30 agosto 2008

Giorni di gioventù (Yasujiro Ozu, 1929)

Giorni di gioventù (Wakaki hi)
di Yasujiro Ozu – Giappone 1929
con Ichiro Yuki, Tatsuo Saito
**1/2

Visto in DVD (registrato da "Fuori Orario").

Ho deciso finalmente di (ri)guardarmi l'opera omnia di Ozu, sfruttando le registrazioni da "Fuori Orario" che avevo fatto qualche anno fa. Il primo film del regista che è possibile vedere è in realtà l'ottavo, visto che tutti quelli precedenti (compreso il primo, "La spada della penitenza" del 1927, l'unico film di samurai da lui girato) sono andati perduti. Agli inizi della sua carriera, dovendo farsi le ossa (salutare pratica alla quale purtroppo molti dei registi di oggi non vengono più sottoposti), Ozu girava sei-sette film l'anno: fino al 1930, infatti, ne realizzerà una ventina, quasi tutti appartenenti ai generi più commerciali del periodo (film di studenti, commedie slapstick, grottesche, erotiche o nonsense, film di gangster, mystery, ecc.) e che mostrano molti debiti con il cinema americano (su tutto, quello di Ernst Lubitsch e di Harold Lloyd), ma in qualche modo aveva già un certo controllo sui risultati, visto che spesso si scriveva – almeno in parte – le sceneggiature. Se dunque si tratta di pellicole ancora lontane dal quel particolare genere (shomingeki, film sulle famiglie borghesi o sulla working class) che diventerà il suo marchio di fabbrica, contengono comunque in nuce molti elementi delle opere successive, e non mancano le osservazioni sociali, i risvolti umani, l'attenzione ai problemi della "vita vera".

"Giorni di gioventù" è un tipico rappresentante del genere gakusei-mono, ovvero "film sugli studenti", costituiti solitamente da una trama esile e da molteplici gag che seguono la vita privata di giovani universitari alle prese con la scuola, i professori, le ragazze e i divertimenti. La pellicola si apre con una serie di rapide panoramiche sulla città (cosa insolita per un regista che in futuro abbandonerà qualsiasi movimento di macchina!), le stesse che poi la chiuderanno. Protagonisti sono due svogliati compagni di corso, lo spregiudicato Watanabe e il più introverso Yamamoto, in difficoltà con gli esami e che, all'insaputa l'uno dell'altro, corteggiano la stessa ragazza, Chieko. Watanabe ha escogitato un metodo singolare per conoscere facilmente esponenti dell'altro sesso: mette in affitto la propria stanza, rifiutando però le richieste di uomini e anche quelle di donne brutte. Dopo aver lasciato l'appartamento a Chieko, è costretto a chiedere a sua volta ospitalità all'amico Yamamoto. Tra studi e svaghi, i due si concederanno anche una breve vacanza sugli sci in una località montana, dove ritroveranno Chieko e capiranno di doversela contendere: ma la scoperta che è già stata promessa a un altro studente per un matrimonio combinato porrà tristemente fine alla loro rivalità. Durante il malinconico ritorno in città, incontreranno il loro professore che gli comunicherà i disastrosi esiti dell'ultimo esame. Che sia giunto il tempo di cominciare a studiare seriamente? Forse no, visto che la pellicola si conclude con Watanabe che spiega all'amico depresso il suo metodo per "trovare una ragazza ancora più bella", e affigge un nuovo avviso di "affittasi stanza".
Visivamente, il film è assai diverso dalle pellicole mute americane ed europee, nelle quali l'espressività e i volti degli attori veicolavano tutte le emozioni e la narrazione stessa. Qui, invece, a volte si ha l'impressione di trovarsi di fronte a un film sonoro del quale è andato perso l'audio, tanto la recitazione è realistica (non mancano, per esempio, scene in cui più personaggi parlano contemporaneamente, come nella baita di montagna dove Ozu inquadra in primo piano i due protagonisti e lascia sullo sfondo tutti i loro compagni che ridono e bevono). Nei contenuti, invece, il regista sembra rifarsi decisamente alle commedie occidentali, con echi di Lubitsch e Keaton. L'esterofilia e il modernismo (dopotutto siamo nel 1929, ben prima della svolta nazionalistica e conservatrice del Giappone) risaltano anche dalle scenografie: gli studenti hanno in camera foto di attrici, bandierine di celebri college americani e persino il manifesto del film "7th heaven" di Borzage (che gioca anche una funzione narrativa: il nome del film è lo stesso del banco dei pegni dove Watanabe vende i libri di studio per potersi permettere la vacanza sulla neve). Gag come quella della vernice fresca che sporca la mano di Yamamoto, ma anche quella dell'inseguimento degli sci, sembrano uscite da un film di Harold Lloyd.

