27 settembre 2008

Lo spaccone (Robert Rossen, 1961)

Lo spaccone (The hustler)
di Robert Rossen – USA 1961
con Paul Newman, Piper Laurie
***1/2

Rivisto in DVD.

La scomparsa di Paul Newman, annunciata oggi, priva Hollywood di un altro pezzo della sua storia. Per ricordare il grande attore mi sono rivisto uno dei suoi film più belli, quello "Spaccone" il cui sequel "Il colore dei soldi", girato 25 anni dopo da Martin Scorsese, gli sarebbe anche valso l'Oscar.

Eddie Felson, detto "lo svelto", è un abile giocatore di biliardo che bazzica le sale da gioco in compagnia del socio Charlie, fingendosi inesperto e spennando i "polli" che hanno la sventura di sfidarlo. Ma il suo sogno è quello di battere con la stecca il campionissimo Minnesota Fats (Jackie Gleason). Purtroppo per lui, Eddie ha la stoffa ma non il temperamento adatto: incapace di fermarsi al momento giusto e di dosare le proprie energie, viene surclassato dal rivale. Per rifarsi, accetterà di mettersi al servizio dello spregiudicato manager Bert Gordon (un grande George C. Scott), ma nella sua foga di raggiungere il successo non si accorgerà di aver sacrificato l'amore della fragile e alcolizzata Sarah fino a quando non sarà troppo tardi. La regia solida di Rossen, la fotografia da film noir del veterano Eugen Schüfftan, la musica di Kenyon Hopkins, l'ambientazione iperrealista (a base di oscure bettole oscure, squallide stanze d'albergo, desolate stazioni dei pullman, e naturalmente ampie sale da biliardo come la celebre Ames di New York dove si svolge l'incontro fra Eddie e Minnesota) rendono imprescindibile questa amara parabola sul gioco e sul successo: un tema, quest'ultimo, che dà sempre attraversa la cultura americana ma del quale raramente è stato mostrato in maniera così lucida e pessimista il rovescio della medaglia. Newman, al culmine della sua prestanza fisica, dà vita a un personaggio "ribelle e maledetto", che – come gli dice lo "sfruttatore" Bert – nella vita vuole perdere perché ha paura di vincere.

Una pallottola per Roy (R. Walsh, 1941)

Una pallottola per Roy (High Sierra)
di Raoul Walsh – USA 1941
con Humphrey Bogart, Ida Lupino
**1/2

Visto in divx.

Roy Earle, esperto rapinatore appena uscito di galera, si trasferisce sui monti della California per progettare un colpo in un albergo di lusso di una ricca località turistica. Mentre attende il momento giusto, si innamora – non ricambiato – della semplice figlia di un contadino, alla quale paga di tasca propria un'operazione chirurgica alla caviglia senza rivelarle la propria identità. A infatuarsi di lui è invece Maria, anima "perduta" ben più affine e sincera. Dopo il colpo, i due amanti si separano: braccato dalla polizia, Roy è però costretto a rifugiarsi sulle montagne, dove verrà ucciso sotto gli occhi di Maria. Questo insolito incrocio fra il film di gangster, il noir e il melodramma (e mettiamoci pure il western, già che ci siamo), sceneggiato da John Huston a partire da un romanzo di William R. Burnett che verrà portato altre volte sullo schermo, diede un formidabile impulso alla carriera di Bogey, che dal canto suo recita alla grande e mette in mostra tutto il proprio carisma. Il suo personaggio, disilluso e romantico, tormentato da incubi notturni e alla disperata ricerca di una vita normale che però gli viene negata, è perennemente proteso verso la libertà, al punto da preferire la morte piuttosto che perderla di nuovo. Che l'attore non fosse ancora una star (il suo ruolo era stato proposto in precedenza a Paul Muni e George Raft, che lo avevano rifiutato) lo dimostra il fatto che quello di Ida Lupino è il primo nome nei titoli di testa. L'inseparabile (e iettatore) cane Pard è "interpretato" da Zero, il vero cane di Humphrey Bogart. All'epoca la pellicola si fece apprezzare anche per le scene girate in esterni, in particolare per la sequenza finale dell'inseguimento e della caccia all'uomo nella Sierra Nevada, da Lone Pine a Mount Whitney, "la più alta vetta degli Stati Uniti".

26 settembre 2008

Kebab connection (Anno Saul, 2004)

Kebab connection
di Anno Saul – Germania 2004
con Denis Moschitto, Nora Tschirmer
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

In un ristorante di kebab ad Amburgo, due uomini si affrontano a colpi di spada e arti marziali per contendersi l'ultimo panino rimasto. Il violento scontro si dipana fra ralenti alla John Woo, riprese alla Tsui Hark e musica da wuxiapian: ma si tratta soltanto di uno spot pubblicitario che il giovane Ibrahim, detto "Ibo", turco-tedesco di seconda generazione nonché cineasta dilettante e appassionato di film orientali, ha girato per il ristorante dello zio. Lo spot è un successo e il locale si riempie, con grande scorno del proprietario della taverna greca che si trova proprio di fronte. Ma Ibo, che spera di girare un giorno "il primo film di kung fu tedesco", fatica a concentrarsi sul cinema perché ha altri problemi per la testa, ben più pressanti: la sua ragazza, Titzi, è rimasta incinta e lui non sa se è pronto per diventare padre. Come se non bastasse, la famiglia lo ripudia perché ha scelto una ragazza tedesca e non turca, e il rapporto con Titzi sembra precipitare a più riprese. Sceneggiata fra gli altri da Fatih Akin, futuro regista di ottimi film come "La sposa turca" e "Ai confini del paradiso", è una commedia romantica e multietnica (con un'insolita commistione culturale turco-tedesco-cinese), che illustra in maniera forse un po' ingenua ma frizzante il microcosmo degli immigrati turchi in Germania (in maniera non dissimile dai quei film britannici che ritraggono le comunità indiane e pakistane) e che attorno ai personaggi principali ne fa agire molti altri: la coinquilina di Titzi, Nadine, impegnata a superare un difficile esame di ammissione a una scuola di teatro; gli amici di Ibo, il vegetariano Ela (che ha aperto un take-away arabo) e il tedesco Valid (che si innamora in una ragazza-madre italiana); Stella, la disinibita nipote del proprietario del ristorante greco; il padre di Ibo, tassista burbero ma in fondo buono; altri parenti assortiti; un gruppo di teppisti che terrorizza il quartiere e i proprietari dei negozi; e persino Bruce Lee, punto di riferimento spirituale del protagonista, in un'apparizione onirica.

24 settembre 2008

Sono nato, ma... (Yasujiro Ozu, 1932)

Sono nato, ma... (Umarete wa mita keredo)
di Yasujiro Ozu – Giappone 1932
con Tomio Aoki, Hideo Sugawara
***1/2

Rivisto in DVD (registrato da "Fuori Orario").

