30 maggio 2007

Pirati dei caraibi 3 (G. Verbinski, 2007)

Pirati dei Caraibi: ai confini del mondo (Pirates of the Caribbean: At the world's end)
di Gore Verbinski – USA 2007
con Johnny Depp, Keira Knightley
*1/2

Visto al cinema Maestoso, con Hiromi.

Mastodontico e pesante, cupo e involuto, il terzo capitolo della trilogia dei Pirati dei Caraibi (che ormai di caraibico hanno ben poco: il film si svolge ovunque tranne che lì, da Singapore al mondo dei morti) smarrisce definitivamente quel poco credito che era rimasto alla saga dopo il disastroso secondo episodio, del quale comunque è giusto un pelino migliore. Mi sorge ormai il dubbio che la freschezza, la leggerezza e il divertimento del primo film – sul quale evidentemente avevo sbagliato a puntare le mie carte come alfiere della rinascita di un cinema di pura avventura – fossero dovuti non a una precisa volontà degli autori di riportare in auge il genere di cappa e spada, ma soltanto alle minori ambizioni di quello che doveva essere un semplice prodotto di appoggio all'attrazione pubblicitaria di Disneyland. Come in "Matrix", invece, il successo ha dato alla testa. E dunque la saga, acquistata una vita propria, è stata appesantita dai mediocrissimi sceneggiatori con una pletora esagerata e infinita di personaggi (di alcuni minori, come le due guardie, potevano anche sbarazzarsene, no?) e con una trama così contorta e ricca di pseudo-colpi di scena da rendere praticamente impossibile farne un riassunto. Ogni dieci minuti qualcuno tradisce qualcun altro, fa il doppio gioco, cambia motivazioni, passa dai buoni ai cattivi e viceversa. Se il Jack Sparrow interpretato da Johnny Depp, che compare soltanto dopo oltre mezz'ora di film, è ormai l'ombra di sé stesso (e si lascia ricordare soltanto per le buffe scenette con i suoi alter ego), altrettanto sprecati sono attori del calibro di Jonathan Pryce e Chow Yun-Fat (quest'ultimo, carismatico come sempre, era il motivo principale per cui sono andato a vedere il film al cinema, ma sparisce quando la pellicola non ha ancora raggiunto il giro di boa), mentre Keira Knightley e soprattutto Orlando Bloom avevano cessato di rappresentare un motivo di interesse già nel film precedente e sono privi di qualsivoglia alchimia. Il migliore, così, risulta ancora Geoffrey Rush. Comunque spettacolari certe sequenze ricche di effetti speciali, come la battaglia finale (e in particolare la lenta avanzata del commodoro mentre la sua nave va – letteralmente – in pezzi). Fra i tanti spunti presi a destra e manca, c'è persino un "raggio verde" rohmeriano. Come ormai sembra d'obbligo in questo tipo di film, il "vero finale" si presenta agli spettatori soltanto dopo i lunghi titoli di coda.

29 maggio 2007

Le vacanze di monsieur Hulot (J. Tati, 1953)

Le vacanze di monsieur Hulot (Les vacances de Monsieur Hulot)
di Jacques Tati – Francia 1953
con Jacques Tati, Nathalie Pascaud
***1/2

Rivisto in DVD, con Hiromi.

