28 novembre 2008

Nessuna verità (Ridley Scott, 2008)

Nessuna verità (Body of lies)
di Ridley Scott – USA 2008
con Leonardo DiCaprio, Russell Crowe
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Hiromi.

DiCaprio è Roger Ferris, un agente della CIA che lavora "sul campo" in Medio Oriente a caccia di terroristi, rendendosi protagonista di pericolose azioni tra Iraq e Giordania: parla l'arabo, conosce e apprezza le usanze locali, tende a circondarsi di alleati del posto e si innamora persino di una ragazza irachena che fa l'infermiera ad Amman. Crowe è Ed Hoffman, il suo machiavellico superiore che ne supervisiona le operazioni "a distanza", sorvegliando via satellite i movimenti e le comunicazioni dalla sua sala operativa negli Stati Uniti: disprezza le altre culture, non si fida di nessuno e ha a cuore soltanto lo stile di vita occidentale. Nello scontro fra le loro differenti personalità sta il segreto di questo bel film dove la caccia ai terroristi è quasi più un McGuffin che il vero fulcro della vicenda, mentre al centro dell'attenzione ci sono i fragili rapporti con gli alleati (come i servizi segreti giordani, diretti dal fascinoso Hani interpretato dal bravo Mark Strong). Se Ferris si espone in prima persona (e ne porta i segni fisicamente: non c'è scena del film in cui non esibisca ferite, tagli, morsi o abrasioni), Hoffman, circondato dalla famigliola e da una "comoda" realtà borghese, sembra vivere in un mondo dove la violenza viene vista solo attraverso un monitor. Il primo è un eroe d'azione fin troppo sensibile, che si sente in colpa se è costretto a mentire ai suoi alleati e che soffre quando muoiono degli innocenti; il secondo è un cinico manipolatore, parente del Christof di "Truman Show", per il quale la tecnologia è tutto, la lealtà non conta nulla e la vita umana è sempre sacrificabile. Il film è discretamente spettacolare, con una marea di location sparse in giro per il mondo e belle immagini della sorveglianza satellitare dall'alto, e si basa su un giusto equilibrio fra i sentimenti privati dei personaggi e le logiche machiavelliche dello spionaggio e dell'antiterrorismo, dove spesso i ruoli dei "buoni" e dei "cattivi" si confondono, al punto da lasciare sempre qualche dubbio sulle reali intenzioni degli agenti infiltrati. Molto bravo DiCaprio, un attore che mi piace sempre di più. Efficace e professionale come al solito il regista Ridley Scott, che non si lascia mai sfuggire il film dalle mani e confeziona una pellicola capace di soddisfare lo spettatore e di mantenere le sue promesse fino in fondo.

27 novembre 2008

Linda Linda Linda (N. Yamashita, 2005)

Linda Linda Linda (id.)
di Nobuhiro Yamashita – Giappone 2005
con Bae Du-na, Yu Kashii
***1/2

Visto in DVD con Hiromi, in originale con sottotitoli.

In un liceo di provincia, in occasione del festival della scuola, quattro alunne del club di musica leggera hanno in programma di suonare alcuni brani rock davanti ai propri compagni. Ma una di loro dà forfait quando mancano pochi giorni all'esibizione, ed è dunque necessario rivoluzionare il repertorio (i brani originali vengono sostituiti con alcune vecchie canzoni del gruppo The Blue Hearts, fra cui la trascinante "Linda Linda" che dà il titolo alla pellicola e il cui refrain rimane indelebile in mente dopo la visione) e soprattutto trovare al più presto un'altra cantante: la scelta improvvisata ricade su Son, studentessa coreana in viaggio di scambio culturale, che pur non padroneggiando completamente il giapponese si lascia coinvolgere dalle nuove amiche (la statuaria chitarrista Kei, l'allegra ma timida batterista Kyoko e la taciturna bassista Nozomi). Gradevole e minimalista, la pellicola è abilissima nel mettere a fuoco i personaggi e il loro mondo privato/scolastico/musicale senza ricorrere a esagerazioni narrative, a luoghi comuni o a scene madri: la personalità delle quattro protagoniste emerge poco a poco in un'atmosfera di realismo e quotidianità, mentre il regista ci mostra le lunghe sessioni di prova (che lasciano le ragazze sempre più esauste), i timidi approcci amorosi, i fraintendimenti, le ostinazioni e i sogni dei personaggi. La calma e l'apparente lentezza con cui il film procede si sciolgono tutte nell'emozionante finale, con il concerto tanto atteso che ha finalmente luogo – nonostante le difficoltà e i ritardi – in una palestra colma di gente a causa della pioggia che imperversa all'esterno. Regia e montaggio si mettono fedelmente al servizio della storia, mentre fra le attrici, tutte brave, spicca l'ottima (come sempre) Bae Du-na.

26 novembre 2008

Speed Racer (A. e L. Wachowski, 2008)

Speed Racer (id.)
di Andy e Larry Wachowski – USA 2008
con Emile Hirsch, Christina Ricci
*1/2

Visto in DVD, con Hiromi.