Nota: L'occhialuto Yamamoto è interpretato dal bravo (e spilungone) Tatsuo Saito, un attore che si rivedrà spesso nei film di Ozu. D'altronde il regista amava lavorare continuamente con gli stessi collaboratori: così si spiegano i lunghi sodalizi con lo sceneggiatore Kogo Noda, l'operatore Yuharu Atsuta, lo scenografo Tatsuo Hamada o l'attore Chishu Ryu. Quest'ultimo è addirittura già accreditato in questo film, in una parte minore!

29 agosto 2008

Il cavaliere oscuro (C. Nolan, 2008)

Il cavaliere oscuro (The Dark Knight)
di Christopher Nolan – USA 2008
con Christian Bale, Heath Ledger
***

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

Il secondo film del ciclo del Batman di Nolan punta, sin dal titolo, su atmosfere cupe e notturne, sicuramente le più tragiche e disperate mai viste prima in una pellicola dell'uomo pipistrello. Si lega direttamente al lungometraggio precedente (concedendo anche una comparsata allo Spaventapasseri interpretato da Cillian Murphy) e ne riprende l'intero cast, fatta eccezione per la mediocre Katie Holmes, sostituita da Maggie Gyllenhall (e il personaggio femminile, pur restando il più debole del film, acquista importanza e peso nell'economia della vicenda). Restando in tema di attori, non si può non sottolineare come la prematura morte di Heath Ledger abbia ulteriormente catalizzato interesse intorno alla pellicola, dandogli la fama di "maledetta" (vedi anche l'incidente stradale di Morgan Freeman e i guai giudiziari di Bale) e contribuendo forse al suo spropositato successo al botteghino: per di più l'interpretazione di Ledger non è banale e rende il Joker un personaggio ancor più imprevedibile e folle di quanto non fosse nelle precedenti incarnazioni cinematografiche, televisive o fumettistiche, uscendo dai confini della macchietta in cui talvolta viene rinchiuso e trasformandosi in una variabile volatile e inafferrabile, priva di qualsivoglia empatia con il mondo che lo circonda, che attraversa l'intero film come una scheggia impazzita e del quale noi spettatori – ma anche gli altri personaggi – non arriviamo a saper nulla: né le origini, né le motivazioni, né il vero significato della sua anarchica voglia di distruzione. Ampio spazio è riservato invece al background del secondo supervillain del film, Harvey Dent alias Due Facce, interpretato con dinamismo dal bravo Aaron Eckhart e le cui origini, nel primo film di Schumacher, erano colpevolmente sbrigative: anche questo è un indice dell'estremo realismo al quale Nolan ha improntato il suo ciclo, che comprende una costruzione lenta e verosimile dei personaggi principali e di tutti quegli aspetti che fanno parte della "mitologia" del fumetto. Lo stesso realismo si trova nella rappresentazione della violenza, nella relativa mancanza di teatralità e di scenografie fumettistiche, nel rigetto del post-moderno (vivaddio!) e soprattutto nella descrizione della città di Gotham, a tratti – insieme ai suoi abitanti – vera protagonista della pellicola, quasi più di Batman stesso: una Gotham assai lontana da quel "parco dei divertimenti" che faceva da sfondo ai film di Burton e Schumacher e più simile a una città reale, quasi indistinguibile da New York o dalla Hong Kong che si vede nella breve trasferta asiatica di Batman. Ciò che più mi è piaciuto del film, comunque, è la sceneggiatura (anche perché sto attraversando una fase in cui dò meno importanza agli aspetti puramente tecnici di un film: forse anche per questo le lunghe scene d'azione – per quanto ben fatte e spettacolari – non mi hanno impressionato più di tanto). In particolar modo ho trovato davvero intriganti le tecniche di social engineering messe in atto dal Joker: dapprima elementari, come il ricatto a Batman affinché si smascheri o la richiesta alla popolazione di Gotham di ammazzare l'avvocato che stava per rivelare l'identità del pipistrello (due azioni, fra l'altro, in contraddizione fra loro, a dimostrare la schizofrenia anarcoide del villain), poi più sofisticate, come la possibilità offerta ai passeggeri di ciascuno dei due traghetti di salvarsi facendo affondare l'altro (una variante del "dilemma del prigioniero" usato nella teoria dei giochi). Nonostante il titolo, la storia non è tratta dal capolavoro di Miller "Il ritorno del cavaliere oscuro", anche se qua e là ne affiorano alcuni suggestioni: per esempio il proliferare di imitatori di Batman che ergono l'uomo-pipistrello suo malgrado a simbolo da imitare, proprio mentre Bruce Wayne vorrebbe invece cessare la sua crociata e favorire l'avvento di un eroe "legale" come Harvey Dent. Nel complesso, dunque, un ottimo film: anche se forse non superiore a "Batman begins".