Con la sua vecchia automobile, rumorosa e fuori moda, Monsieur Hulot arriva in una località balneare per trascorrere l'estate insieme ad altri turisti di un albergo sulla spiaggia. La stagione passa tra piccole avventure e disavventure di ogni tipo, raccontate in tono comico e garbato e con una leggerezza da film muto (il protagonista è di poche parole, come anche la bella biondina che, fra i numerosi comprimari, spicca come secondo personaggio più importante del film, mentre gli altri parlano sì – e in più lingue: francese, inglese, italiano – ma non dicono mai nulla di significativo). Con Hulot, personaggio solitario e stralunato che non abbandonerà più, Tati si propone come erede dei grandi comici del passato (la sua attenzione per l'ambientazione, la messinscena e la coreografia è pari a quella di Buster Keaton, mentre nel suo rapporto con il mondo frenetico e moderno ricorda Charlie Chaplin) e al tempo stesso anticipa personaggi "disturbatori della quiete altrui" quali lo Hrundi V. Bakshi di Peter Sellers e il Mr. Bean di Rowan Atkinson. Ma Hulot non è un semplice disturbatore: è un poeta, un'anima candida, un osservatore della realtà che lo circonda e del mal di vivere moderno, al quale si oppone con la sua semplicità, la sua gentilezza e la sua goffaggine. Spesso inquadrato di spalle, con l'immancabile pipa e il buffo cappello, lo spilungone e dinoccolato Hulot è sempre pronto a dare una mano agli altri ma anche a nascondersi rapidamente quando si rende conto di aver combinato un guaio (la scena in cui si rifugia in fretta e furia nella sua mansarda mi ha ricordato l'altrettanto rapida fuga di Peter Sellers dietro la piscina dopo aver centrato un commensale con una freccetta in fronte in "Hollywood Party"). Quando scuote la tranquillità di chi lo circonda, lo fa inconsapevolmente e senza cattiveria, anche se immancabilmente con effetti comici. E quando la stagione estiva si conclude, fra fuochi d'artificio, balli in maschera disertati da turisti svogliati (vi partecipano solo Hulot, la biondina e un bambino pestifero, i soli personaggi – oltre all'anziano signore che segue docilmente la moglie come un cagnolino – cui vanno le simpatie del regista), bizzarre partite a tennis, gite a cavallo e picnic fuori città, non resta che una punta di malinconia: si parte e si ritorna a casa, da soli come si era arrivati.

25 maggio 2007

Ricky Bobby (Adam McKay, 2006)

Ricky Bobby: la storia di un uomo che sapeva contare fino a uno (Talladega nights: The ballad of Ricky Bobby)
di Adam McKay – USA 2006
con Will Ferrell, John C. Reilly
*1/2

Visto in DVD, con Albertino.

Mediocre commedia ambientata nel mondo delle corse automobilistiche Nascar, quei monotoni e infiniti giri di pista che tanto appassionano gli americani. Will Ferrell veste i panni di un ignorante pilota del profondo sud che deve vedersela con un raffinato rivale francese e omosessuale, proveniente dalla Formula 1 (interpretato da Sacha Baron Cohen, il migliore del cast). Se il primo ha chiamato i suoi due figli "Walker" e "Texas Ranger" ed è convinto che l'America abbia donato al mondo il cibo cinese, il secondo guida mentre beve il caffé, ascolta Mozart o legge "L'Étranger" di Camus. Ma il film è la solita miscela di luoghi comuni su sfida e amicizia, rivisitato con un umorismo che punta tutto su battute a sfondo sessuale, e non può non infastidire chi cerca anche in una commedia demenziale un briciolo di genialità.

23 maggio 2007

Champions League 2007

22 maggio 2007

Giorno di festa (J. Tati, 1949)

Giorno di festa (Jour de fête)
di Jacques Tati – Francia 1949
con Jacques Tati, Guy Decomble
***

Rivisto in DVD con Hiromi, in originale con sottotitoli.

Il primo lungometraggio di Tati già ne rivela tutta la bravura di metteur en scène e l'attenzione ai dettagli per una vicenda corale al centro della quale si aggira, sperduto come un pesce fuor d'acqua, il suo personaggio. Non ancora Monsieur Hulot, Tati qui impersona un bizzarro postino di campagna, oggetto dell'ironia e degli scherzi dei suoi compaesani. In occasione di una festa domenicale, assiste a un documentario sulle meraviglie del servizio postale americano: postini che si lanciano in elicottero, che attraversano cerchi di fiamme. e così via. Per non essere da meno, decide di compiere il suo prossimo giro in bicicletta con straordinaria rapidità ed efficienza. Ovviamente i risultati non sono quelli sperati. Le gag comiche, derivate dal cinema muto ma al contempo originali, si inseriscono in una vicenda giocosa e allegra, caratterizzata da mille spunti e da mille personaggi minori. Ma per trovare maggior omogeneità bisognerà aspettare Hulot.
Tati, che prestava grande attenzione anche all'aspetto tecnico dei suoi film, girò "Giorno di festa" con due cineprese differenti: la prima con una pellicola sperimentale a colori, che però non riuscì mai a far sviluppare, e la seconda (per precauzione) nel tradizionale bianco e nero. Soltanto nel 1995 la versione a colori venne restaurata e proiettata per la prima volta (ed è questa che ho visto io). Non si tratta dunque di una colorizzazione "a posteriori", ma dell'aspetto che il film avrebbe dovuto avere sin dal principio secondo le intenzioni dell'autore. I colori sono slavati, è vero, ma rendono comunque giustizia al clima di festa che caratterizza il film e alla sua ambientazione rurale, fra bambini e animali da cortile, carrozze e trattori, nell'assenza di qualsivoglia modernità.