Per gli americani la serie animata giapponese "Mach Go Go Go" ("Superauto Mach 5") rappresenta quello che per noi italiani sono stati "Heidi" e "Goldrake", ossia uno dei primi anime (se non il primo) ad arrivare nel paese e a diventare oggetto di culto per un'intera generazione. Ecco spiegati i motivi per i quali i fratelli Wachowski hanno deciso di trarne un adattamento ipertecnologico, che si rivela colorato, psichedelico, cartoonesco, fracassone e infantile. La trama ruota attorno a un giovane pilota che, a bordo di una super vettura realizzata tutta in famiglia, sfida la potente scuderia di un corrotto magnate delle corse. Le movimentate gare, a base di scorrettezze di ogni tipo, sorpassi incredibili, acrobazie irrealistiche e mancanza di rispetto alle leggi della fisica, riescono talvolta a lasciare a bocca aperta, ma il resto del film è francamente noioso, visto che i Wachowski si dimostrano incapaci di creare una storia coerente, di sviluppare personaggi degni di nota, di costruire gag divertenti, insomma di offrire dei contenuti validi al pubblico. L'aspetto tecnico e formale della pellicola, invece, vale sicuramente la visione: di fatto si tratta di un film d'animazione, dove i volti e i corpi degli attori (che hanno recitato davanti al blue screen) sono inseriti in scenari e ambientazioni completamente ricostruiti al computer. È il trionfo del cinema virtuale, già sperimentato in "Sky Captain and the World of Tomorrow" e passato attraverso fasi come la trilogia di "Matrix" (degli stessi Wachowski) o "300", dove tutto è finto e dove, proprio per questo, non stupisce che i personaggi non siano soggetti alle leggi fisiche. Rispetto al passato, ormai, i rispettivi pesi della live action e degli effetti speciali sono ribaltati, e a tratti sembra di assistere a un videogioco, non a un film. Ma le leggi fisiche non valgono più nemmeno per i registi o per la macchina da presa: essendo virtuale, questa può essere posizionata idealmente ovunque, compiere acrobazie pari a quelle delle autovetture in corsa, sovrapporre campi a controcampi, annullare le distanze passando in un millisecondo da un punto all'altro, roteare a 360 gradi su uno sfondo digitale, senza alcuna limitazione. In futuro, non ho dubbio, autori di valore ci andranno a nozze. Eppure, film come questo (e come il mediocre e già citato "Sky Captain") dimostrano anche come il vero valore del cinema continuerà a risiedere nelle storie, nei personaggi, nelle sceneggiature. Trascurando i contenuti e basandosi solo sulla forma, un film brutto non cesserà mai di essere tale. E nel frattempo, il ricco cast (ci sono anche Susan Sarandon, Benno Fürmann e Moritz Bleibtreu) sembra sprecato: il migliore (a parte lo scimpanzé ^^) è comunque John Goodman, nei panni del padre del protagonista.

25 novembre 2008

Margherita Gautier (G. Cukor, 1936)

Margherita Gautier (Camille)
di George Cukor – USA 1936
con Greta Garbo, Robert Taylor
***

Rivisto in DVD.

In quella che forse è la sua migliore interpretazione, anche perché diretta da un signor regista, la Garbo veste un ruolo che sembra essere stato scritto su misura per lei, quello della "Signora delle camelie" del romanzo di Dumas figlio. La storia, già portata sullo schermo numerose volte, viene addolcita nel finale con l'aggiunta della riconciliazione fra Armand e Margherita appena prima della morte della donna, ma mantiene tutte le sue caratteristiche tragiche e romantiche e l'ambientazione parigina di metà ottocento. Cukor, dal canto suo, ci aggiunge vivacità e passione, mentre la colonna sonora prende a prestito le note de "La Traviata" di Verdi e la fotografia di Karl Freund ammanta di luce quasi eterea i primi piani degli attori. Non male i comprimari, su tutti Henry Daniell (il barone), Laura Hope Crews (Prudence) e Rex O'Malley (Gaston): ma c'è anche Lionel Barrymore nel ruolo del padre di Armand, che chiede a Margherita di rinunciare al suo amore. Ottimi anche i dialoghi, con drammatiche anticipazioni del futuro ("Io sono sempre bella quando sto per morire") e riferimenti ad altre versioni della stessa storia ("Dopo la mia morte, qualcuno finirà per metterlo all'asta", dice Margherita parlando del romanzo di Manon Lescaut).

24 novembre 2008

Cry Baby (John Waters, 1990)

Cry Baby (id.)
di John Waters – USA 1990
con Johnny Depp, Amy Locane
**

Rivisto in DVD, con Hiromi.

Baltimora, 1954: la "buona ragazza" Allison si innamora del "teppista" Cry Baby, e lo scontro fra famiglie perbene e gioventù bruciata si accende improvvisamente a colpi di risse e di numeri musicali. Una storia esile e scontatissima, condita da canzoni in puro stile rock'n'roll anni '50, fa da sfondo a una pellicola con la quale – come con la precedente "Hairspray" – Waters attacca l'ipocrisia e il perbenismo degli anni del Maccartismo. Ma non si tratta di satira profonda, né di una rilettura critica delle tensioni di quel periodo: tutto rimane in superficie, a livello di puro entertainment, e in fondo il film risulta piuttosto innocuo. Più che la trama, a emergere sono i personaggi, disinibiti e grotteschi. Accanto a Depp (ribelle in giubbotto nero, il cui soprannome deriva dalla caratteristica di piangere una sola lacrima per i sensi di colpa o per amore) e alla Locane (fanciulla di buona famiglia attratta da un mondo più trasgressivo) ci sono tutta una serie di "irregolari" fra i quali spiccano la bruttissima Kim McGuire e l'autoironica Traci Lords. Nel cast, in parti minori, anche Iggy Pop e Joe Dallesandro.

21 novembre 2008

Viva erotica (Yee Tung-Shing, 1996)

Viva erotica (Se qing nan nu)
di Derek Yee Tung-Shing – Hong Kong 1996
con Leslie Cheung, Shu Qi
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Sing, giovane regista dalle ambizioni autoriali i cui ultimi film sono stati però dei clamorosi insuccessi, accetta di girare un "Category III" (come vengono etichettate le pellicole hongkonghesi vietate ai minori, pornografiche o estremamente violente) su commissione per un produttore legato alle triadi. Viene costretto a tutta una serie di compromessi, compresa l'imposizione di un'amichetta del produttore – che recita da cani e per di più rifiuta di spogliarsi nelle scene di nudo – come attrice protagonista. Le tensioni all'interno della troupe e con lo svogliato cast rischiano di rendere la lavorazione un vero inferno, ma poco a poco Sing riesce a trovare la giusta alchimia di gruppo, a convincere gli attori a interpretare le parti con sentimento e ad accettare il fatto che anche il cinema porno ha una propria dignità artistica se realizzato con impegno e passione. Di pari passo, però, la sua relazione personale con la fidanzata (Karen Mok) sembra precipitare. La pellicola, che mostra un ritratto dolceamaro dell'industria cinematografica di Hong Kong (vi compaiono brevemente star come Anthony Wong, vengono citati Jackie Chan, Stephen Chow e Jet Li, il regista si sente dire che il suo film "non deve essere artistico come quelli di Wong Kar-Wai, ma commerciale come quelli di Wong Jing!"), presenta anche diversi elementi semi-autobiografici, voluti o meno. Il grande Lau Ching-Wan interpreta un regista chiamato proprio Derek Yee, che si toglie la vita dopo le critiche ai suoi ultimi lavori e la fine di una relazione omosessuale: anche se nelle intenzioni si trattava di un alter ego di Yee Tung-Shing, non si può non pensare alla fine dello stesso Leslie Cheung, gay e suicida nel 2003. E anche la storia di Miss Mango, alla quale Shu Qi dà vita con grazia e bravura (e mostrandosi spesso nuda, il che naturalmente è un valore aggiunto per la pellicola!), presenta molti punti in comune con quella della stessa attrice taiwanese. La dicotomia fra cinema impegnato e cinema commerciale (affrontata in maniera equilibrata, non con paranoie alla Medda) spunta fuori a più riprese: vedi l'amarezza di Sing quando vede frustrate le sue ambizioni artistiche perché al box office trionfano sesso e violenza; il fatto che, dopo la morte di Yee, il suo criptico film prima snobbato da tutti diventa un successo ("Presto batterà il record di Jackie"); o le parole del produttore che, di fronte a un film inguardabile, ordina di "tagliarlo e distribuirlo in Europa". C'è anche una citazione kubrickiana: una scena di sesso a tre velocizzata, con l'ouverture del Guglielmo Tell di Rossini in sottofondo.