27 agosto 2008

Ponyo sulla scogliera (H. Miyazaki, 2008)

Ponyo sulla scogliera (Gake no ue no Ponyo)
di Hayao Miyazaki – Giappone 2008
animazione tradizionale
***

Visto ai Toho Cinemas di Osaka, con Hiromi, in lingua originale.

Se proprio dovevo vedere un solo lungometraggio in sala nel corso della mia lunga permanenza in Giappone, non potevo chiedere di meglio che capitare nel periodo in cui nei cinema veniva proiettata una nuova opera del maestro Miyazaki, ricca come sempre di fantasia e creatività e che spinge a riflettere – attraverso una fiaba – sull'amicizia, sull'importanza di andare alla scoperta del mondo con occhi infantili, e sul rapporto fra l'uomo e la natura. Naturalmente, avendola vista in giapponese senza alcun sottotitolo (proprio come ero abituato a fare con i suoi primi lavori: che nostalgia!), mi riservo di integrare o di riscrivere questa scheda quando la pellicola uscirà anche in italiano.

Dopo l'eccessiva complessità de "Il castello errante di Howl", il regista realizza con "Ponyo" – la cui trama è vagamente ispirata a "La sirenetta" – il suo film più lineare, semplice e infantile (anche più di "Totoro"), come testimoniano i fondali a matite e pastelli, l'animazione assolutamente tradizionale e bidimensionale, senza alcun uso del computer, e anche l'età del protagonista: un bambino di soli cinque anni, Sosuke, che vive con la madre in una casa in cima alla scogliera dalla quale scruta con costante interesse il mare (il padre è marinaio, come praticamente tutti gli uomini del villaggio). Ponyo, invece, è una strana creatura marina, figlia maggiore della “femminea” schiuma del mare e nata grazie all'intervento di Fujimoto, un misterioso inventore che vive sott'acqua dove prosegue i suoi bizzarri esperimenti. Più di tutti i suoi fratelli minori, Ponyo è dotata di vivacità, curiosità e intraprendenza senza confini e desidera conoscere il mondo esterno: avventurandosi in superficie, stringe una forte amicizia con Sosuke al punto da esprimere il desiderio di diventare un essere umano per poter giocare in sua compagnia. Ma quando assume la forma di una bambina grazie a una delle bevande magiche di Fujimoto, lo squilibrio che ne risulta scatena un tremendo tsunami che sommerge il villaggio e la costa, per poi lasciare un'innaturale alta marea, dovuta all'eccessiva vicinanza della luna, che ricopre strade, case e boschi. Pur se la seconda parte, quella successiva al diluvio, si dilunga forse un po' troppo (come nella scena dell'incontro con i due genitori e la figlioletta sulla barca), la pellicola brilla di luce propria grazie all'inimitabile tocco artistico del maestro (che invece mancava nel precedente film dello Studio Ghibli, quell'opera senz'anima che era "I racconti di Terramare" del figlio Goro): e la bellezza e la semplicità dei disegni è anche la loro forza, capace di meravigliare, di commuovere, di stupire, di dare spessore anche alla storia e ai personaggi. Anziché le consuete nuvole, per una volta Miyazaki dà sfoggio al suo estro animando magnifiche onde, che si fondono fra loro e con la schiuma, il mare e i pesci. Nei giorni in cui ero in Giappone, il tema musicale del film – opera del solito Joe Hisaishi – era un tormentone che si poteva udire un po' dappertutto, dai negozi ai ristoranti, e persino negli ascensori.