Il tesoro della sierra madre (J. Huston, 1948)

Il tesoro della Sierra Madre (The treasure of the Sierra Madre)
di John Huston – USA 1948
con Humphrey Bogart, Walter Huston, Tim Holt
***

Visto in DVD.

Da un romanzo del "misterioso" scrittore tedesco B. Traven, un bel film d'avventura come non se ne fanno più, con una grande interpretazione di Humphrey Bogart (una delle sue migliori, oserei dire) nei panni di un uomo che si lascia vincere dalla febbre dell'oro fino a perdere la ragione e l'umanità. La trama vede due americani in disgrazia barcamenarsi senza troppa fortuna in una città messicana. Quando incontrano un vecchio cercatore d'oro, decidono di seguirlo in una spedizione in cerca del prezioso metallo. Troveranno un ricco filone, ma l'improvvisa ricchezza seminerà in loro discordia e sfiducia verso i propri compagni. Fra avventure e pericoli di ogni genere (compreso lo scontro con un gruppo di bandidos messicani), il film procede con brio verso un finale ironico e amaro. Gli scenari, il ritmo e la caratterizzazione negativa del personaggio protagonista concorrono a renderlo un piccolo classico che ha influenzato non poco il genere avventuroso non solo nel cinema, ma anche nei fumetti.

21 maggio 2007

La polizia sta a guardare (R. Infascelli, 1973)

La polizia sta a guardare
di Roberto Infascelli – Italia 1973
con Enrico Maria Salerno, Lee J. Cobb
**1/2

Visto in DVD, con Martin.

Il dottor Cardone (Salerno), trasferito come nuovo questore di una città del Nord Italia (mai nominata esplicitamente, ma si tratta di Brescia), deve vedersela con una banda di rapitori che prendono di mira i rampolli di ricchi industriali ma soprattutto con un procuratore secondo il quale è meglio pagare il riscatto e non indagare troppo per non mettere in pericolo le vite dei sequestrati. Quando a essere rapito sarà il suo stesso figlio, il questore dovrà decidere se tener fede alle proprie convinzioni di non trattare con i delinquenti o se cedere al ricatto. Un poliziottesco bello e vibrante, incentrato su un personaggio caparbio e umano, seconda e ultima regia di Roberto Infascelli (deceduto pochi anni dopo in un incidente stradale e padre dell'odierno regista Alex Infascelli). Non mancano, come capitava spesso in quegli anni e in quei film, accenni a cospirazioni eversive e agli incroci fra politica e terrorismo. Bella anche la colonna sonora di Cipriani (che mi sembra però di aver già sentito in qualche altro film simile).

20 maggio 2007

Terapia di gruppo (R. Altman, 1987)

Terapia di gruppo (Beyond therapy)
di Robert Altman – USA 1987
con Jeff Golblum, Julie Hagerty
*

Visto in DVD, con Martin.

Robert Altman è un regista tutt'altro che perfetto: lavora per accumulo, e dunque ogni tanto sbraca. Questo "Terapia di gruppo" (basato su una commedia di Broadway) è un'insopportabile caricatura della psicanalisi che, se durasse dieci minuti, sarebbe già troppo. Personaggi ridicolmente grotteschi, dialoghi fuori registro, storia priva di senso e di interesse: ambientato quasi interamente fra un ristorante francese di New York e gli studi di due terapisti che sembrano peggio dei loro pazienti, prende di mira i "soliti" bersagli, gay e mamme, maniaci del jogging o del sesso, senza mai far ridere né pensare.

I fratelli Skladanowsky (W. Wenders, 1995)

I fratelli Skladanowsky (Die Gebrüder Skladanowsky)
di Wim Wenders – Germania 1995
con Udo Kier, Nadine Büttner
**

Rivisto in DVD con Martin, in originale con sottotitoli.

