28 febbraio 2007

Amadeus (M. Forman, 1984)

Amadeus (id.)
di Miloš Forman – USA 1984
con F. Murray Abraham, Tom Hulce
****

Rivisto in DVD, con Hiromi.

Tratto da un testo teatrale di Peter Shaffer e vincitore di 8 premi Oscar (tutti meritatissimi: miglior film, regista, protagonista, sceneggiatura, costumi, sonoro, trucco e scenografie), questa biografia romanzata del più grande genio musicale della storia dell'umanità è uno dei miei film preferiti sin da quanto l'ho visto per la prima volta, alla sua uscita, ormai oltre vent'anni fa. Da allora l'ho riguardato così spesso da conoscerlo praticamente a memoria, ma soltanto adesso ho finalmente visto l'edizione "Director's cut" nella quale Forman ha reintegrato circa 20 minuti di sequenze a suo tempo scartate dal montaggio. La lunghezza totale del film raggiunge così quasi le tre ore, ma la soavità della musica mozartiana, le sontuose scenografie e la forza della vicenda non le fanno minimamente pesare. Le scene aggiunte, a parte alcuni piccoli frammenti, consistono in due sequenze principali: quella delle lezioni di musica e quella che prolunga la scena in cui Constanze fa visita a Salieri. La prima è tutto sommato superflua, anche se aiuta ad approfondire meglio le difficoltà economiche e sociali di Mozart, mentre la seconda è fondamentale per comprendere la reazione scostante di Constanze nel finale, quando trova Salieri in casa del marito febbricitante, oltre a gettare un'ombra ancor più negativa sul personaggio centrale del film, quello appunto interpretato da Abraham.

Anche se tutto il film ruota intorno alla figura di Mozart, il vero protagonista è infatti Antonio Salieri, tragicamente consapevole della propria mediocrità di fronte al genio del collega. Salieri, allora compositore di corte e uno dei musicisti più apprezzati d'Europa, è caduto poi nel dimenticatoio e in un certo senso è ricordato oggi quasi solo per la sua presunta rivalità con Mozart. La teoria che sia stato lui ad avvelenare il rivale è una leggenda mai dimostrata ma già diffusa nei secoli passati e resa celebre da un dramma scritto da Puškin nel 1830, nel quale si suggeriva l'idea (ripresa da Shaffer e da Forman) che il geloso Salieri avesse commissionato a Mozart una messa da requiem con l'intenzione poi di ucciderlo e di spacciare l'opera per propria. Alcuni critici, per sottolineare l'ingiusta fama che il testo di Puškin ha addossato al compositore italiano, scrissero "Forse Salieri non ha ucciso Mozart, ma di sicuro Puškin ha ucciso Salieri".
In "Amadeus", comunque, gli intenti di Salieri non giungono a compimento. Lo sregolato Mozart, già debilitato nel fisico e nello spirito da una serie di problemi economici e di salute (non ultima l'angosciante presenza dello spirito del padre defunto), sembra quasi scavarsi la fossa per proprio conto ben prima che Salieri possa intervenire di persona e soprattutto prima che il Requiem venga completato, facendo così fallire il progetto di rivalsa del compositore italiano. Ma soprattutto, l'odio di Salieri non è diretto propriamente verso Mozart bensì verso Dio: a tormentarlo è l'incapacità di poter esaudire il proprio desiderio di cantarne la gloria e la potenza con la musica e di acquisire così una fama immortale. Perché, si chiede, Dio gli ha instillato l'ambizione di diventare il più grande musicista di tutti i tempi, a costo di ogni sacrificio, per poi negargli quel talento che invece ha conferito a un giovane volgare e dissoluto?