Forse il primo vero capolavoro di Ozu, è il film con cui inizia una fase della sua carriera contraddistinta da un maggior riscontro da parte della critica giapponese (che gli attribuirà ripetutamente premi e riconoscimenti) e soprattutto dalla progressiva semplificazione della tecnica cinematografica, che si farà sempre più essenziale. Gia qui, per esempio, scompaiono dissolvenze e rapide transizioni da una scena all'altra, anche se rimangono i movimenti di macchina (fra cui quello, eccezionale, che segue gli impiegati che sbadigliano: quando uno di essi rimane impassibile, la macchina da presa torna indietro, aspetta che sbadigli anche lui e poi riprende la carrellata!). La storia inizia quando una famiglia (padre, madre e due figli) si trasferisce dal centro città in periferia: in questo modo il genitore potrà abitare vicino al suo capufficio e frequentarlo più facilmente, favorendo così la propria carriera. I due figli faticano inizialmente ad adattarsi e si scontrano ripetutamente con i ragazzini del vicinato, finendo però per diventarne i leader riconosciuti. Ma le dinamiche e i rapporti di forza fra i bambini, seppur ignote e "invisibili" agli adulti, si rispecchiano in quelle fra i loro genitori. Quando i due bimbi assistono alla proiezione di un film amatoriale nel quale il padre si comporta da buffone per compiacere il direttore, perdono ogni fiducia in lui e ne disconoscono l'autorità. Per ribellione iniziano uno sciopero della fame, che però sarà destinato a concludersi rapidamente. Una volta accettato il fatto che il padre "non è un uomo così importante", si consolano dominando a loro volta il figlio del direttore. La pellicola, molti dei cui temi torneranno in film successivi (in particolare in "Buon giorno"), è quasi divisa in due parti: la prima, del tutto comica, vede i due bambini interagire quasi esclusivamente con i loro coetanei; la seconda, più drammatica, è invece incentrata sul rapporto con il padre (interpretato da Tatsuo Saito). In entrambe, comunque, lo sviluppo delle gerarchie sociali svolge un ruolo fondamentale: i bambini, che tanto hanno faticato per prendere il sopravvento sui loro compagni (esilarante il rito della "morte e resurrezione" imposta con le mani), non capiscono perché il padre accetti di sottomettersi agli altri senza lottare. Davvero ottimi i piccoli attori (ma bravo anche il regista a dirigerli con tale efficacia e spontaneità). Curiosamente le didascalie della versione italiana, che comprendeva una colonna sonora realizzata ad hoc da Gino Peguri, non erano sottotitolate ma lette ad alta voce da un narratore.

23 settembre 2008

E la vita continua... (A. Kiarostami, 1991)

E la vita continua... (Zendegi va digar hich)
di Abbas Kiarostami – Iran 1991
con Farhad Kheradmand, Buba Bayour
***1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Nel giugno del 1990 un devastante terremoto colpì le regioni settentrionali dell'Iran, distruggendo interi villaggi e uccidendo decine di migliaia di persone. Preoccupato per la sorte dei piccoli fratelli Ahmadpur, interpreti del suo precedente film "Dov'è la casa del mio amico?", un regista (Kiarostami stesso?) parte in macchina da Teheran insieme al proprio figlio per raggiungere il villaggio di Koker, dove i bambini abitavano, e scoprire se sono sopravvissuti. Il viaggio si rivela però ben più difficile del previsto: l'unica strada è impraticabile e l'automobile con i due protagonisti a bordo è costretta a innumerevoli deviazioni fra colline e macerie. Con un'insolita commistione fra finzione e documentario, al punto che non è facile capire dove finisca la prima e inizi il secondo, in questa eccezionale pellicola la macchina da presa si sostituisce spesso all'occhio dei personaggi o degli spettatori, mostrando in soggettiva gli effetti del terremoto (con panoramiche delle strade e delle case in rovina, riprese dal finestrino dell'automobile) e come la gente comune affronti con la catastrofe disperazione o rassegnazione. In quegli stessi giorni si svolgevano i campionati mondiali di calcio (in Italia), e anche fra i profughi e gli sfollati c'è chi si preoccupa di trovare un modo di seguire le partite: i morti sono morti, ora bisogna pensare alla vita. La scenetta con i due novelli sposini che hanno deciso di unirsi immediatamente in matrimonio il giorno dopo il sisma sarà alla base del successivo film della trilogia. Non mancano riflessioni su Dio (il terremoto è stato voluto da lui?) e la morte ("Se i morti potessero resuscitare, apprezzerebbero di più la vita"). Inquantificabile l'importanza del paesaggio, fra colline spoglie (si rivede brevemente anche la celebre strada a zig zag sormontata dall'albero solitario), alture rocciose, strade polverose, piantagioni di ulivi, greggi di pecore, e squarci poetici come l'improvvisa apparizione di un campo verde attraverso la finestra di una casa semidistrutta. A sguardi ravvicinati su mura, crepe, fessure, intonaci e mattoni si alternano campi lunghi o lunghissimi, come quello della strada in ripida salita che chiude il film e che prefigura, naturalmente, il magnifico finale di "Sotto gli ulivi".

22 settembre 2008

Tony Takitani (Jun Ichikawa, 2004)

Tony Takitani
di Jun Ichikawa – Giappone 2004
con Issei Ogata, Rie Miyazawa
**1/2

Visto al Mifed 2004, in originale con sottotitoli inglesi.

Qualche giorno fa, il 19 settembre, è morto Jun Ichikawa, regista giapponese forse non molto noto in Italia (da non confondere con Kon Ichikawa, l'autore de "L'arpa birmana"!), scomparso a soli 59 anni mentre stava lavorando al montaggio di un suo nuovo film. Delle sue venti pellicole, l'unica che ho visto è proprio la più famosa, tratta da un racconto breve di Haruki Murakami (lo scrittore di "Tokyo Blues" e "Dance! Dance! Dance!"). Vista l'origine, non c'è da stupirsi che il film appaia molto "letterario" e teatrale. È praticamente privo di dialoghi, ma con un narratore onnipresente le cui frasi, a volte, vengono completate dai personaggi sullo schermo. A parte queste finezze registiche, comunque, è un film delicato, piuttosto intimista e incentrato su pochi personaggi: in particolare il protagonista, che a causa del suo nome occidentale vive un'infanzia triste e solitaria prima di diventare un illustratore tecnico; e la sua giovane moglie Eiko, che non riesce a fare a meno di acquistare un'enorme quantità di vestiti e capi d'abbigliamento di marca. Quando Eiko muore, Tony assume come propria assistente una donna che le assomiglia come una goccia d'acqua (l'attrice è la stessa) e le impone di indossare i vestiti della sua sposa defunta: il tema dell'ossessione materialistica si intreccia così con quello della perdita di identità.