20 novembre 2008

Una madre dovrebbe essere amata (Y. Ozu, 1934)

Una madre dovrebbe essere amata (Haha wo kowazuya)
di Yasujiro Ozu – Giappone 1934
con Den Obinata, Mitsuko Yoshikawa
**

Visto in DVD (registrato da "Fuori Orario").

Di questo film muto sono andati perduti il primo e l'ultimo dei nove rulli, sostituiti da cartelli riassuntivi. Anche per questo motivo la pellicola – che soffre di un sentimentalismo un po' melenso – non riesce a emozionare del tutto: inoltre sembra quasi una prova generale di Ozu per i suoi film successivi che tratteranno il soggetto dei conflitti familiari in maniera ben più efficace. La storia è quella di una madre che, rimasta vedova, alleva con amore i due figli Sadao e Kosaku. Sadao è in realtà figlio della prima moglie del marito, ma per la donna non fa alcuna differenza. Per questo soffre quando i figli la accusano di avere una preferenza per il "primogenito" e di trattarlo con maggior accondiscendenza. Quando Sadao viene a conoscenza della verità, si infurierà con lei e se ne andrà addirittura da casa. Alla fine, però, l'armonia trionferà. Rispetto ai lavori precedenti, la pellicola si caratterizza per uno scorrere del tempo più marcato (gli anni passano, i personaggi invecchiano). Sulla parete di una casa di tolleranza spicca il poster del film "Rain" con Joan Crawford (che vi interpretava proprio una prostituta).

19 novembre 2008

Anna Karenina (C. Brown, 1935)

Anna Karenina (id.)
di Clarence Brown – USA 1935
con Greta Garbo, Fredric March
*1/2

Visto in DVD.

Per amore di un giovane ufficiale dell'esercito, la bella moglie di un politico di San Pietroburgo abbandona la famiglia e il figlioletto. Ma quando verrà lasciata a sua volta dall'amante, sceglierà il suicidio gettandosi sotto un treno. Ho poco da dire su questo film: nonostante la bella ambientazione e il fascino della Garbo, mi è parso un adattamento piuttosto scialbo del romanzo di Lev Tolstoj, del quale conserva a grandi linee la trama principale, limitando però lo spazio riservato alle figure secondarie (come Kitty o Levin) e soprattutto appiattendo l'emotività della vicenda. I sentimenti dei personaggi rimangono distanti dallo spettatore, anche a causa dell'interpretazione troppo "fredda" da parte degli attori (il migliore mi è sembrato Basil Rathbone nel ruolo di Karenin, il marito di Anna). La "divina", cui si devono comunque alcuni buoni momenti nel film (la sua prima apparizione, quando emerge fra i vapori del treno alla stazione, e il primo piano finale, mentre sta meditando il suicidio), aveva già vestito i panni del personaggio in una versione muta uscita nel 1927 che prevedeva due diversi finali, uno lieto e uno tragico, a seconda delle preferenze del pubblico e degli esercenti.

Quel pazzo venerdì (M. Waters, 2003)

Quel pazzo venerdì (Freaky Friday)
di Mark Waters – USA 2003
con Jamie Lee Curtis, Lindsay Lohan
**1/2

Visto in TV, con Hiromi.

Dopo aver mangiato i biscotti della fortuna confezionati da una maga cinese, una madre (compassata psicologa alla vigilia delle seconde nozze) e una figlia (rocker liceale in perenne conflitto con i professori e il fratello minore) si ritrovano a vivere per un'intera giornata l'una nel corpo dell'altra. Impareranno a conoscere meglio i rispettivi mondi e a comprendersi a vicenda, e ritroveranno l'armonia familiare. Brioso film Disney di buoni sentimenti, innestato su uno spunto fantastico (lo scambio dei corpi) già usato abbondantemente in passato (la pellicola, fra l'altro, è il remake di "Tutto accadde un venerdì" del 1973, con Barbara Harris e Jodie Foster). Se il risultato funziona, oltre all'abilità di Waters, è anche grazie alla prova delle due attrici, assai brave a calarsi l'una nei panni e nella personalità dell'altra. Nel compesso, un film piacevole e divertente che mantiene ogni promessa in modo soddisfacente e con una certa freschezza, anche se in fondo gli sviluppi della trama sono prevedibili (ma mai eccessivamente zuccherosi). L'anno successivo il regista dirigerà ancora la Lohan nell'ottimo teen movie "Mean Girls".

18 novembre 2008

Capriccio passeggero (Yasujiro Ozu, 1933)

Capriccio passeggero, aka Sussulto del cuore (Dekigokoro)
di Yasujiro Ozu – Giappone 1933
con Takeshi Sakamoto, Tomio Aoki
**1/2

Visto in DVD (registrato da "Fuori Orario").