La sceneggiatura insiste ripetutamente su questo concetto: la "lotta" fra Salieri e Dio è sottolineata da innumerevoli inquadrature e commenti, mentre le vicende biografiche di Mozart restano quasi in secondo piano per tutta la prima parte del film. Ciò non impedisce a Forman di presentare scene deliziose come quella in cui l'esuberante musicista salisburghese viene ricevuto per la prima volta dall'imperatore (con la "marcetta di benvenuto" scritta da Salieri che viene trasformata nel tema del "farfallone amoroso" delle Nozze di Figaro). La seconda parte del film, dopo l'introduzione del padre Leopold, dedica invece più spazio alla vita privata di Mozart e culmina in una sequenza da antologia, fra le mie preferite del cinema di tutti i tempi: la "dettatura" del Confutatis maledictis a un confuso Salieri da parte di un Mozart febbricitante. Ma troppe sono le scene memorabili: dalla commovente prima rappresentazione delle Nozze di Figaro (con il tema del perdono della Contessa già anticipato più volte in precedenza, quando Mozart ci lavora in segreto), al ballo in maschera; così come eccellente è la scelta dei brani in colonna sonora: dalla Sinfonia n. 25 per i titoli di testa, al Concerto per piano n. 20 per quelli di coda. Un film da vedere e da rivedere, dove tutto funziona alla perfezione, ricolmo di dettagli monumentali, tragici o divertenti (come non ricordare l'imperatore Giuseppe II interpretato con ironia da un grande Jeffrey Jones?).

Nota 1: La "Director's cut" è stata ridoppiata rispetto alla versione uscita nelle sale vent'anni prima. È una pratica non insolita per la Warner, forse per l'impossibilità di utilizzare i doppiatori originali per le sole scene inedite, o perché la vecchia traccia audio si era irrimediabilmente deteriorata. Il nuovo doppiaggio non è male, ma – anche per questioni nostalgiche – gli preferisco il vecchio. La voce di Salieri anziano, in particolare, mi pare troppo aggressiva. La traduzione è quasi immutata, tranne in un paio di punti dove mi sembra meno efficace. Per esempio: al prete che afferma "davanti a Dio tutti gli uomini sono uguali", Salieri adesso risponde "Ah, dice?" mentre nella vecchia edizione ribatteva più ironicamente "Ne è convinto?". Certo, la qualità audio (e questo è un bene per la colonna sonora) adesso è decisamente più pulita.
Nota 2: Mi ha sempre incuriosito l'assenza di un personaggio importante quale Lorenzo da Ponte, il più celebre librettista di Mozart, che non viene mai neppure nominato, a differenza di Emanuel Schikaneder, librettista del Flauto magico e primo interprete di Papageno, che invece compare in più scene.

27 febbraio 2007

Ascensore per il patibolo (L. Malle, 1958)

Ascensore per il patibolo (Ascenseur pour l'echafaud)
di Louis Malle – Francia 1958
con Jeanne Moreau, Maurice Ronet
***

Visto in DVD, con Hiromi.

La moglie di un industriale convince l'amante ad assassinare il marito: ma l'uomo, dopo aver commesso il delitto, rimane imprigionato nell'ascensore mentre sta fuggendo, mettendo in moto tutta una serie di tragici eventi. Un noir disperato, teso e avvincente, modernissimo tanto nella narrazione quanto nella messa in scena. Alcuni snodi della vicenda appaiono forse un po' forzati, ma è il prezzo da pagare per rendere l'idea che il caso e il destino governino le sorti di tutti i personaggi. Per molti versi anticipa la stagione della nouvelle vague ("À bout de souffle" di Godard uscirà soltanto due anni dopo). Ovviamente è anche il film d'esordio di Malle (aveva solo 24 anni), nonché quello che ha reso celebre l'allora giovanissima Jeanne Moreau, grande e indimenticabile nella sua passeggiata notturna e disperata per le strade e i locali (mi ha ricordato quella della Totter in "Stasera ho vinto anch'io" di Wise), mentre Lino Ventura è il poliziotto che indaga nella seconda parte del film. Gran parte del fascino è anche dovuto alla colonna sonora jazz di Miles Davis, realizzata espressamente per la pellicola.

26 febbraio 2007

Days of being wild (Wong Kar-Wai, 1991)

Days of being wild (A Fei jing juen)
di Wong Kar-Wai – Hong Kong 1991
con Leslie Cheung, Maggie Cheung
***

Rivisto in DVD.