Girato da Wenders in collaborazione con gli studenti di una scuola di Monaco, è un documentario sui tre fratelli Max, Emil ed Eugen Skladanowsky, pionieri tedeschi del cinema alla fine del diciannovesimo secolo. Max, in particolare, inventò il "bioscopio", un apparecchio con il quale nel 1895 proiettò delle immagini in movimento un paio di mesi prima dei fratelli Lumiére. Interessante ma non troppo, il film è comunque reso simpatico dalla scelta di Wenders di alternare alle immagini di un'intervista alla novantenne figlia di Max alcuni spezzoni che ricostruiscono la vicenda dei tre fratelli come se si trattasse di un film muto, con la voce fuori campo dei protagonisti (in particolare di Max e di sua figlia Gertrud, che si prende il merito dell'invenzione). Interminabili i titoli di coda (oltre quindici minuti, mentre il resto del film è di soli sessanta).

17 maggio 2007

Le implacabili lame di Rondine d'oro (King Hu, 1966)

Le implacabili lame di Rondine d'oro (Da zui xia, aka Come drink with me)
di King Hu – Hong Kong 1966
con Cheng Pei-Pei, Yueh Hua
*1/2

Visto in DVD, con Albertino.

Un gruppo di banditi rapisce un magistrato, nipote del governatore della regione, e offre la sua libertà in cambio di quella del capo della loro banda, arrestato di recente. A combatterli giunge la sorella del giudice, una provetta spadaccina chiamata Rondine d'oro, aiutata da un misterioso mendicante ubriacone esperto di arti marziali. Considerato uno dei classici di kung fu degli Shaw Brothers (ci sono critici che lo definiscono addirittura "il miglior film mai prodotto a Hong Kong"), il film mi ha profondamente deluso: il ritmo latita, i combattimenti sono lentissimi e i personaggi poco o male approfonditi. Difetti prevedibili, se vogliamo, in un film che si colloca agli albori del genere e che ha profondamente influenzato i suoi successori: ma a guardarlo oggi, risulta irrimediabilmente datato e noioso. La regia di King Hu, del quale avevo apprezzato i film trasmessi su Fuori Orario ("A touch of zen", "Raining in the mountain") si limita a campi lunghi che, pur rendendo un buon servizio ad ambienti e location, non riescono sollevare il livello dei fiacchi combattimenti. E nella seconda parte del film Cheng Pei-Pei passa in secondo piano rispetto al suo alleato: l'attrice, rivista molti anni dopo in "Wing Chun" e ne "La tigre e il dragone", mi ha ricordato per bellezza e glacialità una delle mie attrici di Hong Kong preferite, Brigitte Lin.

16 maggio 2007

Masquerade (J. L. Mankiewicz, 1967)

Masquerade (The honey pot)
di Joseph L. Mankiewicz – USA 1967
con Rex Harrison, Cliff Robertson
**1/2

Visto in DVD.

Realizzato da Mankiewicz dopo il gigantesco flop di "Cleopatra", ne segna il ritorno al cinema con un film più personale, un giallo con venature da commedia che purtroppo fu un insuccesso a sua volta: dopo le prime critiche, il regista fu costretto ad accorciare la pellicola di quasi mezz'ora rispetto alla prima versione, che durava 150 minuti. Attraversato da temi che da sempre – e anche in seguito: vedi il bellissimo "Gli insospettabili" – attiravano l'attenzione del regista/sceneggiatore (l'inganno e la manipolazione, la ricerca della ricchezza e dell'elevazione sociale, l'amore per il teatro e la teatralità), è un film barocco e interessante, girato a Venezia e con un cast tecnico in gran parte italiano, compreso il direttore della fotografia Gianni Di Venanzo che morì durante le riprese.
Ispirato da una celebre commedia elisabettiana, il "Volpone" di Ben Jonson, l'eccentrico miliardario Cecil Fox (nomen omen) decide di mettere in scena fra le mura del suo palazzo veneziano un elaborato scherzo riservato alle tre donne che più ha amato in passato. Con l'aiuto di un attore che recita la parte del suo maggiordomo personale, finge così di trovarsi in punto di morte per osservare le reazioni delle tre amanti, che accorrono al suo capezzale nella speranza di essere nominate sue eredi universali. Quando però una delle tre donne viene assassinata, la commedia si muta in dramma. Le indagini di un poliziotto (Adolfo Celi) e la curiosità dell'infermiera personale della defunta (una glaciale e splendida Maggie Smith) porteranno a un finale ricco di colpi di scena, alcuni dei quali – a dire il vero – mi sono sembrati un po' telefonati. Il personaggio interpretato da Rex Harrison, ballerino mancato, istrionico gaudente e ossessionato dal tempo (non a caso le tre amanti gli regalano ciascuna un orologio), trova il suo contraltare nell'impassibile e calcolatore cameriere McFly (che corrisponde al personaggio di Mosca nella commedia di Ben Jonson), un Cliff Robertson in stile James Mason. Beffardo il finale, con le voci off dei due personaggi defunti che commentano indispettiti dal cielo gli ultimi sviluppi della storia.