Primo di un miniciclo di quattro film detto Kihachi-mono, dal nome del personaggio interpretato da Takeshi Sakamoto (gli altri tre sono "Storia di erbe fluttuanti", "Una ragazza innocente" – andato perduto – e "Una locanda di Tokyo"), è un lungometraggio caratterizzato da molti temi tipici del regista, a partire dai rapporti fra genitori e figli e dal contrasto fra i sentimenti di amore e di amicizia. Kihachi è un operaio che vive da solo con il figlio Tomio e lavora in una fabbrica di birra insieme all'amico Jiro. Si innamora di una ragazza più giovane di lui, Harue, ma deve fare i conti con la dura realtà: lei è infatuata di Jiro, che però la tiene a distanza per rispetto dei sentimenti dell'amico. Alla trama sentimentale si sovrappone quella del rapporto fra Kihachi e il figlio, ben più sveglio e responsabile di lui, che sfocia nella magnifica scena del litigio fra i due, con il padre che dapprima picchia Tomio e poi, rendendosi conto di aver torto, lascia che sia il figlio a sfogare il proprio risentimento. La sequenza termina con un abbraccio pacificatorio di estrema commozione. Per il resto, il film presenta un protagonista simpatico, vivace e imprevedibile, che si getta a capofitto nelle azioni e nei sentimenti per poi tirarsi indietro alla prima difficoltà (corteggia Harue ma poi accetta di intercedere per lei presso Jiro; si veste in ghingheri per far colpo sulla ragazza ma cambia subito idea quando i vicini lo deridono; si offre di partire per lo Hokkaido per ripagare un debito ma se ne pente e si tuffa dalla nave che lo stava portando al nord). Oltre ai personaggi, ottimamente caratterizzati, spicca l'ambientazione, più proletaria e meno borghese rispetto al solito cinema di Ozu. Curiosa la sequenza iniziale, ambientata durante uno spettacolo teatrale, con gag prolungate su portafogli vuoti e pulci che si aggirano fra il pubblico.

17 novembre 2008

Camille (Ray C. Smallwood, 1921)

Camille
di Ray C. Smallwood – USA 1921
con Alla Nazimova, Rodolfo Valentino
**1/2

Visto in DVD.

Uno dei tanti (ma forse il più celebre) fra gli adattamenti muti del classico "La signora delle camelie" di Alexander Dumas figlio. È inserito come extra nel DVD del "Margherita Gautier" di Cukor con la Garbo, e sicuramente non sfigura in confronto a quella versione. Rodolfo Valentino, non ancora una star, è poco più che un comprimario in una pellicola totalmente dominata da Alla Nazimova (accreditata nei titoli di testa con il solo cognome, scritto con la sua firma anziché con caratteri tipografici), che recita con intensità e passione: all'epoca le sue interpretazioni erano considerate molto realistiche, cosa che guardandole oggi sembra un po' difficile da credere, anche se si può apprezzarne la varietà di stili ed espressioni. Si trattava di un'attrice di origine russa, nota per impersonare eroine tragiche e romantiche, che ebbe il suo massimo momento di splendore fra il 1917 e il 1922, quando dominò la scena di Hollywood anche come produttrice (e si dice che favorì la carriera di molte giovani attrici, con diverse delle quali ebbe relazioni sentimentali). Se la storia – ambientata però in epoca contemporanea – è quella classica, lo stile è invece piuttosto moderno e visivamente accattivante. Ho trovato particolarmente interessanti le scenografie, audaci e liberty (come l'appartamento di Margherita, con quelle tende e le finestre rotonde). I set furono disegnati da Natasha Rambova, che in seguito sposò proprio Rodolfo Valentino. Curioso anche l'inserto con le vicende di Manon Lescaut, ambientate invece nel passato, lette da Margherita nel libro che le regala Armand: quasi un film nel film.

15 novembre 2008

Sole ingannatore (N. Michalkov, 1994)

Sole ingannatore (Utomlyonnye solntsem)
di Nikita Michalkov – Russia/Francia 1994
con Nikita Michalkov, Oleg Menshikov
***1/2

Rivisto in VHS, con Marisa e altra gente.

Nel 1936 il colonnello Kotov, leggendario eroe della rivoluzione sovietica, trascorre una calda estate in una dacia di campagna insieme alla giovane moglie Marusia e alla figlioletta Nadja, circondato da una serie di parenti e di bizzarri amici in un'atmosfera di convivialità: ma l'inatteso arrivo del "cugino" Mitja, un tempo innamorato di Marusia e cresciuto in sua compagnia prima di essere misteriosamente allontanato, fa crescere la tensione e precipitare gli eventi. La struttura del film, che inizia presentando numerosi personaggi e situazioni che sembrano accumularsi caoticamente (come indica anche il sonoro, con dialoghi, rumori e musiche che si sovrappongono), si fa via via più ordinata ed essenziale, lasciando emergere poco a poco i veri temi della pellicola: le purghe staliniane, spesso usate come strumenti per vendette o rese dei conti private, e le contraddizioni di un'epoca dove a slanci di entusiasmo per il futuro si sovrapponevano il rimpianto per un passato "che aveva più aroma" e le tristi parabole personali dei protagonisti della rivoluzione stessa. Fra squarci surreali o grotteschi (le esercitazioni con le maschere antigas, l'effige di Stalin che vola nel cielo appesa a un pallone aerostatico, il "sole" che si aggira per la casa e che annuncia inevitabili tramonti), esibizioni narcisistiche (Kotov a petto nudo o che cavalca nei campi di grano per fermare da solo la colonna dei carri armati), passatempi edonistici (la sauna, la gita al fiume, la partita a pallone), canzoni nostalgiche (quella che dà il titolo al film) e momenti comici (il camionista che non trova la strada, la cameriera ipocondriaca che si protegge con il vassoio di metallo), la pellicola mostra un dramma familiare in cui le pulsioni private si fondono con il contesto pubblico: le celebrazioni (per la costruzione dei dirigibili di Stalin), le parate, le esercitazioni non sembrano aver intaccato più di tanto lo stile di vita privilegiato della famiglia del compagno Kotov, caratterizzato dal culto per l'arte (il ballo, il canto, la musica) e da quel sapore cechoviano tanto caro al regista. Ma la violenza e le sopraffazioni fanno il loro ingresso sotto mentite spoglie: e i giochi e gli scherzi di Mitja si rivelano alla fine per quello che realmente sono, un modo per coprire le bugie e i reali progetti dell'uomo. Ottimi tutti gli attori, ma bravissima e simpaticissima la bambina di sei anni che interpreta Nadja, anche nella realtà figlia del regista. La pellicola ha vinto il premio della giuria a Cannes e l'Oscar come miglior film straniero. Attualmente Michalkov ne sta girando un seguito, ambientato durante la seconda guerra mondiale.