Non me lo ricordavo così bello. Come il suo primo film, "As tears go by", anche il secondo lungometraggio di WKW non mi era piaciuto molto quando lo avevo visto per la prima volta, mentre adesso ne riconosco tutti i pregi, soprattutto stilistici. La pellicola, un viaggio malinconico attraverso amori, solitudini, delusioni e sofferenze nella Hong Kong degli anni sessanta, è quasi tutta incentrata sul personaggio di Leslie Cheung, giovane nichilista che passa da una donna all'altra e che sembra più interessato alla morte e all'oblio che alla vita. Prima di partire per le Filippine all'inutile ricerca della sua vera madre che lo ha abbandonato alla nascita, ha il tempo di spezzare il cuore di due ragazze, la prima delle quali, Maggie Cheung, troverà conforto nell'amicizia con un poliziotto notturno (Andy Lau) a sua volta testimone poi della fine del protagonista. Con uno stile misurato e rarefatto, il regista fa le prove generali per i suoi capolavori successivi, soprattutto "In the mood for love", del quale condivide già epoca e ambientazione, qualche ralenti e i ritmi latino-americani nella colonna sonora. Il risultato è di altissimo livello, grazie soprattutto alle ottime interpretazioni degli attori e alla magica fotografia di Christopher Doyle, giocata tutta su tenebrosi toni di verde. Curiosa l'ultima scena, con protagonista il gigolò interpretato da Tony Leung Chiu-Wai, che in questo film ha un ruolo davvero marginale ma che successivamente diventerà l'attore per eccellenza di WKW.

25 febbraio 2007

L'amore in città (aavv, 1953)

L'amore in città
di Cesare Zavattini, Carlo Lizzani, Michelangelo Antonioni, Dino Risi, Federico Fellini, Citto Maselli, Alberto Lattuada – Italia 1953
con attori non professionisti
*1/2

Visto in DVD.

Nelle intenzioni di Cesare Zavattini, teorico del neorealismo, questo film a episodi avrebbe dovuto essere il primo numero de "Lo spettatore", una "rivista cinematografica" semestrale, strutturata proprio come una rivista cartacea, con tanto di editoriale e di sommario. Ma i risultati deludenti e l'assoluta mancanza di interesse da parte del pubblico impedirono di proseguire l'esperimento. Oggetto del film sono i diversi aspetti dell'amore in una grande città moderna: una Roma gigantesca e ostile, quasi refrattaria a ogni forma di affetto, con i muri ricoperti di manifesti elettorali e le strade che di notte appaiono vuote e deserte. Lo stile è quello dell'inchiesta, con divagazioni all'insegna del "pedinamento" e dell'osservazione della vita reale. I vari episodi sono diretti da giovani promettenti registi che (Fellini a parte) girano senza attori professionisti e spesso con i reali protagonisti delle vicende descritte.

"Amore che si paga" di Carlo Lizzani (*)
Un viaggio-inchiesta nel mondo della prostituzione, raccontato da un narratore moralista, accondiscendente e ammiccante verso il pubblico. Di scarso interesse anche dal punto di vista storico e di costume.

"Tentato suicidio" di Michelangelo Antonioni (*1/2)
I protagonisti di alcuni tentativi di suicidio per amore raccontano la propria storia. Noia, noia, noia. Non siamo molto lontani da programmi televisivi odierni come quelli in onda di pomeriggio su Raidue o simili. E dire che avevo acquistato il DVD soltanto per questo segmento...!

"Paradiso per tre ore" di Dino Risi (**1/2)
Le tre ore del titolo sono quelle che le collaboratrici domestiche si concedono la domenica pomeriggio nelle sale da ballo della capitale. La macchina da presa si muove tra le coppiette che danzano, mostrando approcci timidi o sfrontati, sguardi romantici, ritmi lenti e scatenati, e mille storie che si intrecciano nei brevi momenti di pausa fra un brano musicale e l'altro. Forse l'episodio migliore, assieme a quello di Maselli.

