquadro la regione, cambiando l'esistenza dei suoi abitanti – molti dei quali ostili all'happening – ma soprattutto quella dello stesso Elliot, che finalmente riesce a fare i conti con la propria omosessualità e a chiarire il difficile rapporto con i genitori (due temi cari al regista taiwanese sin dai tempi de "Il banchetto di nozze"). A parte la cura con cui vengono descritte le vicende familiari di Elliot (il film è tratto da un libro scritto dal "vero" Tiber), la pellicola fatica però a decollare e a emozionare fino in fondo: soprattutto la seconda parte – quella in cui l'obiettivo di Ang Lee (che torna a usare lo split screen già sperimentato in "Hulk") si aggira in mezzo all'orda dei giovani hippie giunti in massa per il concerto, fra trip lisergici e danze nel fango, estemporanee rappresentazioni teatrali ed euforistiche manifestazioni di pace – punta su un eccessivo accumulo di elementi esteriori e "folcloristici" (va anche detto che solo negli anni successivi si cominciò a comprendere il significato e la vera portata dell'evento) e sceglie di ignorare sia il contesto storico-politico di quegli anni (a parte gli immancabili accenni al Vietnam e squarci di storia – come la conquista della Luna – che fanno capolino da un televisore in bianco e nero) sia l'impatto che Woodstock ebbe sull'intera società americana. E alla fine si resta con l'impressione di aver solo sfiorato la superficie dell'evento, proprio come lo stesso Elliot non riesce ad avvicinarsi al palco o ad assistere al tanto celebrato concerto. Fra i variopinti personaggi che popolano la pellicola, sono da ricordare soprattutto Emile Hirsch nei panni di uno sciroccato (e stereotipato) reduce dal Vietnam e Liev Schreiber in quelli della drag queen Vilma, guardia del corpo e confidente di Elliot. Ottima la Staunton, la burbera madre del protagonista: ma è bravo anche Henry Goodman nei panni del padre.

14 ottobre 2009

Slok (John Landis, 1973)

Slok (Schlock)
di John Landis – USA 1973
con Saul Kahan, Eliza Roberts
*1/2

Visto in DVD.

Un misterioso assassino semina il panico in una cittadina della California. La polizia, guidata da un capitano inetto, si dimostra incapace di arrestare le azioni del "killer mangiabanane", come viene soprannominato dai media per la presenza di bucce di banana sui luoghi dei delitti. Si tratta in realtà di uno scimmione preistorico, risvegliatosi dall'ibernazione e poco a suo agio nel mondo moderno: si innamorerà di una ragazza appena guarita dalla cecità e farà la fine di King Kong (citato esplicitamente). Il primo film di Landis, girato in un paio di settimane quando il regista aveva appena 21 anni, è una sgangherata parodia dei b-movie horror realizzata con vena anarchica e demenziale. Ma l'umorismo funziona solo a tratti, e il low budget si vede tutto. La scena migliore è quella in cui lo scimmione si reca in un cinema dove proiettano "Blob": sullo schermo scorrono le immagini della sequenza ambientata a sua volta in una sala cinematografica, e così ci si trova di fronte a un film nel film nel film: meta-meta-cinema! Fra le citazioni, anche "2001: Odissea nello spazio" (con tanto di musica di Richard Strauss). Il mostro, che secondo il bizzarro scienziato Clara Sliwowitz è uno "Schlockthropus", è interpretato dallo stesso Landis in un costume ideato da Rick Baker.

13 ottobre 2009

Ricky (François Ozon, 2009)

Ricky - Una storia d'amore e libertà (Ricky)
di François Ozon – Francia 2009
con Alexandra Lamy, Sergi López
***

Visto al cinema Eliseo.