CJ7 (Stephen Chow, 2008)

CJ7 (Cheung gong 7 hou)
di Stephen Chow – Hong Kong 2008
con Jiao Zu, Stephen Chow
**

Visto in volo da Tokyo a Bangkok, in originale con sottotitoli inglesi.

Dopo i successi di "Shaolin Soccer" e "Kung Fusion", Chow propone al suo affezionato pubblico un film per bambini nel quale il protagonista assoluto non è lui ma il piccolo Jiao Zu (uno straordinario attore in erba, per molti versi uno Stephen Chow in miniatura per mimica e atteggiamenti) e che sembra quasi l'equivalente cantonese del cinema-giocattolo di Steven Spielberg degli anni ottanta (non a caso l'animaletto CJ7 pare studiato a tavolino da esperti di marketing per un suo lancio sugli scaffali dei negozi). I due personaggi principali, padre (operaio) e figlio (studente), vivono senza grandi mezzi di sostentamento ma con estrema integrità, visto che il genitore insegna al piccolo di mantenersi onesto nonostante le difficoltà della vita. Quando il bambino gli chiede in regalo un costosissimo giocattolo ultratecnologico (il CJ1) per non sfigurare di fronte ai ricchi compagni di classe che lo possiedono tutti, il padre si reca nella discarica dei rifiuti e trova lì un misterioso oggetto che si rivela essere una buffa creatura aliena. Ribattezzata CJ7, diventa rapidamente il compagno di giochi del bambino, anche se ben presto le illusioni di quest'ultimo sul fatto che l'alieno abbia straordinarie capacità e risorse alla Doraemon (in una bellissima sequenza onirica, la migliore del film, ricca di citazioni sia dai blockbuster hollywoodiani sia dai precedenti lavori di Chow) devono scontrarsi con la dura realtà: CJ7 non è altro che un cagnolino alieno, "low-tech and boring". In realtà un potere ce l'ha, quello di rigenerare e riparare le cose, e si rivelerà drammaticamente utile nel finale. Fra le sequenze migliori di un film nel complesso un po' deludente, non molto originale e poco avvincente c'è sicuramente il combattimento scolastico fra i due ciccioni, propedeutico al lieto fine e all'amicizia fra il bambino e i "bulli" che lo prevaricavano. Alla fine, nonostante l'intervento di CJ7, il messaggio (semplicistico) del film è che le cose prima o poi si sistemano da sole.

Cyborg She (Kwak Jae-yong, 2008)

Cyborg She (Boku no kanojo wa cyborg)
di Kwak Jae-yong – Giappone/Corea 2008
con Haruka Ayase, Keisuke Koide
**1/2

Visto in volo da Osaka a Londra, in originale con sottotitoli inglesi.