"Agenzia matrimoniale" di Federico Fellini, con Antonio Cifariello (**)
Per realizzare un'inchiesta sul funzionamento delle agenzie matrimoniali, un giornalista finge di essere interessato a trovare una moglie a un amico... licantropo (!). Fellini usa toni surreali (si veda anche la prima parte, con la faticosa "ricerca" dell'agenzia in un condominio di dimensioni colossali) in maniera tutto sommato efficace.

"Storia di Caterina" di Francesco [Citto] Maselli, con Caterina Rigoglioso (**1/2)
Scritto e co-diretto da Zavattini, è tratto da un reale fatto di cronaca, la storia di una donna lasciata dal compagno e costretta dalla povertà ad abbandonare il proprio figlio in un parco, solamente per pentirsene quasi subito e tornare a reclamarlo. Asciutto e toccante.

"Gli italiani si voltano" di Alberto Lattuada (*)
È l'unico episodio muto: soltanto la musica accompagna ironicamente le passeggiate di una serie di giovani ragazze dietro le quali tutti i maschi si voltano: gag "originalissime" (?) come l'uomo in macchina che si schianta perché distratto da una ragazza, o il ciccione (il regista Marco Ferreri) che fatica a salire una lunga scalinata per seguire una fanciulla. Una perdita di tempo: ha tutta l'aria di un riempitivo per terminare il film su un tono più leggero.

21 febbraio 2007

Lettere da Iwo Jima (C. Eastwood, 2006)

Lettere da Iwo Jima (Letters from Iwo Jima)
di Clint Eastwood – USA 2006
con Ken Watanabe, Kazunari Ninomiya
***1/2

Visto ieri al cinema Eliseo, con Hiromi e Albertino, in originale con sottotitoli.

Secondo titolo del dittico di Eastwood dedicato alla battaglia di Iwo Jima, narrata da entrambi i punti di vista (quello americano e quello giapponese). Purtroppo non ho ancora visto il primo film, "Flags of our fathers", e quindi non posso fare un confronto diretto fra i due, magari relativo al diverso atteggiamento dei due schieramenti nei confronti della guerra (ho avuto l'impressione che le due pellicole si distinguano proprio per questo), ma Albertino mi ha detto che comunque i due film sono indipendenti e – argomento a parte – assai diversi fra loro. In ogni caso, questo secondo film descrive perfettamente lo scontro dalla prospettiva giapponese, con tutto il senso di ineluttabilità (la battaglia è disperata e destinata alla sconfitta ancor prima di iniziare, vista la disparità di uomini e di mezzi), la "rassegnazione" al destino, il profondo senso delle gerarchie e soprattutto le costrizioni sociali, che culminano con l'obbligo morale del suicidio in caso di sconfitta, anche se il concetto di "morire per la patria" non è mai vissuto come vuota retorica: il tutto attraverso una serie di personaggi di diversa origine, classe e personalità.
"Lettere da Iwo Jima", come indica il titolo, descrive il conflitto utilizzando come spunto proprio le lettere scritte dai soldati al fronte: missive che forse non verranno mai spedite e dunque mai lette dalle persone cui sono destinate, ma che costituiscono un formidabile punto in comune fra tutti i soldati – dai quelli semplici ai grandi generali – di entrambi gli schieramenti. Tanto che quando i giapponesi leggono ad alta voce la lettera del soldato americano che catturano, non solo non vi trovano alcuna differenza con le proprie, ma il tenente colonnello Nishi ne cita alcune parole nel suo successivo discorso di incoraggiamento alla truppa. Il film è splendidamente girato con una fotografia slavata che ricorda il bianco e nero, e descrive in maniera eccellente tutti gli aspetti della sanguinosa battaglia, dalla lunga attesa che precede l'attacco americano fino all'inevitabile conclusione. Fra i numerosi personaggi messi sotto i riflettori ne spiccano due in particolare: il comandante in capo, il generale Kuribayashi, e l'ultimo dei soldati, l'impacciato Saigo che però riesce sempre – in un modo o nell'altro – a sopravvivere: un character quasi kurosawiano, anche se il flashback di lui seduto in casa con la moglie ricorda anche lo stile di Ozu. Ma anche altri personaggi (come il già citato barone Nishi, ex cavallerizzo alle olimpiadi, o il kempeitai fallito Shimizu) rimangono impressi nella memoria, così come i vari compagni di Saigo che spariscono dalla scena, uno dopo l'altro, spesso in maniera improvvisa o crudele. Nel complesso Eastwood realizza una rappresentazione della guerra ancor più meritevole se si pensa che è vista dalla prospettiva del "nemico" (almeno per quanto riguarda il regista e i produttori). C'è da dire che USA e Giappone, in seguito, si sono riconciliati abbastanza in fretta: se durante la guerra il Giappone era il "nemico" per eccellenza agli occhi dell'opinione pubblica e per la propaganda statunitense, nel dopoguerra il bersaglio si è spostato – col senno di poi e forse con qualche senso di colpa – più verso la Germania di Hitler. Chissà quali sarebbero state le reazioni se un film del genere fosse stato girato dal punto di vista dei nazisti. E chissà se un giorno, fra qualche decina di anni, non sarà possibile fare un'operazione simile anche con la guerra del Vietnam o addirittura con quella dell'Iraq.