A una coppia che sta cercando faticosamente di costruirsi una vita insieme (lei madre single con una figlia di sette anni, lui immigrato spagnolo, entrambi operai in una fabbrica di prodotti chimici) nasce un figlio al quale spuntano misteriosamente un paio di ali... Comincia come un film dei Dardenne, intimista e realistico, che narra di problemi familiari in una cornice proletaria. Ma poi il sempre imprevedibile Ozon, con magnifica leggerezza, ci infila un elemento fantastico (preannunciato da numerosi segnali) e spariglia le carte in tavola, passando arditamente – ma in maniera quasi invisibile – dal registro quotidiano a quello favolistico e trasformando la pellicola in un'ovvia ma deliziosa metafora sull'amore, la libertà e la felicità. Tenendosi solo apparentemente lontano dal suo mondo di ambiguità e crudeltà, il regista evita di lasciarsi prendere la mano dal sensazionalismo o dalla tentazione di andare sul trascendente (Ricky potrebbe benissimo essere un angelo, o magari un mutante come gli X-Men!) e mostra come i protagonisti, in contrapposizione alla frenetica curiosità e invadenza dei mass media, accettino l'incredibile condizione del bambino con amore e semplicità. Ricky entra ed esce dalle loro vita cambiandone il corso e facilitando l'amalgama familiare: con la sua fuga, in effetti, apre anche la gabbia in cui erano rinchiusi tutti gli altri. E il messaggio finale è chiaro: se si ama qualcuno, bisogna anche saperlo lasciare andar via. Da apprezzare come quello che in mano a un altro regista (italiano, magari) sarebbe potuto diventare un film zuccheroso o retorico si tenga invece lontano dal pistolotto morale sulla diversità o sulla normalità. Ottimi gli attori (López era già apparso ne "Il labirinto del fauno"), davvero splendidi i due bambini.

The killer meteors (Lo Wei, 1976)

The killer meteors (Feng yu shuang liu xin)
di Lo Wei – Hong Kong 1976
con Jimmy Wang Yu, Jackie Chan
*1/2

Rivisto in VHS, in inglese.

Il prode Killer Meteor (Wang Yu), chiamato così per via della sua misteriosa arma (che sguaina soltanto quando deve uccidere qualcuno), è talmente temuto dai criminali locali che questi gli offrono tributi perché egli permetta loro di vivere per un altro anno, purché promettano di non compiere misfatti. Quando viene incaricato da un ricco e potente signorotto (Jackie Chan) di recuperare un antidoto al veleno che la sua stessa moglie, Lady Tempest, gli sta propinando segretamente da mesi, scoprirà un intrigo che non risparmierà colpi di scena fino alla fine. Ma il film è un discreto pasticcio, con nuovi e variopinti personaggi che saltano fuori ogni cinque minuti (fingendo di essere quello che non sono o ritornando dalla morte) e combattimenti scarsi sia per quantità che per qualità. Jackie, nei panni del cattivo, compare sullo schermo per pochi minuti e praticamente senza mai esibirsi nei numeri di arti marziali che lo avrebbero reso famoso negli anni successivi.

12 ottobre 2009

Lo scrigno delle sette perle (aavv, 1948)

Lo scrigno delle sette perle (Melody Time)
di Jack Kinney, Clyde Geronimi, Ham Luske, Wilfred Jackson – USA 1948
animazione tradizionale e mista
**

Visto in DVD, con Elena, Alberto e Marisa.

I sei lungometraggi disneyani usciti tra il 1942 ("Saludos Amigos") e il 1949 ("Le avventure di Ichabod e Mr. Toad"), pur essendo inseriti regolarmente nella lista ufficiale dei "classici" della casa di Burbank, in realtà non sono altro che antologie di spezzoni indipendenti, legati tra loro da una cornice più o meno pretestuosa. Anche questo "Melody Time" non sfugge alla regola e presenta – come suggerisce il titolo italiano – sette brevi episodi che avrebbero potuto benissimo far parte della serie di cortometraggi musicali "Silly Symphonies", se questa non fosse stata conclusa nel 1939. Visto il ruolo importante svolto dalla colonna sonora (che domina in almeno sei episodi su sette), il film è stato descritto da alcuni critici come una versione di "Fantasia" con brani contemporanei anziché musica classica. I segmenti in cui è divisa la pellicola vogliono rendere omaggio al continente americano, a volte per il tema trattato e a volte per gli interpreti e gli artisti coinvolti, molti dei quali erano piuttosto noti all'epoca (mentre oggi sono quasi dimenticati).