Uno studente solitario e un po' otaku riceve la visita di un cyborg femminile, costruito da sé stesso nel futuro e inviato indietro nel tempo per autoproteggersi da un imminente pericolo. L'androide, inizialmente poco più di una bambola senz'anima, vivendo al suo fianco imparerà lentamente ad amare come un essere umano: ma ci sarà il lieto fine? Una strana versione di "Terminator" virata verso la love story, realizzata per il Giappone dal regista coreano di "My sassy girl", evidentemente a suo agio nel raccontare storie romantiche fra ragazzi "deboli" e donne "forti", energiche, bizzarre o comunque fuori dal comune (tema, fra l'altro, tipico dell'industria dell'intrattenimento dell'estremo oriente, sin dai tempi di "Lamù"). La vicenda, ciclica ma non priva di colpi di scena, copre ben centoventicinque anni, dal 2007 al 2133 (anzi, di più, visto che i personaggi a un certo punto fanno una capatina anche nel passato) e nel complesso il film si rivela un piacevolissimo divertissement sentimental-fantascientifico. I riferimenti iconografici, oltre che il film con Schwarzenegger, investono anche la serie animata "Evangelion", mentre non mancano nemmeno suggestioni asimoviane ("L'uomo bicentenario") e supereroistiche.

Hidden Fortress: The Last Princess (S. Higuchi, 2008)

Hidden Fortress: The Last Princess (Kakushi toride no san akunin: The last princess)
di Shinji Higuchi – Giappone 2008
con Jun Matsumoto, Hiroshi Abe
**

Visto in volo da Osaka a Londra, in originale con sottotitoli inglesi.

Pedissequo remake de "La fortezza nascosta" di Kurosawa, a colori, con effetti speciali e soprattutto con la presenza di moderne star adolescenziali e televisive. Pur essendo pressoché identica all'originale, la storia dà meno peso al personaggio del samurai Rokurota (d'altronde il carisma di Toshiro Mifune, che lo aveva interpretato nel 1958, era inimitabile) e trasforma nei veri protagonisti il minatore (non più contadino) Takezo e la principessa Yuki, concedendo loro persino una love story che era impensabile nella versione precedente ma che naturalmente gli spettatori moderni non potevano non attendersi da attori come Matsumoto (protagonista del telefilm di successo "Hanayori dango") e Masami Nagasawa. Più ampio e articolato anche il finale, che curiosamente sembra riappropriarsi di temi e situazioni di "Guerre stellari" (com'è noto, il film di George Lucas era debitore per molti spunti al lungometraggio originale di Kurosawa), per esempio introducendo l'assalto alla fortezza dove il "cattivo" Takayama tiene prigioniera la principessa e dalla quale intende invadere il paese vicino, o rappresentando lo stesso Takayama con maschera ed elmo nero alla Darth Vader. Come detto, più che la trama i maggiori cambiamenti riguardano i personaggi: la principessa Yuki è fin troppo sensibile verso le ingiustizie sociali, turbata dalle differenze di casta, angosciata per le morti dei suoi seguaci e persino per quelle dei suoi nemici ("ogni vita è preziosa"), mentre il tema del riscatto delle classi inferiori, del tutto assente in Kurosawa, viene sottolineato a più riprese, soprattutto nel finale. Takezo e Shimpaichi (da notare che al cambiamento del loro ruolo da passivo ad attivo corrisponde anche un cambio di nome: in Kurosawa i due personaggi si chiamavano Tahei e Matashichi) vengono maggiormente differenziati (il primo è un eroe, il secondo un buffo comprimario), e anche l'aspetto geografico/politico è delineato più chiaramente sin dal prologo, a beneficio di spettatori forse poco predisposti all'attenzione verso le vicende storiche (non a caso la pellicola sembra ambientata in un medioevo immaginario, nel quale convivono spade e armi da fuoco, antichi riti barbari e anacronistiche tensioni sociali).

Elizabethtown (C. Crowe, 2005)

Elizabethtown (id.)
di Cameron Crowe – USA 2005
con Orlando Bloom, Kirsten Dunst
*

Visto in DVD, con Hiromi, Mika-yan e Nagae-san, in giapponese con sottotitoli inglesi.