20 settembre 2008

Dov'è la casa del mio amico? (A. Kiarostami, 1987)

Dov'è la casa del mio amico? (Khane-ye doust koudjast?)
di Abbas Kiarostami – Iran 1987
con Babek Ahmadpur, Ahmed Ahmadpur
****

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Prima pellicola della trilogia metacinematografica composta anche da "E la vita continua..." e "Sotto gli ulivi" (nota anche come "trilogia di Koker", dal nome del villaggio nel quale si svolgono le vicende, situato in una regione sperduta dell'Iran settentrionale), questo meraviglioso film ha fatto conoscere al pubblico internazionale sia Kiarostami sia il cinema iraniano, ovvero la cinematografia più sorprendente e notevole di tutto il panorama mondiale a cavallo fra gli anni ottanta e novanta (si pensi anche a Makhmalbaf, a Naderi, a Panahi). La minimalistica vicenda – un inno all'amicizia e alla solidarietà disinteressata – vede come protagonista il piccolo Ahmad, un ragazzino di otto anni che cerca disperatamente di riportare all'amico Mohamed Reza – che abita in un altro villaggio – il suo quaderno, che per errore aveva infilato nella propria cartella: il maestro aveva infatti minacciato di espellere Mohamed Reza se si fosse dimenticato ancora il quaderno a casa. Fra l'indifferenza degli adulti, che sembrano non rendersi conto del piccolo dramma che i bambini stanno vivendo, e l'ostilità di una natura che si manifesta nel buio della notte, nello sferzare del vento, nell'ululato dei cani e nella desolazione delle labirintiche strade del villaggio di montagna, con le sue case di fango e roccia e quelle splendide porte azzurre, Ahmad cercherà inutilmente di rintracciare "la casa del suo amico". Il bellissimo finale, con il fiore che compare all'improvviso fra le pagine del quaderno, chiude in maniera sublime una pellicola leggera e profonda al tempo stesso. Aspirante regista di film pubblicitari, Kiarostami ha potuto coltivare la propria arte in patria grazie all'Istituto per lo Sviluppo Intellettuale dei Bambini e degli Adolescenti, un ente dotato fra le altre cose anche di un centro cinematografico i cui prodotti – avendo scopi pedagogici e quasi esclusivamente bambini come protagonisti – ottenevano facilmente il via libera dalla censura degli ayatollah. Con pochissimi mezzi a disposizione, memore della lezione del neorealismo italiano ma capace anche di sviluppare un approccio artistico del tutto personale, Kiarostami ha saputo creare opere affascinanti e intellettualmente stimolanti, dove il senso del bello e l'idea che la poesia possa nascondersi ovunque non hanno affatto bisogno di affidarsi al patetismo, al pauperismo o a una concezione umanitaria distorta. E non è nemmeno vero che il regista si limiti a riprendere la realtà, come in un documentario: lo dimostra – oltre alle vertiginose riflessioni metanarrative dei film successivi – il fatto che persino l'ambiente descritto in questo e in altri suoi film è in realtà tutt'altro che "vergine". Una delle scene più celebri, per esempio, mostra il piccolo protagonista salire e poi scendere più di una volta lungo una collina, dove una strada a zig zag conduce a un albero solitario. Ebbene, quella strada fu fatta realizzare appositamente da Kiarostami, che chiese anche di piantare l'albero dove il terreno era del tutto spoglio.

18 settembre 2008

Il papà di Giovanna (Pupi Avati, 2008)

Il papà di Giovanna
di Pupi Avati – Italia 2008
con Silvio Orlando, Alba Rohrwacher
*1/2

Visto al cinema Plinius.

Siamo a Bologna, negli anni del fascismo. Per troppo amore nei confronti della figlia Giovanna (che frequenta lo stesso liceo nel quale lui insegna), un docente di storia dell'arte fà di tutto perché la ragazza, bruttina e introversa, riesca a socializzare con i compagni. Quando la psicolabile Giovanna ucciderà per gelosia la sua migliore amica e verrà internata in manicomio, il professore continuerà a starle vicino, forse perché nel frattempo si è reso conto che la colpa è proprio delle false illusioni che lui le aveva inculcato. Nel frattempo la guerra cambierà molte cose... Una discreta ricostruzione ambientale (ma la sceneggiatura cerca senza troppo successo di fondere i drammi privati con i grandi eventi storici) e l'ottima prova di Silvio Orlando (premiato a Venezia, in un ruolo che qualche decennio fa sarebbe stato di Carlo Delle Piane) salvano solo in parte un film che nella seconda metà si sfilaccia fra banalità psicologiche sui rapporti familiari e anonimi quadretti dell'Italia del dopoguerra. Brava anche la giovane Rohrwacher, mentre Francesca Neri – nei panni della madre di Giovanna – non aggiunge nulla alla pellicola ed Ezio Greggio – il poliziotto amico di famiglia – mostra tutta la sua inadeguatezza come attore drammatico: sembra sempre sforzarsi per mantenere sul viso un'espressione seria, e la scena in cui i partigiani lo processano è talmente fuori posto che forse Avati avrebbe fatto meglio a toglierla dal film (anche perché, come in fondo tutto il personaggio di Greggio, c'entra poco con il resto della storia). Da sottolineare un fastidioso product placement relativo a una marca di olio, visibile più di una volta sulla tavola del protagonista: al bando la pubblicità dal cinema!

17 settembre 2008

Il coro di Tokyo (Yasujiro Ozu, 1931)

Il coro di Tokyo (Tokyo no korasu)
di Yasujiro Ozu – Giappone 1931
con Tokihiko Okada, Emiko Yagumo
***

Visto in DVD (registrato da "Fuori Orario").

Nonostante proprio con questo lungometraggio Ozu cominci ad affrancarsi dai generi che avevano caratterizzato i primi anni della sua carriera, ironicamente la pellicola sembra riunire al suo interno tutte le tipologie di film che il regista aveva affrontato fino ad allora: dal gakusei-mono, il film sugli studenti, a quello sui salarymen, gli impiegati; dal cinema di denuncia sociale, che parla di povertà e disoccupazione, allo shomingeki, incentrato sui rapporti familiari. I continui cambi di registro (si passa dal comico al drammatico nel giro di pochi minuti), anziché rendere la storia poco compatta, ne accrescono l'intensità nei momenti più importanti. Anche stilisticamente il film rappresenta un punto di passaggio dai codici del cinema americano (ci sono ancora echi di Lubitsch e dei grandi comici di Hollywood) verso un approccio più personale (cominciano ad apparire stacchi, ellissi e pause più espressionistiche che motivate da esigenze narrative). La pellicola vede come protagonista un giovane che si chiama Okajima (proprio come il protagonista de "La signorina e la barba", sempre interpretato da Okada, che in altri due film di Ozu si chiamerà invece Okamoto): lo vediamo da studente ribellarsi all'autorità del professore di ginnastica e poi, da impiegato, protestare con il capufficio per l'ingiusto licenziamento di un collega. Otterrà però soltanto di essere licenziato a sua volta. Di fronte alle difficoltà della vita (la scena in cui la figlia si ammala non può non ricordare "La moglie di quella notte", fra l'altro interpretato dagli stessi attori) accetterà un lavoro umile e degradante. La moglie all'inizio se ne vergognerà, ma poi accetterà la situazione con serenità e rassegnazione. E non mancherà un lieto fine, seppur velato di malinconia: per trovare un nuovo lavoro, grazie a una raccomandazione dell'ex professore, la famiglia dovrà abbandonare Tokyo. Molti sono i temi, come detto, che anticipano "l'Ozu che verrà": su tutti, quelli delle dinamiche interne alla famiglia, del rapporto fra padri e figli, dell'umiliazione sociale e della serena accettazione del proprio destino. Fra le scene più memorabili, quella (comica) degli impiegati che si nascondono in bagno per controllare la propria busta paga, e quella (toccante) dei coniugi che nonostante la difficile situazione finanziaria si sforzano di cantare e di giocare con i bambini. Il coro che dà il titolo alla pellicola è intonato dagli ex compagni di Okajima in occasione della riunione scolastica.