14 novembre 2008

Constantine (Francis Lawrence, 2005)

Constantine (id.)
di Francis Lawrence – USA 2005
con Keanu Reeves, Rachel Weisz
**

Visto in DVD.

John Constantine è un personaggio ideato da Alan Moore nel periodo in cui lo scrittore inglese lavorava sulla testata "Swamp Thing". La popolarità del character, il cui aspetto era ispirato a quello del cantante Sting, spinse la DC Comics (non ancora Vertigo) a renderlo protagonista di una serie personale, "Hellblazer", una delle più fortunate dell'etichetta for mature readers della casa editrice. Di quel personaggio il film prende solo alcuni aspetti e ne cambia personalità, caratteristiche e setting: il Constantine cinematografico è americano e non inglese, veste come uno yuppie in giacca e cravatta e non in trench coat, lotta per conquistarsi un posto in paradiso anziché per puro spirito di avventura e per attrazione verso l'occulto, ed è molto meno cinico e sarcastico. Francamente, viste le premesse, mi aspettavo un totale disastro: e invece, se si dimentica qual è il materiale di origine e lo si guarda come una pellicola a sé stante, in fondo il film ha una bella atmosfera (non male nemmeno gli effetti speciali) e presenta diversi spunti interessanti. Constantine è ritratto come un esorcista laico, senza fede ("tu non credi, tu sai", gli dice un ambiguo angelo interpretato da Tilda Swinton) e alle prese con il tentativo, da parte del figlio di Satana, di invadere il mondo degli esseri umani, trasgredendo la regola che vieta a demoni e angeli di intervenire direttamente nelle vicende degli uomini. Nel complotto rimane coinvolta anche una poliziotta con poteri paranormali, convinta che il misterioso suicidio della sorella gemella sia stato dovuto a qualche intervento soprannaturale. L'originalità della pellicola sta nel mettere in scena una lotta fra il bene e il male nel quale l'eroe non parteggia per l'una o per l'altra parte (anzi, le disprezza entrambe) ma cerca di restare a galla nel mezzo. La sottotrama del tumore ai polmoni proviene dal primo celebre ciclo di albi scritto da Garth Ennis, anche se viene risolta in maniera ben più semplicistica. E alla fine Constantine smette di fumare: il "vero" John non l'avrebbe mai fatto.

13 novembre 2008

Princess Mononoke (H. Miyazaki, 1997)

Princess Mononoke (Mononoke hime)
di Hayao Miyazaki – Giappone 1997
animazione tradizionale
***

Rivisto in DVD, con Hiromi, in originale con sottotitoli.

Il primo film di Miyazaki giunto nelle sale del nostro paese (ma solo perché in precedenza era uscito negli Stati Uniti, altrimenti ad aspettare i nostri distributori staremmo freschi) è anche uno dei suoi lavori più impegnativi e "adulti". Ambientato in un Giappone feudale e ancestrale, cruento e animista (siamo nell'era Muromachi, 1303-1573), narra il conflitto fra gli spiriti-animali di un'immensa foresta sacra e gli uomini che vorrebbero distruggerla per estrarre il ferro dalla montagna sottostante e costruire armi nuove e sempre più potenti. Ma le fazioni in gioco sono molte (ci sono anche bande di samurai e di briganti che vogliono conquistare la Città del Ferro, attirati dalle sue ricchezze, e subdoli monaci che intendono impadronirsi della testa dello Shishigami, lo spirito supremo della foresta, per donarla all'imperatore, convinto che possa dargli l'immortalità), e il bene e il male non stanno da una sola parte, come testimonia il fatto che la "cattiva" Eboshi difende i diritti di donne e contadini... A lottare a fianco degli animali c'è anche San, "la principessa Mononoke", una ragazza selvatica e allevata dai lupi, mentre il protagonista – il principe Ashitaka, proveniente da un lontano villaggio e ultimo erede di un'antica civiltà – è l'unico che prova a mediare fra i contendenti e a non lasciarsi pervadere dall'odio, sentimento che può trasformare persino gli spiriti benigni in demoni furiosi e assetati di sangue. Per proteggere il suo villaggio da uno di questi, Ashitaka è stato colpito da una strana maledizione: ed è proprio per trovare una cura che si mette in viaggio e scopre come il mondo stia cambiando velocemente. Visivamente magnifico (con disegni e scenografie suggestive) e cinematograficamente perfetto (le scene d'azione, gli inseguimenti e gli scontri sono dinamici e coinvolgenti), il film è sicuramente il più complesso e violento di tutti quelli del maestro Miyazaki (nei combattimenti volano teste e braccia) e fa un uso massiccio – per i suoi standard – di computer grafica, per esempio nelle scene della trasformazione del dio Shishigami. La pellicola può anche contare, come al solito, su una bellissima colonna sonora di Joe Hisaishi: la canzone principale è cantata da Yoshikazu Mera, un controtenore (ossia un uomo che canta in falsetto, raggiungendo un registro da contralto o da soprano). Personalmente trovo stupendo il brano "Ashitaka to San", lo ascolterei in loop per ore intere!

Rispetto ai film precedenti, ho notato alcuni paralleli con "Nausicaä" (il giovane principe di una cultura isolata e ai margini della civiltà viene coinvolto in una lotta fra due grandi fazioni, una delle quali è guidata da una donna forte ed energica) e con "Totoro" (anche se in questo caso gli spiriti della natura e degli alberi dimostrano di non essere così amichevoli: ma i simpatici kodama, il cui volto ricorda "L'urlo" di Munch, sembrano invece innocui). Negli Stati Uniti i dialoghi del film sono stati adattati da Neil Gaiman, che comunque ha cercato di mantenere il senso della versione originale, semplicemente chiarendo agli spettatori occidentali alcuni riferimenti ai miti animisti nipponici. In quella italiana, invece, sono stati completamente alterati (per rendersene conto, basta guardare il DVD con i sottotitoli, che spesso compaiono anche in momenti in cui i personaggi nella versione giapponese non dicono nulla) e in particolare il significato del finale è stato completamente stravolto. Dopo la distruzione della Città del Ferro, in originale e in inglese, la sua padrona non manifesta pentimento e dichiara semplicemente di volerla ricostruire: in italiano, invece, il doppiaggio le fa affermare retoricamente "Oggi ho capito che la foresta è sacra e nessuno ha il diritto di profanarla". E il monaco aggiunge come chiosa "A quanto pare, la natura stavolta ha avuto la meglio", mentre in giapponese esclamava cinicamente: "Io ci rinuncio, non posso vincere contro gli stupidi". E poi c'è chi accusa Miyazaki di eccessivo fervore ecologista! Un'altra (l'ennesima) dimostrazione della cialtronaggine dei distributori e degli adattatori italiani.

