7 giugno 2008

Mio zio (Jacques Tati, 1958)

Mio zio (Mon oncle)
di Jacques Tati – Francia 1958
con Jacques Tati, Jean-Pierre Zola
****

Rivisto in DVD, con Hiromi.

Il terzo lungometraggio di Tati è forse il suo capolavoro: realizzato cinque anni dopo il precedente “Le vacanze di monsieur Hulot” (la meticolosità del regista francese nella regia e nella messa in scena è pari a quella di Kubrick, il che spiega sia il costo sia il lungo tempo di produzione delle sue opere), ne ripropone lo stesso personaggio muto e stralunato, inserendolo però in un contesto decisamente diverso e lanciando una critica alla meccanicizzazione della vita quotidiana, al materialismo e all'efficienza tecnologica. Se Hulot abita infatti in un quartiere popolare di Parigi, caldo e a misura d'uomo, sua sorella e il marito risiedono invece in una villa moderna, fredda e asettica, dotata di tutti i comfort tecnologici possibili e naturalmente dove gli arredi sono essenziali: più che brutta, in realtà, si tratta di una casa che annulla la personalità dei suoi occupanti e dove a comandare sono gli oggetti stessi. Vedendo di cattivo occhio che il proprio figlioletto passi il tempo bighellonando con lo zio, il cognato di Hulot cerca di procurargli un lavoro alla fabbrica di tubi di plastica di cui è il direttore: ma come Chaplin in “Tempi moderni”, il libero e inefficiente Tati non è fatto per convivere con un mondo disumano e robotizzato come quello e provocherà una serie di guai (il più celebre è il “tubo a salsiccia”). La pellicola, perfetta nei suoi meccanismi e nei suoi dettagli (molti dei quali si colgono solo dopo ripetute visioni, come gli “occhi” della villa), descrive rituali borghesi e manie domestiche, cani randagi (ai quali si aggiunge, di tanto in tanto, il bassotto di casa, anche lui in fuga dalla villa) e amicizie di quartiere, buffi incidenti (il cane che rinchiude la coppia nel garage) e inattese solidarietà (il figlio che nel finale stringe la mano al padre quando questi si rende complice di una sua marachella), e in generale la difficoltà di interazione fra due mondi (quello “classico” di Tati e quello “moderno” dei cognati) con una libertà, una leggerezza e un'ispirazione eccezionali. Le trovate indimenticabili sono davvero molte: su tutte, il getto d'acqua della fontana a forma di pesce al centro della villa del cognato, che viene attivato soltanto quando arriva un ospite di riguardo e che “impazzisce” durante la festa quando Hulot trancia il tubo sotterraneo. Fondamentali i suoni, curatissimi in ogni dettaglio e spesso protagonisti ancor più delle immagini: dai rumori delle macchine e degli elettrodomestici, che impediscono persino di parlarsi, ai fischi dei bambini per strada, con i quali compiono scherzi crudeli; dall'allegra musica di paese, che irrompe persino nelle telefonate, al batter dei tacchi delle impiegate della fabbrica. La pellicola, la cui struttura potrebbe aver ispirato in parte l'episodio di Tintin “I gioielli della Castafiore”, vinse l'Oscar per il miglior film straniero e il premio speciale della giuria a Cannes.

2 commenti:

ROSSO CREMISI ha detto...

Adorabile!

Carlo ha detto...

Un gioiello raffinato come pochi.