Un giovane designer, responsabile del tracollo miliardario di un'azienda di scarpe e messo alla berlina dalla stampa economica specializzata, medita di suicidarsi: ma è costretto a rinviare i suoi propositi per partecipare ai funerali del padre, defunto improvvisamente: le esequie si svolgono nella remota cittadina del Kentucky che dà il titolo al film, dove tutti sembrano conoscere l'uomo molto meglio di quanto non lo conoscesse il figlio, e ovviamente in quei pochi giorni il ragazzo incontrerà una vivace hostess della quale si innamorerà e che lo aiuterà a riaquistare fiducia nella vita e a capire che "conta la grandezza, non il successo". Film ambizioso ma superficialotto, scritto dal regista stesso, che non riesce a fondere con efficacia le sue tre "anime": quella che apre la pellicola, e che pontifica sui temi del successo e del fallimento, è la parte più interessante (nonostante sia condita da perle di saggezza e filosofia da quattro soldi) ma anche quella che rapidamente perde spazio e importanza nell'economia della vicenda. La storia d'amore è stucchevole e banale (e la sequenza della notte trascorsa al telefono dai due innamorati era già stata realizzata con molta più efficacia e simpatia in "Un uomo in prestito"). Il tema del padre e della famiglia, infine, è a tratti insopportabile, come nella scena finale del discorso/esibizione della madre (Susan Sarandon) al funerale o nelle seghe mentali sulla crematura del cadavere. Troppo lungo e fuori luogo il lungo viaggio finale attraverso l'America, che il protagonista intraprende quando ormai il film sembrava già finito e senza più nulla da dire.

Water horse (Jay Russell, 2007)

Water horse – La leggenda degli abissi (The Water Horse: Legend of the Deep)
di Jay Russell – USA/GB 2007
con Alex Etel, Ben Chaplin
*1/2

Visto in DVD, con Hiromi, Miyoko e Ami, in giapponese con sottotitoli inglesi.

In Scozia, durante la seconda guerra mondiale, un bambino trova un uovo dal quale nasce nientemeno che Nessie, il mostro di Loch Ness. Ma l'amicizia fra il bimbo e il mostro verrà minacciata dai soldati britannici accampati presso il lago in attesa dei sommergibili tedeschi. Nient'altro che un film per famiglie, dalla fotografia patinatissima e luminosa, girato con professionalità ma senza alcun guizzo e piuttosto prevedibile nel suo svolgimento narrativo. L'ambientazione storica sembra soltanto un pretesto per dare alla vicenda il tono di un racconto leggendario (e infatti viene narrata tutta in flashback dal protagonista, ora anziano, a una coppia di giovani turisti). Il mostro in computer grafica è ben fatto, anche se la sua rapida crescita lascia un po' perplessi. Facendo un confronto con "Il labirinto del fauno" di Guillermo Del Toro (con il quale ha qualcosa in comune sia nella forma sia nella sostanza), risalta la mancanza di tensione e di reale collegamento con le vicende della guerra, il che lo rende di poco o di nessun interesse per uno spettatore adulto. Nel cast c'è anche Emily Watson (la madre del protagonista). Curiosamente, dopo "Ponyo" e "CJ7", questo è il terzo film visto nel corso di queste vacanze giapponesi che racconta l'amicizia fra un bambino e una creatura magica/aliena.

21 (Robert Luketic, 2008)

21 (id.)
di Robert Luketic – USA 2008
con Jim Sturgess, Kevin Spacey
**

Visto in volo da Osaka a Londra.