Nota: per creare la magica foresta della principessa Mononoke, Miyazaki si è ispirato agli antichissimi e giganteschi alberi che ricoprono l'isola di Yakushima, a sud di Kyushu. Ci sono stato proprio questa estate, in compagnia di Hiromi, ed è un luogo davvero affascinante! Oggi, naturalmente, c'è un bel cartello che recita "Mononoke hime no mori"...

12 novembre 2008

La regina Cristina (R. Mamoulian, 1933)

La regina Cristina (Queen Christina)
di Rouben Mamoulian – USA 1933
con Greta Garbo, John Gilbert
***

Visto in DVD.

Succeduta giovanissima al padre Gustavo Adolfo sul trono di Svezia, proprio nel bel mezzo della Guerra dei Trent'Anni, la sensibile sovrana Cristina ama l'arte e la poesia più della guerra e deve cercare di conciliare il desiderio di libertà e di indipendenza personale con le necessità di stato. Il suo tragico amore per un ambasciatore spagnolo la porterà a scegliere l'abdicazione e l'esilio. Un film costruito completamente sulla figura della Garbo (che scelse personalmente regista e comprimari, scartando per esempio un attore "ingombrante" come Laurence Olivier) e nel quale la "divina" fornisce una delle sue interpretazioni più memorabili. Ma anche l'ambientazione, le scenografie e i costumi sono belli, così come i dialoghi di Samuel N. Behrman e la regia di Mamoulian. Mi sono piaciute, su tutte, le scene nella locanda, quella della rinuncia al trono e il celeberrimo zoom finale sul suo primo piano pensieroso sulla prua della nave. Da notare anche i sottotesti omosessuali del personaggio principale: Cristina va in giro vestita da uomo, viene scambiata per un ragazzo, ha probabilmente una relazione con la contessa Eva e non dice di no quando l'albergatore – credendola un uomo – si offre di mandarle della "compagnia" in camera. Ovviamente il film è uscito prima dell'entrata in vigore del codice Hays.

Chi trova un amico trova un tesoro (S. Corbucci, 1981)

Chi trova un amico trova un tesoro
di Sergio Corbucci – Italia 1981
con Terence Hill, Bud Spencer
*1/2

Rivisto in TV, con Hiromi.

Inseguito da una banda di gangster che ha truffato alle corse dei cavalli, Terence Hill fugge con la mappa di un tesoro nascosto su un'isola sperduta (disegnata da uno zio con la meningite) e si nasconde nella barca a bordo della quale Bud Spencer sta per affrontare una traversata del Pacifico in solitario (sponsorizzato da una marca di marmellata: "Solo Puffin ti darà forza e grintà a volontà!"). Insieme naufragheranno sull'isola del tesoro, dove se la dovranno vedere con selvaggi amichevoli, un soldato giapponese convinto che la guerra non sia ancora finita e una banda di pirati metal-punk vestiti di pelle nera. Uno dei film meno belli fra tutti quelli della coppia Spencer/Hill: più infantile del solito, è divertente nella parte iniziale (quella sulla barca) e meno quando l'azione si sposta sull'isola, fra luoghi comuni e gag trite e ritrite (non ho mai sopportato il personaggio di Anulu). Un segno di sciatteria: le frasi pronunciate da Kamasuka sono inventate, non certo giapponesi. La musica (con la canzone "Movin' Cruisin'") per una volta non è dei De Angelis ma di un'altra coppia di fratelli compositori, i La Bionda.

10 novembre 2008

Quantum of solace (M. Forster, 2008)

Quantum of solace (id.)
di Marc Forster – GB/USA 2008
con Daniel Craig, Olga Kurylenko
*1/2

Visto al cinema Colosseo, con Hiromi.

Il secondo film di 007 dell'era Craig è un deludente sequel del già non eccezionale "Casino Royale". James Bond, sulle tracce della misteriosa organizzazione che aveva ucciso la sua prima fiamma, Vesper, scopre un complotto per impadronirsi delle maggiori riserve idriche del pianeta (o almeno di quelle della Bolivia... la trama non è il massimo della coerenza). Dal titolo quasi incomprensibile (un "quanto" – nel senso di un minimo – di conforto), che serve essenzialmente solo a dare un nome – Quantum, per l'appunto – all'organizzazione criminale contro la quale Bond si batte ormai da due film, a una storia noiosa e mai coinvolgente, il film si snoda attraverso le solite varie località più o meno esotiche, spesso usate in maniera del tutto gratuita (a che scopo ambientare le sequenze iniziali proprio durante il palio di Siena, per esempio? Non ce n'era alcuna necessità narrativa). Ma anche come semplice action movie non ingrana. È evidente, infatti, che Forster non è capace di girare le scene d'azione: tutto quello che sa fare è agitare la macchina da presa e aggiungere un montaggio frenetico. Giancarlo Giannini fa un inutile ritorno, Mathieu Amalric recita l'ovvio ruolo del cattivo senza bisogno di impegnarsi troppo, mentre delle due bond girl di turno tutto quello che resta da ricordare è il corpo di Gemma Arterton ricoperto di petrolio, in un tentativo di scimmiottare "Goldfinger" (dove la donna ricoperta d'oro faceva però ben altra impressione). Craig è bravo e ha carisma, ma continuo a ritenere non del tutto indovinata la sua scelta come Bond. Se fosse toccato a me decidere, avrei puntato su un attore più ironico ed elegante, per esempio uno come Jason Statham.