1. Once upon a wintertime ("C'era una volta"): sulle note di una canzone di Frances Langford, seguiamo due innamorati che vanno a pattinare sul lago gelato. Il ghiaccio si rompe, ma la ragazza viene salvata grazie anche all'intervento degli animaletti della foresta.
2. Bumble Boogie ("Il boogie del calabrone"): l'orchestra di Freddy Martin reinterpreta nel proprio stile Il volo del calabrone. Le immagini sono astratte, surreali e oniriche, simili a quelle della Toccata e fuga in "Fantasia".
3. The Legend of Johnny Appleseed ("La leggenda di Johnny Seme di mela"): l'attore Dennis Day racconta la storia di John Chapman, celebre personaggio del folklore statunitense, un pioniere che ha contribuito in modo incruento alla conquista del West piantando ovunque alberi di mela. Fra tutti gli episodi, è quello dove la musica ha il ruolo minore.
4. Little Toot: ispirata da un racconto di Hardie Gramatky e cantata dalle Andrews Sisters, è la storia di un piccolo rimorchiatore combinaguai che dimostra tutto il proprio eroismo salvando dal naufragio una gigantesca portaerei.
5. Trees ("Alberi"): Fred Waring intona il testo del celebre poema di Joyce Kilmer. È l'episodio più breve. Belle le immagini, stilizzate, che mostrano il paesaggio variare attraverso le stagioni.
6. Blame it on the Samba ("Tutta colpa della samba"): Paperino e José Carioca vengono trascinati nel variopinto e allegro mondo della samba dall'uccello Aracuan (già apparso in "Saludos Amigos") e da una "vulcanica senhorita", vale a dire la musicista Ethel Smith (che compare in carne e ossa, rendendo l'episodio un misto di animazione e riprese dal vivo).
7. Pecos Bill: la vita, esagerata e sopra le righe, del più celebre cowboy di tutti i tempi. Vengono descritte tutte le sue favolose imprese: da quando, bambino, è allevato dagli sciacalli nel deserto, fino al suo incontro con la bella Sue, della quale si innamora perdutamente. L'episodio, il più lungo e sicuramente anche il più divertente del film, è introdotto da un breve segmento dal vivo in cui il narratore (Roy Rogers) e altri interpreti intonano una bella ballata country, "Blue shadows on the trail".

Purtroppo il film manca di coesione e soffre per la qualità altalenante, oltre che per lo stile un po' datato, di alcuni segmenti. L'episodio migliore, a mio parere, è quello di Pecos Bill; i meno interessanti, i primi due. Quattro episodi (1, 3, 4 e 7) raccontano una storia, mentre gli altri tre (2, 5 e 6) si affidano soltanto alla suggestione delle immagini e della musica. Curiosamente, stando al doppiaggio, l'edizione italiana all'epoca dell'uscita in sala aveva invertito l'ordine dei primi due episodi. Nel dvd, comunque, l'ordine è tornato quello normale, ma la voce presenta ancora Once upon a wintertime come "la seconda perla", e Bumble boogie come "la prima perla".

10 ottobre 2009

Vive l'amour (Tsai Ming-Liang, 1994)

Vive l'amour (Ai qing wan sui)
di Tsai Ming-Liang – Taiwan 1994
con Yang Kuei-Mei, Lee Kang-Sheng
****

Rivisto in DVD, con Martin (registrato da "Fuori Orario").

Un appartamento vasto e disabitato diventa lo spazio inconsapevolmente condiviso da tre personaggi alla disperata ricerca di amore: Hsiao-Kang (Lee), rappresentante di urne cinerarie dalle tendenze gay e suicide, che si impossessa delle chiavi quando le trova infilate fuori dalla porta; May Lin (Yang), giovane agente immobiliare dall'esistenza desolatamente vuota, che vi conduce un suo amante occasionale; e quest'ultimo, Ah-jung (Chen Chao-Jung), venditore ambulante dal giubbotto di pelle, che vive alla giornata e senza prospettive. La solitudine e l'incomunicabilità nella moderna e popolosa Taipei, temi comuni a tutti i film di Tsai Ming-Liang, vengono portate sullo schermo senza alcuno sconto, in maniera diretta e devastante. La pellicola, forse il suo capolavoro, è dominata dai silenzi e dai rumori ambientali: i pochi dialoghi sembrano riservati a momenti di lavoro e di vita quotidiana del tutto secondari rispetto ai veri problemi emotivi ed esistenziali dei personaggi, anche se curiosamente proprio le sequenze più parlate del film (quando May Lin presenta alcuni appartamenti ai potenziali acquirenti e quando un venditore di loculi illustra i propri prodotti ai suoi clienti) permettono di tracciare un inquietante parallelo fra le dimore dei vivi e quelle dei morti, entrambe in attesa di qualcuno che le vada ad occupare. Ottima la regia, che rinuncia del tutto al commento musicale (ancora presente invece nella precedente pellicola di Tsai, "Rebels of the neon god") per puntare solo su immagini e inquadrature fisse, soffermandosi con lunghi piani sequenza sulle strane e disperate abitudini dei personaggi (l'appartamento diventa il teatro di bizzarri "rituali privati", come li definisce Mereghetti). La sequenza di Hsiao-Kang con il cocomero anticipa "Il gusto dell'anguria", mentre la formidabile scena conclusiva – forse la più celebre di tutto il cinema di TML – mostra coraggiosamente per quasi una decina di minuti il volto di May Lin, seduta su una panchina, che piange per l'acquisita consapevolezza della propria solitudine. Un film sincero e non ricattatorio: impossibile non provare empatia. Meritatissimo il Leone d'Oro al Festival di Venezia (ex aequo con "Prima della pioggia" di Milko Manchevski), che è valso al regista malese l'appellativo di "Antonioni di Taiwan". Il personaggio di Hsiao-Kang resterà una costante di tutto il cinema di Tsai. La brava Yang Kuei-Mei, al suo primo film con il regista, era una delle tre sorelle in "Mangiare, bere, uomo, donna" di Ang Lee.