Nota: la scena del soldato che dall'alto del monte Suribachi vede avvicinarsi la sterminata flotta americana, che occupa tutto il mare a perdita d'occhio, mi ha ricordato le sequenze analoghe degli eserciti di Saruman e Sauron ne "Il signore degli Anelli"!

20 febbraio 2007

Lo straniero (O. Welles, 1946)

Lo straniero (The stranger)
di Orson Welles – USA 1946
con Orson Welles, Edward G. Robinson
**1/2

Rivisto in DVD, con Martin.

Un gerarca nazista, "principale responsabile" dei campi di concentramento, si nasconde in una cittadina del Connecticut sotto la falsa identità di un insegnante di college, e addirittura sposa la figlia di un giudice della corte suprema. Ma un detective, che sospetta di lui, riuscirà a far uscire la verità allo scoperto.
Il terzo lungometraggio di Welles (il primo dopo la guerra) è uno dei suoi film meno riusciti, schematico tanto nella trama quanto nei personaggi. Ma il grande regista lo abbellisce con il proprio stile visivo, con inquadrature dal basso e dall'alto, piani sequenza e giochi di ombre, oltre che naturalmente con la propria interpretazione (indimenticabili gli occhi aperti e luciferini). Il detective "ficcanaso" è invece interpretato dal sempre ottimo Robinson. Pur essendo il protagonista un criminale nazista, per buona parte del tempo il pubblico è quasi spinto a "tifare" per lui, solo contro tutti e – in un certo senso – alla ricerca di una vita tranquilla dopo la guerra (non viene affatto dipinto come un esaltato, anzi sembra perfettamente integrato nella vita tranquilla della cittadina). La sua natura riemerge però occasionalmente, come quando si lascia sfuggire che "Karl Marx non era tedesco, ma ebreo" e quando disegna sovrappensiero una svastica su un foglio di carta per poi coprirla velocemente con altri schizzi.

Perdita Durango (A. de la Iglesia, 1997)

Perdita Durango (id.)
di Alex de la Iglesia - Messico/Spagna 1997
con Rosie Perez, Javier Bardem
*1/2

Visto in DVD, con Martin.