15 maggio 2007

I Fantastici 4 (Tim Story, 2005)

I Fantastici 4 (Fantastic Four)
di Tim Story – USA 2005
con Ioan Gruffudd, Jessica Alba
*1/2

Rivisto in DVD, con Hiromi.

I personaggi-simbolo dell'universo Marvel, i protagonisti del "world's greatest comic magazine" (come recitava lo strillo sulle copertine degli albi), i primi a essere creati dal duo Stan Lee/Jack Kirby nonché i miei supereroi preferiti quando ero bambino (ma questa è un'altra storia...) avrebbero forse meritato qualcosa di meglio per il loro esordio sul grande schermo (se si trascura una pellicola di una decina d'anni prima, talmente brutta da non essere nemmeno distribuita nelle sale). A differenza dei film sull'Uomo Ragno e sugli X-Men, infatti, qui abbiamo un regista e un cast di attori semisconosciuti (Jessica Alba a parte, e non per le sue capacità recitative), un budget tecnico limitato (anche se il make-up della Cosa è comunque bello, mentre gli effetti della Torcia Umana e della Ragazza Invisibile sono piuttosto ordinari e quelli di Mr. Fantastic decisamente deludenti) e una sceneggiatura che punta in basso, rinunciando all'epica e all'avventura e limitandosi a raccontare le origini del quartetto e del loro arcinemico, il Dottor Destino, in un setting moderno da telefilm adolescenziale. Se comunque l'intrattenimento – per quanto infantile (vedi dialoghi del tipo "Come ti senti?" "Una roccia!") – non manca, grazie a una buona e non affrettata caratterizzazione dei quattro protagonisti, Torcia e Cosa su tutti, non posso perdonare agli scrittori di aver banalizzato la figura del Dottor Destino, uno dei personaggi più carismatici di Stan Lee, che da onnipotente dittatore di uno stato sovrano diventa un "semplice" uomo d'affari, per quanto dotato di superpoteri (novità!), che fa agguati notturni nei parcheggi ai membri del proprio consiglio di amministrazione. In ogni caso, consideriamo questo film come un "capitolo zero" in attesa dei successivi sequel, primo fra tutti quello con Silver Surfer di imminente uscita, e accontentiamoci: in fondo poteva andare peggio, come è capitato a Devil o a Elektra...

14 maggio 2007

È arrivata la felicità (F. Capra, 1936)

È arrivata la felicità (Mr. Deeds goes to town)
di Frank Capra – USA 1936
con Gary Cooper, Jean Arthur
**

Visto in DVD con Martin, in originale con sottotitoli.

Dopo aver ereditato venti milioni di dollari da uno zio mai conosciuto, il generoso e sempliciotto Longfellow Deeds – suonatore di tuba e poeta a tempo perso – si trasferisce dal piccolo paesino di Mandrake Falls a New York. Qui tutti vorrebbero approfittare della sua ingenuità, da questuanti di ogni tipo ai disonesti amministratori del suo patrimonio, fino a una giornalista che riesce a conquistare il suo affetto nascondogli la propria professione e scrivendo a sua insaputa articoli che ne dileggiano il comportamento; nauseato dalla vita cittadina, Deeds decide di donare tutta l'eredità agli agricoltori vittime della Depressione, ma per questa sua scelta viene accusato di essere pazzo. In tribunale, difendendosi da solo, riuscirà a dimostrare di essere più sano lui di tutti gli altri abitanti della città. Non ho mai amato particolarmente il populismo di Frank Capra, e questo film non fa eccezione. A parte alcune battute qua e là (come quella sulle abitudini della gente mentre si concentra, sottolineate da Deeds al processo), la storia risulta fiacca soprattutto nella parte centrale e in quella sentimentale, banale e telefonata, e non offre altro che i soliti buoni sentimenti e l'elogio della semplicità, dell'infantilismo, del buon senso e della generosità che si ritrovano negli altri film del regista e che mi hanno sempre dato fastidio. Cooper mi è sembrato fuori parte in un ruolo che sarebbe calzato meglio a James Stewart, mentre nel cast spicca un giovane e simpatico Lionel Stander nella parte della guardia del corpo incaricata di tenere lontano i giornalisti.