9 ottobre 2009

Il mio vicino Totoro (H. Miyazaki, 1988)

Il mio vicino Totoro (Tonari no Totoro)
di Hayao Miyazaki – Giappone 1988
animazione tradizionale
****

Rivisto al cinema Uci Bicocca, con Monica ed Elena.

Con ben 21 anni di ritardo (complimenti, distributori!), finalmente questo capolavoro arriva anche nei cinema italiani. Mi rendo conto che è difficile dire quale sia il miglior film di Hayao Miyazaki, uno dei più grandi artisti nel campo dell'animazione, ma personalmente ho sempre avuto un debole proprio per questa stupenda pellicola, poetica e affascinante, colma di suggestioni legate in particolare all'innocenza e alla scoperta della natura. La trama vede come protagoniste due bambine, Satsuki (di 11 anni) e Mei (di 4 anni), che si trasferiscono con il padre in una casa di campagna in modo da stare più vicine alla madre, ricoverata in una clinica nei dintorni. Qui le sorelle entrano in contatto con un mondo finora sconosciuto e fanno una serie di strani incontri: dai piccoli spiriti della fuliggine, che occupano le case rimaste abbandonate a lungo, ad alcune bizzarre creature pelose e tondeggianti che sembrano legate agli alberi e al verde. Il maggiore di questi spiriti, che le bambine chiamano Totoro, è il protettore e custode della foresta, e in particolare del gigantesco albero di canfora che sovrasta la loro nuova casa. Quando Satsuki e Mei avranno bisogno di aiuto, Totoro interverrà inviando in loro soccorso il suo magico Gatto-bus. L'animismo di stampo shintoista, l'ambientazione nel Giappone rurale degli anni cinquanta (le risaie, i viottoli, i ruscelli), i valori dell'amicizia e della famiglia, una riuscita fusione fra realtà e immaginazione si combinano con grandi momenti di cinema (imperdibile la scena in cui Satsuki, sotto la pioggia, offre il proprio ombrello a Totoro, il quale scoppia di entusiasmo quando si rende conto della sua utilità; o quella notturna in cui gli spiriti aiutano le bambine a far crescere i semi che hanno piantato) per dar vita a un film che praticamente non ha difetti. Anche l'apparente mancanza di tensione drammatica, infatti, non è affatto tale, come dimostra la seconda parte della pellicola in cui si arriva a temere tanto per la sorte di Mei quanto per quella della madre. Magnifica anche la colonna sonora di Joe Hisaishi, e buona – tutto sommato – l'edizione italiana, con dialoghi forse fin troppo fedeli a quelli giapponesi (al punto da lasciare inalterata la consuetudine nipponica di far parlare i personaggi in terza persona: nella nostra lingua suona decisamente male).

Note: Nel paese del Sol Levante la pellicola era uscita in abbinamento con un altro lungometraggio dello Studio Ghibli, "Una tomba per le lucciole" di Isao Takahata. Da allora Totoro è diventato il simbolo dello Studio Ghibli, che produce tutte le opere di Hayao Miyazaki, e come tale si ritrova nel logo che precede ogni sua pellicola. In Giappone, naturalmente, il personaggio è popolarissimo: ci sono interi negozi che ne vendono peluche di ogni dimensione!