Nota: l'attore protagonista, vera e propria star dell'epoca, dopo aver interpretato cinque film per Ozu (questo è l'ultimo, due sono andati perduti), morirà di tubercolosi nel 1934 all'età di soli 31 anni. Il suo ultimo film sarà "Gion matsuri" (1933) di Kenji Mizoguchi. Sua figlia Mariko Okada, nata nel 1933, diventerà a sua volta una celebre attrice e reciterà per Ozu in "Tardo autunno" e "Il gusto del sakè".

16 settembre 2008

Hancock (Peter Berg, 2008)

Hancock (id.)
di Peter Berg – USA 2008
con Will Smith, Jason Bateman, Charlize Theron
*1/2

Visto al cinema Colosseo, con Albertino e altra gente.

Hancock, supereroe brutto, sporco, volgare, donnaiolo, attaccabrighe e spesso ubriaco, non è decisamente amato dalla popolazione di Los Angeles, anche perché ogni suo intervento produce milioni di dollari di danni. Ma quando salva la vita a un addetto alle pubbliche relazioni, costui decide di ricambiarlo lavorando sulla sua immagine e trasformandola in positivo. Hancock accetta di sottoporsi al "restyling", anche perché attratto dalla bella moglie dell'uomo, che però nasconde un segreto... Lo spunto iniziale, abbastanza originale e intrigante, riesce a malapena a reggere la prima metà del film. Poi una sceneggiatura incoerente (la pellicola sembra divisa in due, e persino la caratterizzazione del protagonista cambia di punto in bianco, per non parlare dei numerosi passaggi illogici) e una regia mediocre (che eccede in primi piani e nel movimento senza senso della macchina da presa persino in scene "normali" come quella della riunione dei dirigenti d'azienda) portano il film alla rovina. Disastroso il climax finale, con uno scontro con un "cattivo" che più scialbo non si può. Non si capisce perché gli sceneggiatori, a un certo punto, abbiano sentito il bisogno di dover illustrare le origini dei poteri di Hancock (una delle cose belle della prima parte del film era proprio la mancanza di spiegazioni), trasformando quella che era una parodia del genere in una pellicola di supereroi vera e propria, peraltro mediocre. Nel complesso, un'occasione sprecata: a questo punto, meglio "Mystery Men" o "Sky High".

Pranzo di ferragosto (G. Di Gregorio, 2008)

Pranzo di ferragosto
di Gianni Di Gregorio – Italia 2008
con Gianni Di Gregorio, Valeria De Franciscis
**1/2

Visto al cinema Colosseo.

Già assistente di Matteo Garrone, Gianni Di Gregorio esordisce alla regia con questa commedia molto carina che a Venezia è stata presentata fuori concorso, ricevendo meritati consensi (come l'anno scorso con "Non pensarci", sembra proprio che le migliori pellicole italiane si debbano cercare nelle sezioni collaterali del festival). Lo spunto proviene da un episodio capitato veramente al regista: costretto a rimanere a casa a ferragosto per badare alla madre anziana, il disoccupato Gianni riceve una proposta insolita da parte dell'amministratore del suo condominio: se ospiterà in casa anche la madre dell'uomo, lasciandolo libero di partire per le vacanze, lui in cambio gli abbuonerà le spese condominiali arretrate. Nella realtà pare che Di Gregorio abbia rifiutato una simile proposta, ma nel film le cose vanno diversamente, anche perché Gianni (con un debole per il vino bianco) si trova in ristrettezze economiche: e così, nella sua casa di Trastevere, alla raffinata mamma Valeria (che si esprime con francesismi e ha una passione per Dumas) si aggiungono prima Marina (la scostante madre dell'amministratore, in cerca di una botta di vita e di una storia romantica), poi la zia Maria (arteriosclerotica ma grande appassionata di cucina), e infine Grazia (la madre del medico di famiglia, di buon cuore e di grande appetito nonostante le proibizioni alimentari impostele dal figlio): ottantenni e novantenni che vivacizzano le giornate del pover'uomo fra chiacchiere e ricordi, ripicche e dispetti, amicizia e convivialità. Il regista, anche sceneggiatore oltre che interprete, ha lasciato molta libertà alle anziane attrici (non professioniste) e ne è stato ripagato con dialoghi, battute e situazioni spumeggianti, condite da toni surreali e realistici al tempo stesso, ironici e irresistibili, assolutamente senza buonismo o retorica. Bella anche l'ambientazione, in bilico tra una Roma calda e deserta e un appartamento vetusto ma accogliente.

15 settembre 2008

$E11.OU7! – Sell Out! (Yeo Joon Han, 2008)

$E11.OU7! – Sell Out!
di Yeo Joon Han – Malesia 2008
con Jerrica Lai, Peter Davis
**1/2

Visto al cinema Plinius, in originale con sottotitoli inglesi (rassegna di Venezia).

La cinica giornalista televisiva Rafflesia Pong, conduttrice di una rubrica culturale poco seguita, prova a rilanciare la propria carriera ideando un reality show... sulla morte. Come fare, però, per trovare sempre nuovi moribondi? Contemporaneamente, il timido ingegnere Eric viene licenziato dalla Fony Corporation, l'azienda di elettrodomestici che controlla anche il canale televisivo per il quale lavora Rafflesia, perché le sue invenzioni sono troppo originali e non si guastano mai. Dopo che un esorcista ha separato la parte creativa e "sognatrice" di Eric da quella pratica, dando vita a due individui distinti, il ragazzo si accorda con la giornalista: lui le procurerà nuove partecipanti al suo show se lei farà una telepromozione in diretta per le sue invenzioni.
Una demenziale pellicola malese, sorprendente e grottesca, che ha saputo ravvivare il panorama di un festival veneziano piuttosto deludente. Se proprio bisogna trovargli un difetto, sta forse nel fatto di voler dirigere i propri strali contro così tanti bersagli da correre il rischio di non colpirne "mortalmente" nessuno, rivelandosi alla fine dei conti abbastanza innocua, anche se parecchio divertente. Si comincia con un attacco al cinema asiatico d'autore (non è difficile riconoscere in Tsai Ming-Liang il bersaglio dell'esilarante parodia) e si prosegue prendendo di mira il mondo dei media e dello spettacolo, i programmi televisivi che "falsificano" i sentimenti; le multinazionali interessate solo a far soldi, la società dei consumi, la dittatura dei telefonini, i rapporti familiari e quelli romantici, e lo stesso linguaggio cinematografico, in particolare quello del musical, del quale si mettono a nudo tutti i cliché (il massimo lo si raggiunge quando una canzone, anziché essere cantata dal protagonista, è presentata in forma di karaoke per invitare il pubblico in sala a partecipare). Peter Davis recita in maniera atroce, ma c'è il forte dubbio che la cosa sia voluta (all'inizio il regista viene accusato di fare film con i sottotitoli in modo che il pubblico, impegnato a leggerli, non si accorga di quanto gli attori recitino male!). Da vedere, almeno una volta nella vita.

12 settembre 2008

Il segreto di una donna (O. Preminger, 1949)

Il segreto di una donna (Whirlpool)
di Otto Preminger – USA 1949
con Gene Tierney, José Ferrer
**1/2

Visto in DVD.