Pseudo-tarantinata ambientata lungo il confine fra Usa e Messico: forzata, sconclusionata e piena di difetti. Una coppia di amanti balordi, rapinatori e satanisti, rapisce due ragazzi con l'intenzione di fare un sacrificio umano e contemporaneamente viene incaricata di condurre a Las Vegas un camion pieno di feti umani (nel film chiamati impropriamente "embrioni") destinati a un'industria di cosmetici. Dopo il folgorante inizio nel quale Perdita incontra il suo complice Romeo Dolorosa (un eccellente Bardem), il film si perde completamente. La protagonista del titolo passa presto in secondo piano rispetto all'uomo (nonostante un poliziotto dica che è forse "più pericolosa" di Romeo, da metà film in poi non fa più niente, cambiando addirittura personalità); l'intera sottotrama dei due ragazzi rapiti – che in termini di tempo sullo schermo prende ben più di mezzo film – mi è sembrata completamente inutile e avulsa dalla pellicola, e serve soltanto per caratterizzare la "malvagità pura" dei due protagonisti: riducendola ai minimi termini, il film non ci perderebbe niente e forse ci guadagnerebbe; anche il personaggio del detective interpretato da James Gandolfini, a ben vedere, occupa spazio senza motivo e non interagisce praticamente mai con i protagonisti. Nel complesso, dunque, il film sembra composto da elementi buttati lì a caso e poco approfonditi. Si tratta di un tipo di cinema che non mi piace: preferisco quando ogni cosa ha un motivo più che valido per esserci e svolge un ruolo ben preciso nella pellicola... non dico che si debba sempre puntare all'essenzialità (anche se i miei registi preferiti sono proprio quelli che lo fanno), ma che almeno gli elementi inseriti nel film siano coerenti o abbiano una ragione d'essere.

Nota: guardando il film, avevo notato una forte somiglianza fra la ragazza rapita e Heather Graham. Per forza! Si tratta di sua sorella minore, Aimee Graham, che per restare in tema tarantiniano ha avuto piccole parti anche in "Jackie Brown" e "Dal tramonto all'alba".

19 febbraio 2007

Il cielo sopra Berlino (W. Wenders, 1987)

Il cielo sopra Berlino (Der Himmel über Berlin)
di Wim Wenders – Germania 1987
con Bruno Ganz, Otto Sander
***1/2

Visto in DVD, con Martin.

Con questo celebre film si può dire che cominci una seconda fase della carriera di Wim Wenders. La prima, culminata con "Paris, Texas", era più "concreta" e calata nel mondo reale (si pensi al finale di "Lo stato delle cose"), nonché caratterizzata dal tema del viaggio, dell'eterna ricerca, del passato. Da questa pellicola in poi, invece, i suoi film si fanno decisamente più eterei, filosofici e – in un certo senso –astratti e "tecnologici", per certi versi quasi new age. Non a tutti il cambiamento è piaciuto: se il pubblico che accorre a vedere i suoi film è aumentato, il buon Wim ha probabilmente perso il favore di parte di quella critica che lo aveva incensato negli anni settanta.
Il film è completamente ambientato in una Berlino della quale Wenders non esista a mostrare i lati più squallidi (le periferie, le zone adiacenti al Muro, una Potsdamerplatz che prima della seconda guerra mondiale era una delle piazze più belle d'Europa ma che nel 1987 era ridotta in rovina). Proprio la città è la vera protagonista delle vicende, assieme a Damien (Ganz) e Cassiel (Sander), due dei numerosi angeli che si aggirano invisibili per i cieli e le strade di Berlino, appoggiando di quando in quando la mano sulla spalla delle persone per confortarle o semplicemente per leggerne i pensieri. Quando si innamora della trapezista di un circo, Damien – già stanco di assistere in eterno alle vicende degli esseri umani e curioso di sperimentarne le esperienze in prima persona – decide di rinunciare alla propria immortalità e alla propria natura angelica per diventare uno di loro. Da allora il suo mondo, fino allora impalpabile e in bianco e nero, diventa a colori e ricco di sensazioni. Caratterizzato da uno stile lento e avvolgente e dall'insolita prospettiva del punto di vista degli angeli, il film si lascia ricordare anche per la partecipazione speciale di Peter Falk: il "tenente Colombo" interpreta se stesso nel corso di un viaggio a Berlino, dove rivela di essere a sua volta un ex angelo che aveva scelto, una trentina di anni prima, di vivere in mezzo agli uomini. Ma c'è anche Nick Cave, con la sua musica: proprio a un concerto dei Bad Seeds, Damien ritroverà la ragazza che ama (Solveig Dommartin, poi compagna di Wenders e protagonista di "Fino alla fine del mondo", scomparsa circa un mese fa). Molto bella e affascinante l'alternanza fra b/n (ottenuto tramite un filtro) e colore, così come il flusso dei pensieri delle persone per la strada e nelle case, trasmesso telepaticamente agli angeli e allo spettatore. Alcune note: il film è internazionalmente noto con il titolo "Wings of Desire", che lo stesso Wenders ha dichiarato di preferire all'originale; Peter Handke ha collaborato alla sceneggiatura di alcune scene. Wenders, comunque, afferma che il film è parzialmente ispirato alle poesie di Rainer Maria Rilke, che parlano spesso di angeli; nel 1987 non era stato possibile girare nei pressi del Muro di Berlino, così quello che si vede in numerose scene della pellicola è un fac simile, costruito per l'occasione; il film, del quale Wenders dirigerà poi un seguito ("Così lontano, così vicino"), nel 1998 ha avuto anche il discutibile onore di un remake americano, "City of Angels", di Brad Silberling con Nicolas Cage e Meg Ryan, che fino ad adesso non ho mai visto.