8 ottobre 2009

Exotica (Atom Egoyan, 1994)

Exotica (id.)
di Atom Egoyan – Canada 1994
con Bruce Greenwood, Mia Kirshner
***

Rivisto in DVD, con Giovanni, Ginevra e Marisa.

Francis (Greenwood), un agente delle tasse, non si è mai ripreso dalla morte della figlia, assassinata da un maniaco qualche anno prima. I ricordi lo tormentano e lo ossessionano, e per esorcizzarli si reca ogni sera all'Exotica, sofisticato locale notturno dove fa danzare al proprio tavolo Christina (Mia Kirshner), una giovane spogliarellista che si esibisce vestita da studentessa. Ma le sue attenzioni per la ragazza scatenano la gelosia di Eric (Elias Koteas), il deejay del nightclub, che in qualche modo lo convince a infrangere la regola principale del locale, quella che proibisce ai clienti di toccare le danzatrici, dandogli così una scusa per buttarlo fuori. Per vendicarsi, Francis chiede l'aiuto di Thomas (Don McKellar), proprietario di un negozio di animali esotici, gay represso e contrabbandiere di uova di pappagallo... La vicenda non è narrata linearmente ma viene fuori poco a poco, dettaglio dopo dettaglio, attraverso lunghe sequenze in cui i personaggi ripetono più volte le stesse azioni come parte di una routine che nasconde qualcosa di doloroso e di inespresso. Egoyan è bravo a costruire un'atmosfera carica di mistero e ambiguità (vengono accennati temi come quelli della pedofilia e dell'incesto, di cui lo spettatore è portato a sospettare Francis a più riprese, per non parlare delle tendenze omosessuali di Thomas che lo portano a bizzarri approcci con gli spettatori del teatro), senza mai sfociare nella volgarità. Tutti i personaggi sono alla ricerca di qualche tipo di contatto emotivo e umano, ma barriere di natura fisica (come le regole dell'Exotica) o psicologica sembrano continuamente frapporsi fra loro. La magnifica fotografia, le interessanti scenografie, i rimandi interni (gli specchi falsi alla dogana precorrono quelli nel nightclub; le uova nell'incubatrice si riflettono nello stato di gravidanza di Zoe, la proprietaria del locale), la sceneggiatura che svela i dettagli lentamente (con flashback, ricordi e immagini – anche filtrate dalla tecnologia – che solo nel finale svelano il loro reale significato), le buone prove degli interpreti, la musica di sottofondo (Christina danza sulle note di Leonard Cohen) e l'atmosfera avvolgente e ipnotica concorrono alla riuscita di una pellicola fredda e complessa ma anche coinvolgente. Il personaggio di Zoe è interpretato dalla moglie del regista, Arsinée Khanjian. Egoyan tornerà a riflettere sui temi dell'incomunicabilità, del dolore e della perdita nel suo film successivo, "Il dolce domani".

4 ottobre 2009

Bastardi senza gloria (Q. Tarantino, 2009)

Bastardi senza gloria (Inglourious basterds)
di Quentin Tarantino – USA/Germania 2009
con Brad Pitt, Mélanie Laurent
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

Nella Francia occupata dai nazisti, durante la seconda guerra mondiale, un manipolo di soldati americani che si fanno chiamare "i bastardi" agisce clandestinamente con azioni di guerriglia, massacrando più soldati tedeschi possibile e spargendo il terrore fra le linee nemiche. Sono guidati dal tenente Aldo Raine (Pitt), detto "l'Apache" per la sua caratteristica di togliere lo scalpo alle sue vittime e l'abitudine di incidere una svastica sulla fronte di coloro che lascia in vita, per non correre il richio che – una volta finita la guerra – possano togliersi l'uniforme e dimenticare di essere stati nazisti. Quando vengono a sapere che l'intero stato maggiore del Reich, compreso Hitler, sarà presente a Parigi alla première di un film di propaganda voluto da Goebbels, i "bastardi" progettano di far saltare in aria il cinema con l'aiuto di un ufficiale inglese e di un'attrice tedesca infiltrata. Ma non sanno che anche la proprietaria del cinema, una ragazza ebrea sfuggita qualche anno prima al massacro della sua famiglia, ha in mente di dar fuoco alla sala...