Anna, bella e fragile moglie di un ricco psicoanalista, è segretamente una cleptomane: pur di non rivelarlo al marito, preferisce affidarsi alle cure di un misterioso individuo, il dottor Korvo, astrologo e ipnotizzatore. Costui la plagia lentamente e riesce addirittura a farla accusare di omicidio, ma il marito (Richard Conte) e un anziano poliziotto (Charles Bickford) cercheranno di scoprire la verità. Raffinato noir che difetta forse di tensione (l'innocenza di Anna, per gli spettatori, non è mai in dubbio come invece per i personaggi della pellicola) ma è girato con grande stile da parte del regista, che fa abbondante uso dei primi piani e può contare sull'ottima fotografia in bianco e nero di Arthur Miller. Ingenuità psicanalitiche a parte, la sceneggiatura (di Ben Hecht) punta tutto sulla descrizione dei rapporti di forza e di debolezza fra i personaggi: nella prima parte mette al centro dell'attenzione quello interpretato da Gene Tierney e rivela come il suo matrimonio apparentemente perfetto non sia tutto rose e fiori. Nella seconda sale invece alla ribalta il folle Korvo, disposto ad auto-ipnotizzarsi pur di sopportare il dolore di un'operazione chirurgica necessaria per crearsi un alibi. Bello il finale, con la figura della donna uccisa che torna a vivere e a confrontarsi con l'assassino attraverso il suo ritratto e la sua voce, incisa su un disco. Cinque anni prima la Tierney aveva già collaborato con Preminger nel ben più memorabile "Vertigine" (e anche lì c'era di mezzo un ritratto...).

11 settembre 2008

La signorina e la barba (Yasujiro Ozu, 1931)

La signorina e la barba (Shukujo to hige)
di Yasujiro Ozu – Giappone 1931
con Tokihiko Okada, Hiroko Kawasaki
***

Visto in DVD (registrato da "Fuori Orario").

Il barbuto Okajima, campione di kendo e studente appena laureato, viene deriso dalle ragazze "moderne" per i suoi atteggiamenti antiquati e fatica a trovare lavoro a causa del suo aspetto trasandato. La timida Hiroko, da lui salvata dall'aggressione della perfida Satoko, gli suggerisce allora di radersi. Nonostante sia convinto che "tutti i grandi uomini avevano la barba" (e per dimostrarlo mostra ritratti di Lincoln, Ibsen e Marx!), Okajima segue il consiglio e la sua vita cambia subito: viene assunto e soprattutto fa innamorare di sé sia la vendicativa Satoko sia la pretenziosa Ikuko, che in precedenza l'aveva sempre snobbato. Ma il suo cuore è tutto per Hiroko. Film strano, ma parecchio gradevole: la prima parte è decisamente molto divertente, con Okajima protagonista di numerose gag comiche, alcune delle quali tra le più spudorate mai viste nel cinema di Ozu: dal buffo incontro iniziale di kendo al colloquio di lavoro (con Okajima e il capoufficio, entrambi barbuti, che compiono gli stessi movimenti, quasi allo specchio), dalle sorprendenti associazioni di idee (barba -> Lincoln -> automobile) alle situazioni "chapliniane" (Okajima che cerca di nascondere i difetti del proprio abbigliamento). La seconda parte, incentrata sulle tre "pretendenti", è invece più melodrammatica e sfocia nella duplice scena in cui prima Ikuko e poi Hiroko sorprendono Satoko in casa di Okajima. La prima fuggirà scandalizzata, la seconda avrà invece fiducia in lui e spingerà anche la "bad girl" Satoko sulla strada della redenzione. Nel film spiccano molti dei temi dell'Ozu di questo primo periodo, su tutti il contrasto fra tradizione e modernità che risulta evidente dalla caratterizzazione dei personaggi, in particolare di quelli femminili, quasi stereotipati: Hiroko è umile e "tradizionale", Ikuko è snob e raffinata, Satoko è "moderna" e poco di buono (dicotomia già vista, con solo due personaggi, in "Passeggiate allegramente!"). Sarebbe sbagliato però leggere il film in chiave esclusivamente conservatrice: Ozu, proprio con le disavventure del protagonista, mostra anche le contraddizioni e gli svantaggi sociali che nascono dal mantenere uno stile di vita troppo fedele alla tradizione in un mondo in rapido cambiamento.

10 settembre 2008

La moglie di quella notte (Yasujiro Ozu, 1930)

La moglie di quella notte (Sono yo no tsuma)
di Yasujiro Ozu – Giappone 1930
con Tokihiko Okada, Emiko Yagumo
**1/2

Rivisto in DVD (registrato da "Fuori Orario").

Sceneggiato da Kogo Noda a partire da "Dalle nove alle nove" di tale Oscar Shisgall, uno dei tanti racconti mystery all'americana che in quel periodo spuntavano come funghi sulle riviste giapponesi (in fondo erano gli anni di Edogawa Rampo), è un film che si dipana nell'arco di una sola notte e che nella seconda parte si svolge addirittura in una sola stanza. All'inizio, immerso nelle tenebre, vediamo un uomo mascherato compiere una rapina in un ufficio postale per procurarsi il denaro necessario per pagare le cure alla figlioletta, gravemente malata. Nel frattempo il dottore ha spiegato alla madre che la bambina sopravviverà soltanto se riuscirà a passare la notte. Un ostinato detective riesce a seguire il rapinatore fino a casa, ma dapprima verrà disarmato e preso "in ostaggio" dalla moglie del ladro, che lo terrà sotto tiro tutta la notte mentre il marito veglia amorevolmente la bambina, e poi – quando la donna cederà al sonno – commosso dalla situazione familiare, si rivelerà intenzionato a lasciarlo fuggire. Ma all'alba questi preferirà consegnarsi alla giustizia per espiare la propria colpa. Velato di umanesimo e di melodramma, il film è quasi un precursore del genere noir e costituisce senza dubbio un oggetto singolare all'interno della filmografia di Ozu. Bravi e adeguati i tre interpreti (il poliziotto è Fuyuki Yamamoto), soprattutto Emiko Yagumo nei panni della moglie. Nella casa dove vive la famiglia si intravedono stampe, scritte in inglese e numerose locandine cinematografiche: una costante delle prime opere di Ozu.

9 settembre 2008

Ghost Rider (M. S. Johnson, 2007)

Ghost Rider (id.)
di Mark Steven Johnson – USA 2007
con Nicolas Cage, Eva Mendes
*1/2

Visto in DVD, con Albertino e Ghirmawi.

Johnny Blaze, spericolato motociclista acrobatico, fa un patto con il diavolo (Peter Fonda) e si trasforma nel suo "cacciatore di taglie", un centauro dal teschio infuocato dotato dello "sguardo della penitenza". Mefistofele lo invierà contro suo figlio Blackheart e altri tre demoni che intendono impossessarsi delle anime degli abitanti di un antico villaggio. Diretto dallo stesso regista di "Daredevil" (che comunque era peggio, soprattutto considerando il materiale di partenza), è un film brutto ma meno di quanto mi sarei aspettato. Se lo si guarda con il cervello spento, tra amici, senza attendersi altro che un vendicatore infernale che sfreccia in moto di notte e senza lamentarsi di non averci trovato di più, si riesce anche a goderselo. Anche il fumetto, a ben pensarci, non è che avesse tutta questa profondità, e il film ne rispetta abbastanza lo spirito, mentre l'atmosfera "maledetta" e le suggestioni alla Robert Johnson sono apprezzabili. In ogni caso la sceneggiatura (dello stesso regista) è confusa, ai limiti dell'assurdo e piena di buchi e di contraddizioni (perché ai poliziotti è sufficiente trovare la sua targa bruciata per accusare Johnny di omicidio? Perché il vecchio cowboy si può trasformare solo una volta, e spreca questa occasione solo per accompagnare Johnny al villaggio? Perché i demoni possono entrare in alcune chiese e non in altre?), indice di una scarsa cura per la storia e per i collegamenti logici fra una scena e l'altra, per non parlare ovviamente dell'assenza di ogni tipo di caratterizzazione psicologica. Le fattezze di Ghost Rider, con tuta di pelle, borchie e catena, vengono dalla seconda serie a fumetti (quella disegnata da Mark Texeira, per intenderci), ma il nome del personaggio è invece quello della prima. Apprezzabile l'omaggio al Ghost Rider western, anch'egli protagonista di una serie Marvel, mentre la scena in cui Blackheart si fa chiamare Legione non è un riferimento all'omonimo mutante, figlio di Charles Xavier, ma una citazione biblica. Gli attori scelti per interpretare Cage (soprattutto) e la Mendes da giovani non assomigliano per niente alle loro controparti adulte.