12 febbraio 2007

Inland Empire (D. Lynch, 2006)

Inland Empire – L'impero della mente (Inland Empire)
di David Lynch – USA/Polonia 2006
con Laura Dern, Justin Theroux
**

Visto al cinema Arlecchino, con Marisa.

Come mi aspettavo, l'ultimo film di Lynch è un'incubo visionario caratterizzato dalla sovrapposizione di diversi piani di realtà (o di universi paralleli). Ma se in "Mulholland Drive" i piani erano sostanzialmente due, quello "reale" e quello onirico, qui invece le cose sembrano – a una prima visione, ma ne serviranno altre – ben più complicate. "Inland Empire" (ma il titolo, per volontà esplicita del regista stesso, andrebbe scritto tutto in maiuscolo) è forse la storia di un'attrice alle prese con una difficile parte nel remake di un film "maledetto"? O è la storia del suo personaggio e della sua vicenda di degradazione fino alla morte sul selciato della via delle stelle di Hollywood? Si tratta forse soltanto dell'immaginazione di una giovane ragazza che si lascia troppo coinvolgere da quello che vede in tv, al punto da inserire i propri cari (il marito e il figlio) all'interno della vicenda? Oppure è il racconto profetico di una vecchia megera, una vicina di casa che gioca con il passato e il futuro? Sono domande senza risposta, ma se a questo si aggiungono strani personaggi che parlano in polacco, una misteriosa stanza popolata da conigli alle cui frasi rispondono le sonore risate di una platea invisibile (oppure si tratta di una laugh track, come quelle delle sitcom?), angoscianti flussi spazio-temporali e il solito campionario di atmosfere, suoni e colori tipico del cinema del regista, ecco che le tre ore del film si traducono in un frastuono emotivo da gustare senza mettere troppo in funzione il cervello. In fondo Lynch ha cominciato a piacermi quando mi sono reso conto che guardare le sue opere è come ammirare un quadro astratto: non bisogna sempre cercarci una storia, facendo combaciare a forza tutti i pezzi, ma basta lasciarsi assorbire dalle atmosfere proprio come se si assistesse a un sogno privo di consequenzialità logica. Purtroppo, però, "Inland Empire" non ha la brillantezza, il calore e la sensualità del già citato "Mulholland Drive", è un po' troppo lungo e pesante per essere davvero un capolavoro e a tratti mi ha persino annoiato. Ho letto che Lynch ha iniziato a realizzarlo senza avere uno script, e che scriveva ogni scena appena prima di girarla: questo non va a discapito del risultato finale, ma in un certo senso spiega il senso di improvvisazione e di dispersione che ho percepito mentre lo vedevo e la mancanza di valore simbolico delle situazioni e dei personaggi.
La Dern è un'habituè di Lynch, avendo già recitato in "Velluto blu" e "Cuore selvaggio". Fra gli altri volti noti, ci sono Jeremy Irons (il regista), Harry Dean Stanton (il suo assistente Freddy) e Nastassja Kinski in un'apparizione speciale.