13 maggio 2007

Appuntamento a Belleville (S. Chomet, 2003)

Appuntamento a Belleville (Les Triplettes de Belleville)
di Sylvain Chomet – Francia/Canada/Belgio 2003
animazione tradizionale
**1/2

Rivisto in DVD, con Hiromi e Martin.

Lo stile retrò, caricaturale e malinconico di Chomet può forse sembrare insolito in un lungometraggio commerciale. Ma a me, che conoscevo già il regista dal suo splendido corto "La vieille dame et le pigeons", visto al festival di Annecy una decina di anni fa, non dispiace affatto. La storia vede come protagonista un'anziana nonnetta che – dopo aver scoperto che l'unico interesse del nipote sono le biciclette – fa di tutto per allenarlo e consentirgli di partecipare al Tour de France. Durante la corsa, però, il ragazzo viene rapito da alcuni misteriosi individui legati alla mafia francese che lo conducono, insieme ad altri due corridori, nella lontana e "americana" città di Belleville per organizzare delle corse clandestine. La nonna, insieme al goffo e grasso cane Bruno e alle Triplette di Belleville, un trio di anziane cantanti, riuscirà a salvarlo. Un film praticamente muto (non a caso viene esplicitamente citato, in un paio di occasioni, Jacques Tati), con atmosfere decadenti e azione "lenta" (si veda l'inseguimento finale), molto originale sia come ambientazione sia come realizzazione. Nonostante la tristezza e il patetismo siano sempre dietro l'angolo, l'ironia di Chomet riesce sempre a evitare la trappola, spingendo gli spettatori a ridere dei tratti insoliti dei personaggi (fisici e fisiognomici, come la "squadratura" dei cattivi, i nasi pronunciati, l'eccessiva "scioltezza" del cameriere al ristorante; o comportamentali, come la strategia di pesca delle rane di una delle vecchie cantanti o l'abitudine del cane Bruno di abbaiare a tutti i treni che passano).

10 maggio 2007

Spider-Man 3 (Sam Raimi, 2007)

Spider-Man 3 (id.)
di Sam Raimi – USA 2007
con Tobey Maguire, Kirsten Dunst
**

Visto ieri al cinema Colosseo, con Hiromi.

Come già per gli X-Men, anche nel caso dell'Uomo Ragno il terzo capitolo della saga – pur parecchio inferiore al secondo – è quello probabilmente di maggior interesse per gli appassionati di comics. Le citazioni, gli eventi e i personaggi rappresentati sono infatti talmente numerosi da superare i primi due film messi insieme (ma questo è anche il punto debole della pellicola, che mette troppa carne al fuoco): e lo scontro finale a quattro (oltre a Spidey ci sono il nuovo Goblin, l'Uomo Sabbia e Venom) è abbastanza accattivante. Se la love story con Mary Jane continua a sembrarmi stucchevole, gli elementi provenienti dal fumetto costituiscono per l'appunto la cosa migliore del film: scientificamente assurda ma intrigante l'introduzione dell'Uomo Sabbia, un po' troppo rapida e forzata quella di Venom, che forse avrebbe meritato di non dividere la scena con così tanti altri characters (non che sia mai stato uno dei miei supercattivi preferiti, beninteso, ma ho gradito il fatto che i concetti principali della saga del costume nero, come la nascita di un "doppio malvagio" dell'eroe, siano stati mantenuti). Gwen Stacy è presentata un po' troppo come una ragazza svampita e sexy (come avrebbe dovuto essere Mary Jane, invece), ma si dimostra anche sensibile e intelligente. Ed è interpretata da una Bryce Dallas Howard che a ogni film mi sorprende sempre di più per bravura, bellezza e versatilità. Buffo, peraltro, che a indossare i panni di un personaggio biondo sia stata chiamata un'attrice rossa di capelli, mentre per interpretare una rossa (MJ, appunto) sia stata scelta una bionda. Bravo anche Thomas Haden Church (già visto in "Sideways"), un'ottima scelta di casting: sembra proprio disegnato da Steve Ditko! Completamente gratuito, ancora una volta e più del solito, il cameo di Stan Lee, mentre è gustoso quello di Bruce Campbell, il terzo consecutivo, nelle vesti del cameriere francese. La trama prosegue con la discutibile filosofia di rendere Spider-Man un eroe "popolare" e amato dai cittadini, e in un certo senso chiude il cerchio iniziato con il primo episodio: ma questo non impedirà sicuramente di continuare la saga con altri film (nei quali mi aspetto un maggior coinvolgimento del professor Connors e della famiglia Stacy).