7 novembre 2008

Il mondo dei robot (M. Crichton, 1973)

Il mondo dei robot (Westworld)
di Michael Crichton – USA 1973
con Michael Benjamin, Yul Brynner
***

Rivisto in VHS.

Michael Crichton, scomparso pochi giorni fa, non era solo uno scrittore di techno-thriller, i cui romanzi innovativi e fantascientifici sono stati spesso trasposti con successo al cinema (su tutti va ricordato "Jurassic Park"), ma ha frequentemente vestito a sua volta i panni di regista, realizzando diverse pellicole di buon valore come questo "Westworld". Il film, che all'epoca sembrava molto avveniristico ma che visto oggi presenta qualche ingenuità e risulta un po' datato (come tutte le pellicole che si basano sulla tecnologia), è ambientato in un parco di divertimenti, Delos, diviso in tre aree ben distinte – dedicate rispettivamente all'antica Roma, al medioevo e al selvaggio west – e nel quale i turisti recitano in una sorta di gioco di ruolo dal vivo, affiancati da sofisticatissimi robot che hanno in tutto e per tutto l'aspetto di esseri umani. Ma quando le delicatissime macchine impazziscono a causa di un misterioso virus e si rifiutano di seguire la loro programmazione, la vacanza si trasforma in un incubo. E il protagonista si ritrova a essere inseguito da un terribile pistolero robotico, Yul Brynner, vestito di nero come ne "I magnifici sette". Il film è da ricordare per essere stato uno dei primi lungometraggi commerciali a fare uso di computer grafica 2D (nelle visioni in soggettiva del pistolero), mentre curiosamente proprio il suo seguito "Futureworld" (non diretto da Crichton) sarà il primo a utilizzare CGI in tre dimensioni. Interessante il ribaltamento dei ruoli, che trasforma l'imbranato Richard Benjamin nel vero protagonista quando invece sembrava che fosse il suo amico, interpretato da James Brolin, il personaggio preposto a ricoprire il ruolo. E davvero inquietante Brynner, con gli occhi d'argento che scintillano al buio, inarrestabile come un Terminator ante litteram, che non si ferma neppure gettandogli dell'acido in faccia.

Coma profondo (M. Crichton, 1978)

Coma profondo (Coma)
di Michael Crichton – USA 1978
con Geneviève Bujold, Michael Douglas
**1/2

Rivisto in VHS.

Indagando sull'eccessivo numero di giovani pazienti che finiscono misteriosamente in coma dopo operazioni chirurgiche del tutto ordinarie, una dottoressa scopre un complotto che coinvolge le alte sfere dell'ospedale in cui lavora. Da un romanzo non suo, ma di Robin Cook, Crichton realizza un thriller ospedaliero tesissimo e paranoico, ricco di suspence, incentrato su pratiche non ortodosse e traffici illegali di organi: probabilmente si tratta della sua migliore regia. Oltre alla graziosissima Geneviève Bujold e a un giovane Michael Douglas, nel cast spiccano Richard Widmark (il direttore dell'ospedale), Rip Torn (il capo anestesista), Ed Harris (il patologo, al suo esordio sul grande schermo) e Tom Selleck (uno dei pazienti). Memorabile la futuristica struttura nel quale i pazienti in coma "galleggiano" in aria e vengono curati solo da sonde, computer e robot. Crichton è laureato proprio in medicina, e questo lo ha aiutato a realizzare una descrizione così realistica degli ambienti e delle pratiche mediche. Anni dopo, sarebbe tornato a un'ambientazione ospedaliera nella popolare serie di telefilm "E.R. Medici in prima linea", da lui creata. Il film ha ispirato quasi in toto l'albo numero 14 di Dylan Dog, "Fra la vita e la morte".

6 novembre 2008

Gangsters (Olivier Marchal, 2002)

Gangsters (id.)
di Olivier Marchal – Francia 2002
con Richard Anconina, Anne Parillaud
**1/2

Visto in divx.

Dopo aver apprezzato l'ottimo "36, Quai des Orfèvres" e il buon "L'ultima missione", ho voluto recuperare il primo lungometraggio (passato quasi inosservato a suo tempo) di questo attore/regista/sceneggiatore, ex agente di polizia, che pur restando dentro i confini del cinema di genere riesce sempre a fornire intriganti ritratti di personaggi disillusi e pieni di debolezze. Due agenti in incognito, lui (il flemmatico Anconina) infiltrato nel sottobosco della malavita come gangster e lei (la Parillaud di "Nikita") come prostituta, devono scoprire l'identità di due poliziotti corrotti. L'intera pellicola si dipana seguendo il loro interrogatorio da parte dei colleghi di un altro distretto – fra i quali si annidano i misteriosi traditori – che non li conoscono e li ritengono implicati in un sanguinoso furto di gioielli. Alternando sequenze in tempo reale e flashback che aiutano a ricostruire l'intera storia, Marchal sforna un bel film, serrato e incisivo, che punta le sue carte su una sceneggiatura di ferro e sulla prova degli attori, bravi a tratteggiare una serie di personaggi ambigui (i toni di grigio abbondano sia fra i poliziotti sia fra i criminali). Peccato solo per qualche cliché di troppo: ma in fondo, di interrogatori da parte della polizia al cinema ne abbiamo già visti in tutte le salse. Nel cast, fra tanti bravi caratteristi, c'è anche Catherine Marchal, moglie del regista e presente in tutti i suoi film.

5 novembre 2008

Mata Hari (G. Fitzmaurice, 1931)

Mata Hari (id.)
di George Fitzmaurice – USA 1931
con Greta Garbo, Ramon Novarro
**

Visto in DVD.

