23 settembre 2008

E la vita continua... (A. Kiarostami, 1991)

E la vita continua... (Zendegi va digar hich)
di Abbas Kiarostami – Iran 1991
con Farhad Kheradmand, Buba Bayour
***1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Nel giugno del 1990 un devastante terremoto colpì le regioni settentrionali dell'Iran, distruggendo interi villaggi e uccidendo decine di migliaia di persone. Preoccupato per la sorte dei piccoli fratelli Ahmadpur, interpreti del suo precedente film "Dov'è la casa del mio amico?", un regista (Kiarostami stesso?) parte in macchina da Teheran insieme al proprio figlio per raggiungere il villaggio di Koker, dove i bambini abitavano, e scoprire se sono sopravvissuti. Il viaggio si rivela però ben più difficile del previsto: l'unica strada è impraticabile e l'automobile con i due protagonisti a bordo è costretta a innumerevoli deviazioni fra colline e macerie. Con un'insolita commistione fra finzione e documentario, al punto che non è facile capire dove finisca la prima e inizi il secondo, in questa eccezionale pellicola la macchina da presa si sostituisce spesso all'occhio dei personaggi o degli spettatori, mostrando in soggettiva gli effetti del terremoto (con panoramiche delle strade e delle case in rovina, riprese dal finestrino dell'automobile) e come la gente comune affronti con la catastrofe disperazione o rassegnazione. In quegli stessi giorni si svolgevano i campionati mondiali di calcio (in Italia), e anche fra i profughi e gli sfollati c'è chi si preoccupa di trovare un modo di seguire le partite: i morti sono morti, ora bisogna pensare alla vita. La scenetta con i due novelli sposini che hanno deciso di unirsi immediatamente in matrimonio il giorno dopo il sisma sarà alla base del successivo film della trilogia. Non mancano riflessioni su Dio (il terremoto è stato voluto da lui?) e la morte ("Se i morti potessero resuscitare, apprezzerebbero di più la vita"). Inquantificabile l'importanza del paesaggio, fra colline spoglie (si rivede brevemente anche la celebre strada a zig zag sormontata dall'albero solitario), alture rocciose, strade polverose, piantagioni di ulivi, greggi di pecore, e squarci poetici come l'improvvisa apparizione di un campo verde attraverso la finestra di una casa semidistrutta. A sguardi ravvicinati su mura, crepe, fessure, intonaci e mattoni si alternano campi lunghi o lunghissimi, come quello della strada in ripida salita che chiude il film e che prefigura, naturalmente, il magnifico finale di "Sotto gli ulivi".

6 commenti:

Mario Scafidi ha detto...

non l'ho visto, ma quel titolo italiano che mi riocorda un inciso di una delle mie canzoni preferite di vasco (anima fragile) già mi seduce.

Christian ha detto...

Credevo che il titolo italiano fosse la traduzione letterale dell'originale. Invece ho appena letto sul Castorino dedicato a Kiarostami che la traduzione più corretta sarebbe "La vita e nient'altro" (e infatti negli USA è uscito con il titolo "Life, and nothing more...").

Luciano ha detto...

Non so che dire. Un film che mi emoziona sempre di più dopo ogni visione.

Christian ha detto...

Emoziona anche per l'assenza di retorica: non è un instant-movie che specula sulla tragedia del terremoto o cerca la lacrima facile, ma una fonte di riflessioni "generali" sulla vita e sulla morte, che partono dal caso particolare per spaziare poi a tutto campo. Un grande film!

Marisa ha detto...

Rivisto subito dopo "Dov'è la casa del mio amico", oltre le considerazioni che sono state fatte da te, mi è sembrato che in questo ci sia anche una risposta non moralistica, ma forte e sincera, al modello culturale ed educativo del precedente.
Mentre nel primo il mondo degli adulti è separato da quello dei bambini (ad eccezione parziale del maestro), che non vengono mai "ascoltati", qui il rapporto tra padre e figlio è armonioso e basato sul reciproco ascolto.
Degno di nota il fatto che al bimbo non vengono celate le difficoltà della vita e accompagnare il padre in questo difficile viaggio nella devastazione del terremoto è sicuramente una esperienza di formazione e la durezza del dramma viene temperata proprio dalla vicinanza protettiva del padre, cosa che mancava nel precedente, dove un problema di per sè piccolo diventa dramma proprio per la mancanza di aiuto degli adulti.

Christian ha detto...

La cura con cui nei film iraniani vengono descritti e mostrati i bambini (e i loro rapporti con gli adulti) è davvero notevole. Come giustamente sottolinei, qui il rapporto con il padre è più felice rispetto a “Dov’è la casa del mio amico?”, dove i bambini faticavano a comunicare con gli adulti, che non li ascoltavano né li capivano. Qui invece padre e figlio “partecipano” assieme alla stessa avventura, non vivono in due mondi separati.

Mi chiedo se Kiarostami abbia davvero un figlio, e se il film rispecchi la realtà del suo rapporto con lui (visto che nei suoi lavori, realtà e finzione tendono spesso a confondersi).