8 settembre 2008

La fortezza nascosta (A. Kurosawa, 1958)

La fortezza nascosta (Kakushi toride no san akunin)
di Akira Kurosawa – Giappone 1958
con Toshiro Mifune, Misa Uehara
***1/2

Rivisto in DVD, con Marisa.

Nel Giappone feudale funestato dalle guerre civili, dopo la sconfitta del regno di Akizuki a opera delle truppe del clan Yamana, due poveri contadini e aspiranti soldati sfuggono alla prigionia e scoprono per caso l'ubicazione del tesoro reale: l'oro è stato nascosto dal samurai Rokurota Makabe, da loro ritenuto un semplice brigante, all'interno di fascine di legno custodite in una fortezza celata fra le montagne. Spinti dall'avidità, i due contadini (interpretati da Minoru Chiaki e Kamatari Fujiwara e veri protagonisti del film, sebbene restino personaggi alquanto passivi e costantemente all'oscuro di gran parte delle vicende) si uniscono a lui per aiutarlo a trasportare la legna fino al paese amico di Hayakawa, attraversando il territorio presidiato dai nemici: il viaggio ha però anche lo scopo di condurre in salvo la principessa Yuki, ultima superstite della famiglia reale di Akizuki, camuffata come una ragazza semplice e muta, visto che il suo modo di parlare ne tradirebbe le origini regali. Anche senza rinunciare al suo tocco umanista (l'intera vicenda è un lungo viaggio di iniziazione e di crescita per quasi tutti i personaggi: la principessa impara a conoscere il mondo; i contadini devono fare i conti con la loro avidità e litigiosità; Rokurota impara ad apprezzare l'aiuto dei compagni; il suo rivale Tadokoro sceglierà di fuggire con l'amico dopo essere stato umiliato dal suo padrone), con questo film Kurosawa realizza un'opera più divertente, semplice e accessibile rispetto ai suoi lavori precedenti, il che naturalmente non ne riduce il valore. Più racconto d'avventura che film di samurai, la pellicola è stata definita giustamente da più critici 'picaresca' e addirittura 'ariostesca' per la leggerezza e l'efficacia della narrazione e i personaggi variopinti e spesso sopra le righe (dai samurai come Rokurota e Tadokoro, il cui eroismo è a volte così esagerato da sembrare una parodia dei jidaigeki dell'epoca, ai due meschini popolani con i loro continui battibecchi; dalla principessa orgogliosa e nobile – indimenticabile nella sua apparizione 'mascolina' con frustino e pantaloni corti, sembianze che potrebbero aver ispirato quelle del personaggio di "Final Fantasy VII" Tifa Lockhart – all'umile e coraggiosa serva che viene acquistata lungo la strada). La ricostruzione storica, lungi dall'essere accurata, è quasi fiabesca: non a caso i nomi dei tre clan coinvolti – Akizuki, Yamana e Hayakawa – sono immaginari, o almeno così mi risulta. Toshiro Mifune ruba la scena a tutti e la sua figura imponente incute timore al solo guardarlo. Si dice che il film abbia ispirato George Lucas per il primo "Guerre stellari" (ma solo superficialmente: la principessa da portare in salvo, i posti di blocco da superare con tecniche "psicologiche", i due contadini che hanno la stessa funzione narrativa dei due androidi...), e la cosa è stata messa in risalto nel remake giapponese del 2008, dove il cattivo (un Tadokoro che lì non si pente) indossa addirittura un elmo nero in stile Darth Vader. Da notare che si tratta del primo film di Kurosawa girato in cinemascope, opportunità che il regista sfrutta benissimo e che gli permette di esibire tutte le sue notevoli doti scenografiche.

6 settembre 2008

Sono stato bocciato, ma... (Yasujiro Ozu, 1930)

Sono stato bocciato, ma... (Rakudai wa shita keredo)
di Yasujiro Ozu – Giappone 1930
con Tatsuo Saito, Kinuyo Tanaka
**1/2

Rivisto in DVD (registrato da "Fuori Orario").

Seconda di tre pellicole di Ozu con un titolo simile (dopo "Mi sono laureato, ma..." e prima di "Sono nato, ma..."), anche questo, come "Giorni di gioventù", è un gakusei-mono, ovvero un film sugli studenti, sulla loro vita, gli scherzi goliardici, i rapporti con i professori. Il protagonista Shomachi divide la stanza con quattro compagni di studi ma preferisce bighellonare con un gruppo di amici che escogitano ogni possibile trucco per passare gli esami universitari senza dover studiare. La tattica di Shomachi è quella di scriversi gli appunti sulla camicia: ma quando la padrona di casa manda l'abito in lavanderia, il ragazzo non ha più scampo e viene inesorabilmente bocciato. I suoi compagni di stanza, invece, si laureano tutti. Faticano però a trovare lavoro e si ritrovano a rimpiangere gli anni spensierati dell'università: "vista la situazione, che bisogno c'era di laurearsi così in fretta?". Il film è ricco di numerose gag (come quella del foglio di appunti appeso alla schiena del professore durante gli esami), con alcuni debiti verso Harold Lloyd ("The freshman") e Buster Keaton. Quando Shomachi viene bocciato, si vede per un attimo l'immagine di un cappio (ma è solo la corda di una lampada) e poi il ragazzo che afferra un paio di forbici (ma solo per tagliarsi le unghie dei piedi!). Nella seconda parte, Ozu indugia a scrutare i pensieri dei personaggi, ma si diverte anche a filmare i loro movimenti "di gruppo", all'unisono. Molto bella la scena in cui, con due carrellate, mostra l'elenco dei nomi dei promossi appeso alla parete e i volti degli studenti che lo leggono con apprensione. Nel cast ricompaiono anche il piccolo Tomio Aoki (da "Un bambino che non si ferma mai"), Chishu Ryu (uno dei compagni di classe) e Kinuyo Tanaka (la cameriera del bar che regala la cravatta a Shomachi).