Uno spregiudicato professore di matematica del MIT assolda cinque dei suoi migliori studenti per recarsi ogni weekend a Las Vegas, giocare a black jack nei casinò e vincere "scientificamente", contando le carte e calcolando le probabilità di successo, applicando cioè un sistema "sicuro" senza farsi trascinare dalle emozioni e dall'azzardo. Il protagonista Ben, studente introverso con una particolare predisposizione per il calcolo e i numeri, inizialmente accetta di far parte della squadra soltanto per guadagnare la somma necessaria a pagare i suoi studi di medicina, ma si lascia poi prendere la mano dalla febbre del gioco e dalla "botta di vita" che sta sperimentando (la città del vizio, gli alberghi di lusso, le donne e i casinò diventano un mondo facile e affascinante, quasi una doppia vita della quale non può naturalmente parlare ai suoi normali amici) e non riesce più a fermarsi, mettendosi in pericolosa competizione con lo stesso professore. Come se non bastasse, dovrà vedersela con un ostinato sorvegliante (Laurence Fishburne) incaricato dai casinò di scoprire chi usa tecniche non ortodosse per far saltare il banco. Interessante nel soggetto (tratto, pare, da una storia vera: ma la sceneggiatura non è a prova di buchi) e con un approccio tutto sommato non sciatto ai temi della matematica e del calcolo delle probabilità (viene citato persino il problema di Monty Hall, quello delle tre porte, anche se sembra poco probabile che una classe del MIT non lo conoscesse già), il film non sfugge da alcuni cliché delle pellicole adolescenziali hollywoodiane (dove il successo si misura soltanto in soldi, vestiti, belle ragazze), anche se non mancano tocchi anticonformisti (il personaggio di Fishburne, per esempio, la cui professione è in crisi perché minacciata dai software di riconoscimento dei visi e dalle tecnologie moderne che avanzano).

Dhan Dhana Dhan Goal (V. Agnihotri, 2007)

Dhan Dhana Dhan Goal
di Vivek Agnihotri – GB/India 2007
con Arshad Warsi, John Abraham
*1/2

Visto in volo da Osaka a Londra, in originale con sottotitoli inglesi.

Il Southall United è una scalcinata squadra di calcio inglese composta soltanto da giocatori originari dell'India, del Pakistan e del Bangladesh. Pur essendo incapace di vincere una singola partita, è un importante punto di riferimento per gli abitanti del quartiere. Ma la sua esistenza viene minacciata dalla decisione del consiglio comunale di costruire un centro commerciale al posto del suo campo di gioco. Per raccogliere la somma necessaria ad affittare il terreno per altri trent'anni, la squadra dovrà vincere il prossimo campionato. Come allenatore viene ingaggiato una disillusa vecchia gloria del club, ma il vero salto di qualità viene fatto con l'arrivo di un fenomenale attaccante rifiutato dalle altre squadre perché di origine indiana. Nonostante la forte rivalità fra l'attaccante e il capitano della squadra, e le scorrettezze degli avversari, il Southall vincerà trionfalmente il campionato con un goal all'ultimo minuto. Se le sequenze calcistiche sono ben girate (ma le frasi dei commentatori e le scritte in sovrimpressione sono ridicole o implausibili), il film naufraga però per eccesso di retorica: prevedibile e irrealistico dal punto di vista agonistico, presenta tutto il repertorio delle pellicole sportive, dall'esasperazione dello spirito di squadra a quello del rispetto per sé stessi, dal tema della rivincita dei loser (che di punto in bianco diventano capaci di battere i campioni) a quello dell'amicizia tradita (quando l'attaccante firma per una squadra di una categoria superiore): il calcio non è più uno sport ma una questione di vita o di morte. Un confronto con "Sognando Beckham" sarebbe impietoso, anche tralasciando il fatto che quest'ultimo aveva dalla sua parte il fatto – non trascurabile – di avere una protagonista femminile.

24 agosto 2008

Sono tornato!

Eccomi finalmente di ritorno dal mio primo e lungo viaggio nel paese del Sol Levante... Non appena mi sarò riposato, pubblicherò una sorta di reportage fotografico sul mio secondo blog, Il club di Groucho. Qui su TM, invece, nei prossimi giorni scriverò qui qualche riga sui (pochi) film che ho visto durante queste vacanze: uno su tutti, ai Toho Cinemas di Osaka... "Gake no ue no Ponyo", il nuovo film di Hayao Miyazaki e dello Studio Ghibli!