Nella Parigi del 1917, sconvolta dalla guerra, l'affascinante danzatrice esotica Mata Hari è in realtà una spia al servizio dei tedeschi. Grazie alla sua bellezza riesce a sedurre diplomatici e militari, istigandoli al tradimento o sottraendo loro informazioni riservate. Ma quando sarà lei a innamorarsi del giovane aviatore russo Rosanov, si tradirà e accetterà di finire davanti al plotone di esecuzione. Ispirato a un personaggio realmente esistito (la vera Mata Hari era una cortigiana e ballerina olandese, fucilata proprio nel 1917 dai francesi), è uno dei film che più hanno contribuito al mito di Greta Garbo. Ma non mi ha convinto del tutto: mi è sembrato l'equivalente degli star vehicles odierni, quelle pellicole costruite attorno a un divo ma che per il resto hanno poco valore. Lo dimostrerebbe anche un fatto curioso: il regista – il cui nome evidentemente contava poco o nulla rispetto a quello dell'attrice – non è nemmeno accreditato nei titoli di testa. Se i personaggi e i loro sentimenti sono tratteggiati con superficialità, Mata Hari – grazie alla prova della Garbo – rimane comunque impressa come una donna forte e manipolatrice, prototipo di tante altre spie al femminile che si vedranno in seguito sullo schermo, circondata da uomini fragili (come il suo vecchio amante, il generale Shubin, interpretato da Lionel Barrymore), ingenui (come il tenente Rosanov, che per tutta la pellicola non si rende conto di cosa stia succedendo), insensibili (l'agente del controspionaggio Dubois) o spietati (la spia tedesca Andriani).

White Dragon (Wilson Yip, 2004)

White Dragon (Fei hap siu baak lung)
di Wilson Yip – Hong Kong 2004
con Cecilia Cheung, Francis Ng
*1/2

Visto in divx.

La frivola e graziosa Phoenix Black assume segretamente l'identità dell'eroina White Dragon per combattere il sicario cieco Penne di Pollo, che ha minacciato di uccidere il principe che lei vorrebbe sposare. Ma una forzata convivenza fra i due nemici li farà innamorare. Wilson Yip è un autore da tenere sott'occhio, visto che in passato ha dimostrato di saper sfornare veri capolavori. Ma questo demenziale film in costume dai toni moderni e giovanilistici, che parte come una teen comedy travestita da wuxia e si sviluppa poi secondo i più scontati dettami delle storie d'amore, è essenzialmente una stupidaggine. Gli attori fanno quello che possono: ma l'umorismo non coglie mai nel segno, il lato sentimentale è stucchevole, e i combattimenti – gag a parte – sono uguali a quelli visti in mille altre pellicole del genere. Curiose, comunque, alcune trovate che collegano l'ambientazione feudale con il mondo moderno: dallo stile sbarazzino (che cita videoclip e videogame: il massimo lo si raggiunge quando una scena viene "riavvolta" e poi mostrata di nuovo, come in "Funny games") agli anacronismi (compaiono pattini a rotelle, boutique alla moda, panini di McDonald's). La protagonista suona il violino tradizionale cinese come se fosse una chitarra elettrica e intona la nona di Beethoven con il flauto; e nel finale il cattivo viene scoperto grazie a indagini scientifiche alla CSI.

4 novembre 2008

La donna della retata (Yasujiro Ozu, 1933)

La donna della retata (Hijosen no onna)
di Yasujiro Ozu – Giappone 1933
con Kinuyo Tanaka, Joji Oka
**1/2

Visto in DVD (registrato da "Fuori Orario").

La dattilografa Tokiko è in realtà l'amante di Joji, ex pugile e giovane boss della yakuza. Ma quando questi conosce Kazuko, sorella maggiore di uno dei più recenti affiliati alla sua banda che lo implora affinché convinca il fratello a rinunciare alle cattive frequentazioni e a proseguire gli studi, sembra innamorarsi della sua innocenza e della sua bontà d'animo. La gelosa Tokiko, inizialmente intenzionata a vendicarsi della rivale, ne rimane a sua volta affascinata e decide di cambiare vita, trascinando anche Joji sulla via della redenzione. I due amanti compieranno un'ultima rapina proprio nell'ufficio dove lavorava Tokiko, ma solo per regalare il denaro a Kazuko e al fratello prima di lasciarsi arrestare dalla polizia. Temi e spunti sono simili a quelli di "Passeggiate allegramente!", anche se stavolta il punto di vista principale è quello della bad girl. Non particolarmente innovativo rispetto ai precedenti lavori di Ozu, il film sembra quasi segnare un ritorno ai generi precedenti (come testimoniano la fotografia scura, quasi da noir, e i numerosi movimenti di macchina) anziché un passo avanti verso lo sviluppo della sua poetica personale, anche se tecnicamente è comunque molto interessante e ricco di sequenze memorabili (come il bacio fuori campo fra Tokiko e Kazuko, una delle scene più ardite di tutto il cinema di Ozu). Belli gli ambienti (la palestra di pugilato, la sala da biliardo, il negozio di dischi), molto "occidentalizzati", con le consuete locandine cinematografiche ("All'ovest niente di nuovo"), i manifesti degli incontri di boxe, le scritte sui muri e l'inquadratura di loghi e marche americane quali RCA Victor o Lucky Strike.

3 novembre 2008

La favolosa storia di Pelle d'Asino (J. Demy, 1970)

La favolosa storia di Pelle d'Asino (Peau d'âne)
di Jacques Demy – Francia 1970
con Catherine Deneuve, Jean Marais
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

In fuga dal proprio castello perché il padre – rimasto vedovo – intendeva sposarla, una principessa si traveste con la pelle di un asino miracoloso e si adatta a fare i lavori più umili. Ma il principe di un regno vicino è l'unico a riconoscerne la bellezza e se ne innamora: convocherà allora a corte tutte le ragazze del paese per scegliere fra loro la propria sposa, ovvero colei alla quale si infilerà alla perfezione un anello al dito. Dal racconto di Charles Perrault, che oltre ai temi edipici ha anche alcuni elementi in comune con "Cenerentola", Demy realizza una fiaba musicale (le canzoni sono del solito Michel Legrand) teatrale e sfarzosa, colorata e allegra, con scenografie e costumi bizzarri, magie e curiosi anacronismi (telefoni, libri con poesie del futuro, nel finale persino un elicottero), ghirlande di fiori e vetrate, veli e animali impagliati, cavalli e servitori dipinti di rosso o di blu, abiti del colore del cielo, del sole o della luna, animali incantati, fate bizzose, megere che sputano rospi e buffi scienziati che indagano sul mal d'amore. La scena in cui la principessa prepara la torta per il principe, cantando e "sdoppiandosi", è degna dei migliori momenti dei classici disneyani. Nel cast ci sono anche Jacques Perrin (il principe), Delphine Seyrig (la fata madrina) e Sacha Pitoëff (il primo ministro).