Dopo il deludente "A prova di morte", Tarantino torna a fare ciò che gli riesce meglio: un pastiche fumettoso, esagerato e sopra le righe, ricolmo di personaggi psicopatici e non certo per tutti i gusti, che alterna momenti e situazioni esaltanti a clamorose cadute di stile, ma purtroppo anche senza i dialoghi brillanti di un tempo e con alcune caratterizzazioni discutibili o semplicemente superficiali (a cominciare dai "bastardi": forse in futuro una versione director's cut dedicherà maggior spazio ai singoli membri del gruppo?). L'intera vicenda è avvolta da un manto di irrealtà, che parte dall'incipit fiabesco ("C'era una volta...", titolo che fa il verso ad alcune delle pellicole più idolatrate dal regista, da Sergio Leone a Tsui Hark) e giunge all'inaspettata conclusione in cui – paradossalmente e catarticamente – l'attentato contro Hitler ha successo e il Führer viene ucciso nel cinema, ponendo fine in anticipo alla guerra. Messa dunque da parte la verosimiglianza storica e ogni parvenza di analisi sociale (i tedeschi, agli occhi dei protagonisti, sono tutti cattivi per definizione, dal primo gerarca all'ultimo soldato semplice), il film si snoda attraverso una serie di vicende – divise in capitoli – che scorrono in parallelo, governate più dal caso che da necessità narrative: fra crudeltà ed efferatezze, tutti uccidono tutti e tutti possono morire, spesso in maniera gratuita e aleatoria (perché viene uccisa l'attrice, per esempio?), sorprendendo lo spettatore in ogni momento con svolte inattese e colpi di scena imprevisti. Non nego di aver provato anche un senso di fastidio per la generalizzata mancanza di umanità, questo insistere sulla vendetta e sulle atrocità, l'impossibilità di stabilire un legame empatico con quelli che dovrebbero essere i "buoni" e che invece sono più crudeli e spietati dei "cattivi" (al punto che, paradossalmente, gli unici a mostrare qualche sentimento positivo e non violento si ritrovano proprio fra i nazisti: dal soldato che vorrebbe riabbracciare la madre a quello che festeggia la nascita del primogenito, oltre ovviamente al giovane attore che si innamora della proprietaria del cinema: desideri che, nel mondo di Tarantino, non hanno la minima speranza di essere ricambiati o esauditi). Fra le scene migliori, sicuramente vanno citate quelle "attorno ai tavoli", costruite per creare tensione: la sequenza iniziale in cui il colonnello Landa irrompe nella casa del contadino francese che nasconde una famiglia di ebrei e quella ambientata nella locanda dove alcuni soldati tedeschi stanno giocando a indovinare i nomi dei personaggi che hanno scritti sulla fronte.

Il titolo originale del film è una versione storpiata di quello americano di "Quel maledetto treno blindato", b-movie bellico di Enzo G. Castellari che ha fornito giusto l'ispirazione e qualche spunto (non siamo certo di fronte a un remake). L'intero lungometraggio, comunque, è un omaggio al cinema di genere italiano degli anni '70, e anche nella colonna sonora non mancano riferimenti a quelle pellicole, con una forte presenza di temi in particolare di Ennio Morricone. La scena d'apertura sembra uscire pari pari da un western (con il capofamiglia che dice alle donne di chiudersi in casa: stanno arrivando gli indiani!). Fra gli interpreti svetta Christoph Waltz (premiato come miglior attore a Cannes) nei panni del colonnello Hans Landa, il personaggio più riuscito del film, ostinato "cacciatore di ebrei" e investigatore abile e poliglotta: il che ci porta al problema del doppiaggio. Nel film si parlano numerose lingue, e la versione italiana ha scelto di doppiare l'inglese (e in parte il francese), lasciando il tedesco (e in parte il francese) in originale con sottotitoli. Ma riesce lo stesso a far danni: innanzitutto per il fastidioso effetto di sentire i personaggi cambiare voce quando passano da un idioma all'altro, e poi rovinando completamente la buffa scena in cui Pitt e compari si fanno passare per siciliani e tentano maldestramente di spiccicare qualche parola in dialetto di fronte al colonnello Landa che, invece, parla benissimo l'italiano...