9 maggio 2007

Rashomon (A. Kurosawa, 1950)

Rashomon (id.)
di Akira Kurosawa – Giappone 1950
con Toshiro Mifune, Machiko Kyo
****

Rivisto in DVD con Hiromi, in originale con sottotitoli.

Il film che ha fatto conoscere Kurosawa e la cinematografia giapponese in occidente (vinse a sorpresa il Leone d'Oro a Venezia nel 1951) è una pellicola così ricca di spunti e di temi da continuare ancora oggi a influenzare il mondo del cinema e della cultura. Nietzsche ha scritto: "non esistono fatti, solo interpretazioni" (ma anche Pirandello avrebbe da dire la sua sull'argomento). E il regista nipponico, partendo dalla rielaborazione di due racconti di Ryunosuke Akutagawa, presenta una situazione nella quale tutti i personaggi mentono o "abbelliscono la realtà" per presentarla sotto un differente punto di vista. La trama si riassume in poche righe: in un'imprecisata epoca medievale, remota e quasi pre-storica, tre passanti costretti dalla pioggia torrenziale a ripararsi sotto la fatiscente porta di Rasho discutono di un fatto di sangue avvenuto in un bosco vicino: un brigante avrebbe violentato una donna e ucciso il samurai suo marito. Ma ciascuno dei protagonisti della storia, interrogato dall'autorità giudiziaria, ha riferito una diversa versione dei fatti. Tanto il brigante quanto la donna si autoaccusano del delitto, mentre il samurai ucciso (che parla per bocca di una medium) afferma di essersi suicidato. Ognuno dei tre, però, fa ricadere la colpa "morale" dell'accaduto sugli altri due. La quarta versione, quella di un boscaiolo che aveva assistito al tutto, è infine ancora diversa, pur mantenendo elementi delle prime tre. Da notare come le quattro storie non si contraddicano interamente ma soltanto su pochi punti, comunque fondamentali. Lo scopo dei tre protagonisti non è quello di essere assolti dal tribunale giudicante (i cui membri – per di più – non si vedono mai sullo schermo: che siano gli spettatori stessi del film?), quanto piuttosto salvaguardare la propria immagine e il proprio "onore", che per ciascuno di essi assume un significato differente a seconda del rispettivo ruolo sociale.

Il film, come fa notare un interessante contributo extra del dvd, un'intervista al docente di semiotica Ugo Volli, è strutturato attorno al numero "tre": tre sono infatti gli ambienti principali in cui si svolge la vicenda: la porta di Rasho (in evidente disfacimento, esattamente come il mondo esterno, dove l'umanità è sconvolta da calamità naturali come terremoti e inondazioni e da un vistoso caos sociale, come testimoniano la disperazione del prete buddista e la ripetuta affermazione del taglialegna: "non capisco!"), la stazione di polizia (un cortile spoglio e sobrio, dove si ricerca l'ordine all'interno del caos) e il bosco (labirintico e selvatico), ciascuno contenuto "narrativamente" nel precedente; tre sono i protagonisti del fatto di cronaca; tre sono gli stessi passanti che si raccontano (e raccontano a noi) la storia. Ma sul finire si aggiunge sempre un quarto elemento, che li supera, li sublima o li condensa: un quarto ambiente (terminata la pioggia, la macchina da presa può spaziare sulla pianura), un quarto racconto (quello del taglialegna, che da osservatore "esterno" può fornire un punto di vista probabilmente più attendibile rispetto a quelli dei personaggi coinvolti in prima persona), un quarto personaggio (il neonato, la cui introduzione serve a concludere il film su un tono di speranza).