5 settembre 2008

Venezia e Locarno 2008

Ho appena letto il programma della Panoramica dei film di Venezia (e Locarno) in programma la prossima settimana a Milano e ho deciso che quest'anno non acquisterò l'abbonamento, nonostante fino a oggi fossi assolutamente deciso a farlo. Dopo la delusione della rassegna di Cannes dello scorso giugno, speravo infatti di rifarmi la bocca con quella di Venezia, e invece niente, il programma della rassegna sembra fatto apposta per lasciar fuori i film più interessanti. Niente Kitano, niente Oshii, niente Miyazaki (vabbè, tanto questo l'ho già visto in Giappone), niente Naderi, niente Kiarostami, e in generale nessuno dei tanti film orientali presenti al Lido e che mi interessava vedere.
Fra i film del concorso ci sono soltanto i quattro italiani (dei quali l'unico che forse mi interessava era quello di Bechis) e ciofeche più o meno annunciate come i film di Arriaga o di Schroeder (per non parlare del solito “capolavoro” dei fratelli Coen, fuori concorso). Per vedere 'sta roba e Ozpetek, 40 euro non li sborso nemmeno in sogno. Peccato: nei due anni precedenti la rassegna mi aveva dato modo di vedere e scoprire ottime pellicole, ma l'impressione è che stavolta avrei rimediato soltanto arrabbiature.

4 settembre 2008

Kung Fu Panda (Osborne, Stevenson, 2008)

Kung Fu Panda (id.)
di Mark Osborne, John Stevenson – USA 2008
animazione al computer
***

Visto al cinema Odeon, con Saveria e Stefano.

Il malvagio Tai Lung è fuggito dalla prigione dove era stato rinchiuso ed è assetato di vendetta. La valle è in pericolo! Per fortuna, il saggio Ogwei ha designato il "guerriero dragone" che, secondo la tradizione, dovrà salvare tutti. Per sfortuna, questo guerriero è un panda obeso e imbranato... ma gli insegnamenti del vecchio maestro Shifu riusciranno a compiere il miracolo di trasformarlo in brevissimo tempo in un abile atleta di arti marziali. Normalmente i film animati della DreamWorks non mi piacciono (e non soltanto perché viene naturale paragonarli con quelli della Pixar): li trovo troppo leggerini nella storia, caratterizzati da un umorismo adolescenziale e troppo concentrati a costruire personaggi "simpatici" ma poco profondi, difetti che a ben vedere non sono assenti nemmeno in "Kung Fu Panda". Però questa volta mi sono decisamente divertito: merito di un atteggiamento più affettuoso che parodistico verso il genere del kung fu movie, che fra l'altro era già stato dissacrato a volontà dagli stessi cantonesi (le scene dei duri allenamenti cui è sottoposto il panda non possono non ricordare quelle dei vecchi film di Jackie Chan dei primi anni ottanta). La trama è semplice e leggera, è vero, e il tema di fondo scontatissimo (il loser che trova in sé stesso la forza per diventare un eroe), ma il ritmo è efficace, i personaggi azzeccati, le gag divertenti, e pure i tòpoi del genere sono sfruttati in maniera adeguata, a volte persino sottile, e non semplicemente accatastati l'uno sull'altro. Anche gli animali sono usati in maniera geniale e a suo modo sofisticata: la valle è popolata da centinaia di conigli, maiali e paperi, ossia animali da cortile e di poco valore, mentre i grandi maestri di kung fu appartengono a specie più rare o più preziose; i cinque guerrieri addestrati da Shifu corrispondono alle tecniche tradizionali del kung fu (tigre, gru, serpente, scimmia, mantide); la scena in cui sembra che il padre del panda (un papero!) stia per rivelare al figlio di non essere il suo genitore naturale è esilarante; e così via... Se i momenti comici non mancano, non sono assenti nemmeno quelli drammatici, legati soprattutto al rapporto di Shifu con il figlio adottivo Tai Lung. La cultura cinese e i "messaggi" zen non sono banalizzati, e infine i combattimenti, pur buffi, sono dinamicissimi e "fisici" (come è giusto che sia) e strizzano l'occhio persino alle pellicole degli Shaw Brothers. Dispiace solo che il film sia così breve: certi passaggi narrativi sono troppo repentini e alcuni personaggi (le "cinque furie" per esempio, con l'eccezione forse di Tigre) non caratterizzati a sufficienza. Peccato infine non averlo visto in lingua originale (dove spiccavano le voci di Jack Black, Dustin Hoffman, Angelina Jolie, Jackie Chan, Lucy Liu), ma rimedierò con il DVD.

3 settembre 2008

Passeggiate allegramente! (Yasujiro Ozu, 1930)

Passeggiate allegramente!, aka Spensierato (Hogaraka ni ayume)
di Yasujiro Ozu – Giappone 1930
con Minoru Takada, Hiroko Kawasaki
***

Rivisto in DVD (registrato da "Fuori Orario").

"Kenji il coltello", elegante gangster di strada che si dedica a piccoli furtarelli con la complicità degli amici Senko e Gunpei, si innamora di Yasue, una normale dattilografa. Per amor suo decide di cambiar vita e di diventare onesto, accettando un lavoro umile come lavavetri, ma gli amici di un tempo – e soprattutto la sua precedente ragazza, la spregiudicata Chieko – vorrebbero riportarlo nel "giro". Un brillante gangster movie, un genere insolito per Ozu (anche se, come ricordato, nei suoi primi anni di carriera il regista era un accanito frequentatore del cinema di genere). L'ottima costruzione dei personaggi e l'atmosfera moderna lo rendono uno dei lavori più accattivanti di questo primo periodo della sua carriera. I film sugli yakuza "all'americana", all'epoca, erano piuttosto popolari e costituivano un filone a sé stante, spesso ambientati fra i locali notturni e i jazz club nel quartiere di Asakusa (non lontano da Ginza, dove si svolge la scena dell'incontro fra Kenji e Yasue). Stilisticamente, il film è fra i più "movimentati" di Ozu: la macchina da presa fa continue carrellate (come quella all'indietro che apre la pellicola) e segue i personaggi nelle loro camminate e nelle gite in macchina, anche se già l'uso del montaggio, con i continui stacchi e i numerosi inserti (vedi le inquadrature sui piedi, sulle pareti – come nella scena in cui gli impiegati appendono i cappelli al muro – e sugli ambienti circostanti) suggerisce quale piega il regista prenderà in futuro. Anche a livello di sceneggiatura il film mi pare ottimo, con continui rimandi e riferimenti interni: le automobili, per esempio, sono un tema ricorrente sin dalla prima scena: a un certo punto Senko afferma "Che bella auto! Un giorno mi piacerebbe guidarne una così!", e in effetti più avanti lo vediamo proprio al volante di una macchina di lusso... peccato però che faccia solo l'autista! E non male le scenografie: nell'appartamento che Kenji divide con Senko vediamo locandine di incontri di boxe, poster, disegni e testi di canzoni in inglese scritti sulla parete. Da notare la contrapposizione fra le due donne: quella "buona", Yasue, è umile, sempre vestita in kimono e pronta al sacrificio; quella "cattiva", Chieko, è vestita all'occidentale, fuma, ha un'acconciatura alla Louise Brooks. Una curiosità: durante la loro scampagnata, Kenji e Yasue vanno a fare un picnic in macchina ai piedi della statua del Grande Buddha di Kamakura!