Notevoli e numerose – come sempre – le citazioni cinematografiche, anche queste spesso gratuite: ma stavolta abbondano anche quelle metacinematografiche. A parte la scelta di ambientare il momento clou in un cinema e di dare ampio spazio all'apparato propagandistico di Goebbels, vengono nominati diffusamente G.W. Pabst e Leni Riefenstahl, si accenna a Henri-Georges Clouzot (il cui "Il corvo" era in programmazione in quegli anni proprio nella Francia occupata) e compare persino Emil Jannings. Senza contare gli innumerevoli riferimenti ad altre pellicole, diretti (da "Il monello" a "King Kong", da "La regina Cristina" al "Sergente York") o indiretti (da "Fight Club", quando Brad Pitt spiega che non ama combattere in uno scantinato, a "Sentieri selvaggi", citato da Tarantino nella scena in cui Shosanna fugge dalla casa dove si nascondeva). Infine, alcune curiosità: Michael Fassbender è il tenente inglese Hicox, appassionato di cinema tedesco. Un ruolo era stato previsto (e le scene già girate) anche per Maggie Cheung, ma nel montaggio finale le sequenze con l'attrice cinese sono state eliminate per motivi di lunghezza: che peccato! Il film si conclude poi con le parole "Credo proprio che questo sarà il mio capolavoro": è il tenente Raine a parlare, o – immodestamente – lo stesso Tarantino? Se fosse così, mi dispiace Quentin, ma hai torto: "Pulp Fiction", "Le iene" e "Kill Bill" restano superiori (e di molto).

3 ottobre 2009

Storia di fantasmi cinesi (Ching Siu-Tung, 1987)

Storia di fantasmi cinesi (Sien nui yau wan, aka A chinese ghost story)
di Ching Siu-Tung – Hong Kong 1987
con Leslie Cheung, Joey Wong
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni e Chiara.

Presso un antico tempio disabitato, nella foresta, il fantasma di una fanciulla è costretto a sedurre i malcapitati viandanti per consegnarli a un terribile demone-albero che ne risucchia le energie vitali. Ma la ragazza si innamora di un giovane e ingenuo esattore delle tasse, che combatterà strenuamente contro gli spiriti maligni per liberarla dalla sua schiavitù e salvare la sua anima, aiutato da un bizzarro monaco taoista. Folgorante horror-fantasy romantico, dal titolo programmatico e dal soggetto ispirato a un classico racconto soprannaturale della dinastia Qing, che mescola lo stile artigianale del Sam Raimi de “La casa” (l'ambientazione nel bosco, le soggettive rasoterra delle “presenze” malvage, i mostri animati a passo uno, una certa dose di ironia e di umorismo) con quello dei classici wuxiapian cinesi (combattimenti in volo e a colpi di arti marziali, monaci e spadaccini guerrieri, la lotta epica fra il bene e il male, sentimentalismo struggente, veli e tessuti fluttuanti), in un mix riuscitissimo che ha fatto da apripista a tutto un genere (quello dei racconti sul folklore e il soprannaturale) all'interno della new wave di Hong Kong, di cui è stato forse il primo prodotto a giungere con successo in occidente. In Asia – Giappone e Corea compresi – la pellicola fu una grande hit, consolidando la fama di star di Leslie Cheung (già noto come cantante e per le sue apparizioni in “A better tomorrow” e “Rouge”) e lanciando la carriera di Joey Wong, perfetta nel ruolo dello spirito irrequieto e innamorato di un mortale, e indimenticabile con i campanellini attorno alla caviglia. Al loro fianco c'è il veterano Wu Ma nei panni del monaco guerriero, forse – come per Joey Wong – il ruolo più celebre della sua carriera. Prodotto dalla factory del geniale Tsui Hark, il film vede alla regia il dotatissimo coreografo Ching Siu-Tung che si sbizzarrisce in una serie di scene e di sequenze visivamente splendide. Fondamentale il ruolo della fotografia nel dare vita a un'atmosfera eterea e onirica, sospesa fra il mondo degli esseri umani (abitato da guardie inette e da funzionari corrotti) e quello degli spiriti e dei demoni (governato peraltro da ferree leggi naturali). Magnifica anche la colonna sonora, nella quale spiccano le canzoni interpretate dallo stesso Leslie Cheung (sui titoli di testa) e da Sally Yeh: ma è da ricordare pure il balletto notturno di Wu Ma, una sorta di rap danzato e coreografato. Il film ha dato origine a ben due sequel, diretti dallo stesso Ching, più una serie televisiva e un lungometraggio d'animazione prodotto sempre da Tsui Hark.