Anche stilisticamente, "Rashomon" è interessantissimo. Per essere una pellicola basata su racconti e su "testimoni inattendibili", è incredibile come non sia mai presente – durante i racconti stessi – alcuna inquadratura in soggettiva (se si eccettua, appunto, il punto di vista dei giudici/spettatori durante gli interrogatori). Il regista mostra le vicende, pur contrastanti fra loro, come se si trattasse di "verità". Non solo l'occhio della camera da presa appare "neutro", ma addirittura insiste su dettagli fisici e realistici (il sudore, gli insetti, la forza e il vigore degli uomini, le lacrime e le emozioni della donna, il bacio fra lei e il bandito). Anche le immagini "false" sono dunque proposte con estrema forza, senza apparenza di finzione (si vedano per esempio i due duelli, sia quello eroico sia quello impacciato, che non sembrano fasulli nemmeno per un attimo). "È disonesto che siano così credibili", afferma Volli. Proprio come i suoi personaggi, Kurosawa maschera la realtà per abbellirla. E come pochi altri, "Rashomon" scuote lo spettatore mettendo in chiaro come il cinema non mostri una realtà oggettiva, e che anche le immagini che vediamo con i nostri occhi possono mentire. Brecht ammoniva di non farsi sedurre dalle immagini, perché sono disoneste. Sempre Volli condensa il concetto spiegando come il cinema "non sia trasparente". Certo, oggi – abituati agli effetti speciali – la cosa può non sembrare così sconvolgente come era sicuramente negli anni cinquanta. Ma tanto basta per fornire spunti a volontà agli studiosi di linguaggio e di metacinema. E anche a suggerire un paragone con la meccanica quantistica, dove l'impossibilità di conoscere la "verità" è dimostrata scientificamente: un osservatore, infatti, perturba il sistema, proprio come un personaggio che racconta un fatto al quale ha partecipato tenderà a modificare la realtà delle cose. Per conoscere la reale verità bisognerebbe essere Dio, o un osservatore/narratore onnisciente (come capita di solito nei film e nei libri, e come Kurosawa sceglie invece di non fare in questo film). Un'ultima menzione per gli attori (tutti bravissimi), la fotografia (implacabile nel mostrare i cambiamenti atmosferici, il sole, la pioggia) e la musica di Fumio Hayasaka, che a tratti ricorda il Bolero di Ravel.

8 maggio 2007

Braveheart (Mel Gibson, 1995)

Braveheart - Cuore impavido (Braveheart)
di Mel Gibson – USA 1995
con Mel Gibson, Sophie Marceau
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Rivisto in DVD con Hiromi.

La storia di William Wallace, patriota ed eroe della ribellione scozzese contro l'occupazione inglese di re Edoardo I Plantageneto a cavallo fra il tredicesimo e il quattordicesimo secolo. Va subito detto che l'unico vero pregio del film sono le magnifiche battaglie (in particolare la prima, quella di Stirling), girate in maniera realistica, viva e coinvolgente, e che hanno costituito un punto di riferimento per pellicole "medievali" successive che peraltro ho gradito molto di più, come la "Giovanna d'Arco" di Luc Besson e "Il signore degli anelli". Per tutto il resto, invece, il film non mi è mai sembrato nulla di speciale sin dalla prima volta che lo avevo visto (anche se stavolta, a dire il vero, mi è piaciuto un po' di più). Gli eventi storici sono estremamente semplificati e schematizzati, e la loro verosimiglianza lascia parecchio a desiderare (lo stesso Gibson ammise che numerosi elementi, come la relazione con la regina Isabella, furono aggiunti di sana pianta per rendere il tutto più romanzato e avvincente). I personaggi sono prevedibili e mai indagati in profondità: su tutti lo stesso Wallace, personaggio monolitico che non mostra mai un dubbio o un ripensamento, e i suoi seguaci più fedeli, nulla più che macchiette. L'unico character un po' "ambiguo", Robert Bruce, è fondamentalmente un debole e un inetto. La Marceau è bella, ma il suo ruolo nella storia avrebbe potuto essere tagliato senza troppe conseguenze. Buono e convincente, invece, il re Edoardo I interpretato da Patrick McGoohan. La prima mezz'ora, prima che scoppi la rivolta, è davvero noiosetta, mentre poi la storia si lascia seguire giusto perché si parteggia per i "buoni", e non per particolari qualità cinematografiche.