2 settembre 2008

Triangle (Tsui Hark, Ringo Lam, Johnnie To, 2007)

Triangle (Tie saam gok)
di Tsui Hark, Ringo Lam, Johnnie To – Hong Kong 2007
con Simon Yam, Louis Koo, Sun Honglei
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Curioso esperimento, questa pellicola realizzata a sei mani: non si tratta di un film a episodi, bensì di un lungometraggio in cui ciascun regista ha a propria disposizione trenta minuti e deve proseguire la vicenda (lavorando in tutta autonomia con la propria troupe e i propri sceneggiatori) dal punto in cui è stata interrotta dal collega precedente, mantenendo naturalmente gli stessi attori e la stessa ambientazione. Tsui Hark, responsabile della parte iniziale, ha il compito di presentare i personaggi e di mettere in moto la storia; Ringo Lam, cui tocca il segmento centrale, porta avanti la pellicola e la lascia con un cliffhanger; Johnnie To (la cui casa di produzione Milkyway è alla base del progetto) la conclude alla sua maniera. Naturalmente lo stile, il mood, le atmosfere e persino le caratterizzazioni dei protagonisti variano sensibilmente al passaggio della macchina da presa da una mano all'altra, al punto da lasciare alla fine quasi l'impressione di aver visto tre film diversi. Il risultato comunque non è spiacevole: vuoi per la novità dell'operazione, vuoi per il valore qualitativo che i tre registi, in ogni caso, riescono a garantire.

Nel segmento di Tsui Hark facciamo la conoscenza con Sam (un impiegato in difficoltà finanziarie), Fai (un giovane tassista che frequenta gli ambienti della malavita) e Mok (un misterioso antiquario): imbeccati da uno strano individuo incontrato in un bar, i tre amici scoprono un antico tesoro ma faticano a fidarsi l'uno dell'altro (bella la scena in cui si fotografano a vicenda con i cellulari). Nel frattempo la moglie di Sam rivela al suo amante, il poliziotto Wen, che il marito sta tentando di ucciderla. La fotografia è oscura e notturna, i dialoghi rapidi, la carne al fuoco molta e i personaggi ambigui e misteriosi a sufficienza da permettere ai registi successivi, se lo vogliono, di ampliarne o di modificarne il background. Ed è infatti quello che succede.
Nel segmento di Ringo Lam, il più tradizionale dal punto di vista cinematografico, i personaggi agiscono maggiormente alla luce del sole. I riflettori si spostano decisamente su Sam (interpretato da Simon Yam), che acquista una personalità più vigorosa e decisa. Scopriamo che sua moglie Ling è una paranoica: né la sua gravidanza, né i tradimenti del marito né tantomeno i suoi tentativi di ucciderla erano reali. Il subdolo Wen, approfittando della situazione, si impossessa del tesoro e fugge per la campagna, mentre i tre protagonisti si lanciano al suo inseguimento.
Johnnie To si rivela subito il più "autore" dei tre registi, nel bene e nel male: gli bastano pochi minuti per risolvere alcune delle situazioni lasciate in sospeso da Lam, scegliendo bellamente di ignorarne altre. Fra tocchi surreali (vedi l'ingresso in scena di Suet Lam) e un'ambientazione sospesa e fuori dal mondo (quasi una parodia di "Dragon Inn"), conduce il film verso strade inaspettate ed è sicuramente il più attento al lato cinematografico dell'operazione, a scapito magari della caratterizzazione dei singoli personaggi: ma in fondo l'aspetto interessante del film consiste proprio nelle sue differenze e contraddizioni interne, altrimenti l'intero esperimento non avrebbe avuto senso. Per citare il mio amico Ernesto, "tre registi che girano a partire da un'unica sceneggiatura, pensata in anticipo, fondamentalmente rischiano di fare come i registi di seconda o terza unità, quelli che lavorano quando il regista principale è occupato altrove seguendo pedissequamente le sue direttive. Mentre in questo caso dovevano anche scrivere la storia, con i propri sceneggiatori, e questo da una parte crea una specie di slegatura, ma dall'altra è proprio il bello di un lavoro del genere".

Un bambino che non si ferma mai (Y. Ozu, 1929)

Un bambino che non si ferma mai (Tokkan kozo)
di Yasujiro Ozu – Giappone 1929
con Tomio Aoki, Takeshi Sakamoto, Tatsuo Saito
**1/2

Rivisto in DVD (registrato da "Fuori Orario").

Anche di questo film, che fino al 1990 si credeva perduto, non rimangono che 14 minuti (ovvero il primo e l'ultimo dei quattro rulli: in tutto la pellicola originale doveva durare 37 minuti). La storia vede una coppia di scalcinati rapitori di bambini alle prese con una "vittima" fin troppo vivace. Il bambino rapito, infatti, si fa dapprima regalare cibo e giocattoli minacciando di fare i capricci e di richiamare l'attenzione dei poliziotti, e poi farà impazzire i malviventi con le sue continue marachelle, al punto che i due, disperati, preferiranno riportarlo nella strada dove lo avevano prelevato. Non particolarmente interessante dal punto di vista registico (ma le prove degli attori sono buone), si tratta di un cortometraggio comico e slapstick che ha poco a che spartire con il resto dell'opera di Ozu. La sceneggiatura è ispirata a un racconto di O. Henry ("The ransom of Red Chief") e forse anche ai film muti americani della serie "Our gang/Little rascals".

1 settembre 2008

Mi sono laureato, ma... (Yasujiro Ozu, 1929)

Mi sono laureato, ma... (Daigaku wa deta keredo)
di Yasujiro Ozu – Giappone 1929
con Minoru Takada, Kinuyo Tanaka
**1/2

Rivisto in DVD (registrato da "Fuori Orario").

Di questo film sono sopravvissuti soltanto 12 minuti, che però sono sufficienti a "ricostruire" la trama, visto che si tratta di frammenti sparsi e non di una sequenza unitaria. La storia è quella di Tetsuo, un ragazzo che fatica a trovare un lavoro adeguato a Tokyo, nonostante abbia brillantemente terminato gli studi. Gli vengono infatti offerti soltanto impieghi non qualificati, che lui rifiuta sdegnosamente. Ma quando scoprirà che la giovane moglie – che lo ha raggiunto dal paese perché lui aveva nascosto alla famiglia la sua condizione di disoccupato – è costretta a lavorare come intrattenitrice in un bar pur di racimolare il denaro necessario per vivere, Tetsuo chinerà la testa e accetterà anche un incarico umile: verrà ricompensato dal datore di lavoro, che aveva soltanto voluto metterlo alla prova: "ora hai capito le difficoltà della vita". Molto più delle altre girate in questo primo periodo, la pellicola sembra avvicinarsi al genere di film che Ozu realizzerà nella sua maturità, incentrati su rapporti familiari e borghesi. Non a caso la scena della visita della madre può già evocare, molto alla lontana, "Viaggio a Tokyo". Peccato non poterlo vedere nella sua integrità, ma anche così sembra una pellicola interessante e piacevole, attento all'osservazione sociale (già allora i laureati faticavano a trovare lavoro!), e con molte inquadrature e scelte registiche interessanti e moderne per quei tempi. Nella stanza di Tetsuo, sullo sfondo, viene mostrato più volte il poster di un film con Harold Lloyd. Kinuyo Tanaka, nei panni della moglie, inaugura la sua lunga collaborazione con Ozu.

Una curiosità: in una scena si vede una scritta in katakana, ma i caratteri in orizzontale sono scritti da destra a sinistra! La stessa cosa l'avevo notata nel precedente "Giorni di gioventù" (il nome della stazione ferroviaria della località sciistica). Che a quei tempi si usasse così?