26 marzo 2008

La regola del gioco (J. Renoir, 1939)

La regola del gioco (La règle du jeu)
di Jean Renoir – Francia 1939
con Marcel Dalio, Nora Grégor
***1/2

Visto in divx, alla Fogona, con Marisa.

Era la prima volta che vedevo questo classico, considerato da alcuni (Truffaut, per esempio) uno dei film più belli di tutti i tempi. Aperta da una citazione di Beaumarchais, la pellicola è dichiaratamente ispirata a "Le nozze di Figaro": ma l'ambientazione alla vigilia della seconda guerra mondiale la rende un ritratto di un mondo che sta per scomparire, quello di un'alta borghesia frivola e svagata che non sarebbe sopravvissuta al conflitto imminente. Nella tenuta di campagna del marchese Robert de la Cheyniest vengono accolti numerosi ospiti per una settimana di divertimento che prevede una battuta di caccia. Fra gli invitati c'è l'aviatore André Jurieux, il nuovo idolo delle folle che ha appena compiuto una trasvolata oceanica e che è innamorato della marchesa Christina, come ben tutti – compreso il marito – sanno. Anche il marchese ha comunque la sua amante, Geneviève, che ha però intenzione di lasciare. I tradimenti amorosi non mancano nemmeno dal lato della servitù: la cameriera della marchesa, Lisette, accetta di buon garbo la corte dell'ex bracconiere e ora domestico Marceau, scatenando la gelosia del marito e guardiacaccia Schumacher (il cui nome è pronunciato da tutti alla francese, Sciumascèr). Una scena nel finale rispecchia quasi alla lettera quella della commedia di Beaumarchais (e dell'opera di Da Ponte/Mozart), con la marchesa che si incontra con uno dei suoi spasimanti nella serra del giardino, indossando il mantello della sua cameriera. Il ritmo vivace, la ricchezza dei personaggi, la fluidità dei sentimenti (non è mai chiaro chi ami veramente chi, e se la marchesa o anche la cameriera intendano restare fedeli ai mariti o consegnarsi ai propri amanti; gli uomini, a dire il vero, sembrano decisamente più stabili nei sentimenti) rendono la pellicola un piccolo capolavoro "fuori dal tempo" (e infatti fu rifiutato dal pubblico), più simile alle commedie degli anni venti e dei primi anni trenta, come quelle di Lubitsch, che al cinema contemporaneo e successivo. Anche il regista recita sullo schermo nei panni di Octave, amico del marchese e di Julian e confidente (innamorato) di Christina. Il "gioco" del titolo è naturalmente quello amoroso, che ha anch'esso le sue inderogabili regole e prevede drammatiche conseguenze per chi non le rispetta. Celebre la battuta "Il tragico della vita è che tutti hanno le loro ragioni".

7 commenti:

Luciano ha detto...

Per me uno dei capolavori di Renoir e film cult di tutti i tempi. Molti aspiranti registi (suppongo lo avranno fatto) dovrebbero vederlo.

Christian ha detto...

Come ho detto, era la prima volta che lo vedevo e in condizioni non certo ideali. Prima di farlo assurgere a mio film cult, dovrò rivederlo ancora. Riguardo agli altri registi, mi sono reso conto dei molti debiti che ha nei suoi confronti "Gosford Park" di Altman, un film che mi era molto piaciuto.

Roberto Fusco Junior ha detto...

Uno dei migliori di Renoir.
Bella segnalazione.

Christian ha detto...

Per la cronaca, a distanza di alcuni giorni dalla visione, il film continua a "crescermi dentro"!

Luciano ha detto...

Di solito fa questo effetto. E' incredibile.

marco c. ha detto...

Visto ieri sera. Concordo sull'effetto da film anni '20. Non pensavo che fosse del '39. Me ne sono reso conto solo dal sonoro e dalla qualità della pellicola. Sembra davvero un film precedente. Molto bella l'idea di chiudere i personaggi in un castello. Da molto l'idea del palcoscenico. Bella la scena di Renoir che dirige l'orchestra sui gradini del palazzo. Sembra di vedere le scene artificiali dello sfondo di un teatro. La scena della caccia con la lepre che muore impallinata ricorda la Sala di Musica di R. dove l'insetto muore annegato nel bicchiere. Si capisce la profezia solo alla 2^ visione. Un mondo che non può sopravvivere alla 2^ guerra mondiale dove le regole della cavalleria prevedono duelli e conformismi. "Mi vede piangere" dice il Marchese. Ma il passaggio migliore resta senza dubbio la conclusione della storia dove tutto torna esattamente come prima dell'arrivo dell'aviatore. Lui muore e il guardiacaccia viene riassunto; la moglie torna col marito; e l'amante è ancora nel castello. Una feroce critica alle regole del mondo borghese (inteso come dici tu altolocato) che anticipa Bunuel. Ma il pubblico per quale ragione lo rifiutò? Sembrava vecchio oppure osceno?

Christian ha detto...

Ti risponderei che uscì proprio mentre stava scoppiando la seconda guerra mondiale, quando la gente aveva altro cui pensare. Eppure non fu semplicemente ignorato, pare che fu proprio "odiato" dal pubblico, forse per il suo stile fuori dal tempo (oltre a Beaumarchais, fra le ispirazioni ci sono Molière e Marivaux) ma anche per la satira della società altoborghese, che indispettì gli spettatori parigini in un momento in cui si cercava di tenere alto l'orgoglio nazionale. Su Wikipedia si legge che "fu proibito e ritirato dalla distribuzione nel settembre 1939 dalle autorità, incolpandolo di demoralizzare i francesi, alla vigilia della dichiarazione di guerra".