10 febbraio 2007

Cul de sac (R. Polanski, 1966)

Cul de sac (Cul-de-sac)
di Roman Polanski – GB 1966
con Donald Pleasance, Lionel Stander, Françoise Dorléac
***1/2

Visto in DVD.

Un bandito in fuga, insieme a un complice ferito gravemente durante una rapina, si rifugia in un castello sperduto nel Northumberland, isolato dalla terraferma a causa dell'alta marea. Qui porta lo scompiglio nella vita della coppia che lo abita e che ha già problemi per conto proprio (lui, Pleasance, è pavido e nevrotico, mentre lei, la Dorléac, è ambigua, insoddisfatta e traditrice). Al suo terzo lungometraggio, Polanski torna ai temi de "Il coltello nell'acqua", ma in maniera ben più grottesca e surreale. L'attesa del gangster, che spera inutilmente che il suo capo Katelbach gli mandi i rinforzi, ricorda decisamente il teatro dell'assurdo di Beckett ("Aspettando Godot") e – a posteriori – "Sonatine" di Takeshi Kitano, mentre la magnifica location (il maniero appartenuto a Walter Scott) e l'altrettanto magnifica fotografia in bianco e nero amplificano il disagio esistenziale dei protagonisti. Ottimi i tre attori principali: mi è piaciuto in particolare Stander, che interpreta il bandito con toni da buffone-sbruffone. Personaggi che scelgono di vivere come reclusi e isolati dal mondo esterno non sono una novità nel cinema di Polanski, e nemmeno il tema del male o della corruzione che si introduce nella tranquilla vita borghese (vedi per esempio il successivo "Luna di fiele").

Nota: qualche parola sulla protagonista femminile, Françoise Dorléac. Era la sorella maggiore di Catherine Deneuve e all'epoca di "Cul de sac" aveva già lavorato con Truffaut ne "La calda amante", stava per interpretare "Les demoiselles de Rochefort" di Demy insieme alla sorella ed era considerata una delle più bravi e promettenti attrici francesi della sua generazione. Se non fosse scomparsa in un incidente stradale l'anno successivo, il 1967, forse avrebbe avuto una carriera pari a quella della sorella.

9 febbraio 2007

Il favoloso Andersen (C. Vidor, 1952)

Il favoloso Andersen (Hans Christian Andersen)
di Charles Vidor - USA 1952
con Danny Kaye, Farley Granger
**

Visto in DVD, con Albertino.

È il secondo film con Danny Kaye che vedo (il primo era stato "L'ispettore generale"), attore simpatico e protagonista di commedie musicali leggere, colorate e infantili. La pellicola vede come protagonista il celebre scrittore di favole danese, ma è tutt'altro che una noiosa biografia: come recita la didascalia all'inizio, "questa non è la storia della sua vita, ma una fiaba che si ispira al grande narratore di fiabe". Un operazione simile, per certi versi, a quella compiuta recentemente da Terry Gilliam con i fratelli Grimm. Certo i toni non sono cupi e avventurosi come nella pellicola di Gilliam, ma solari e ingenui, e le avventure di Andersen, ciabattino cacciato dal suo villaggio perché con i suoi racconti fantastici distraeva i bambini dall'andare a scuola, non tengono mai con il fiato sospeso: al limite si può sorridere ai suoi sogni a occhi aperti quando si innamora (non ricambiato) di una ballerina del balletto reale, per la quale scriverà "La sirenetta". Ma le deliziose scenografie "finte" e disegnate e le canzoni orecchiabili garantiscono un paio di ore spensierate. E la regia di Charles Vidor (quello di "Gilda") rende un buon servizio alla storia, soprattutto nelle sequenze musicali e in quelle oniriche.

7 febbraio 2007

Memories (Morimoto, Okamura, Otomo, 1995)

Memories (id.)
di Koji Morimoto, Tensai Okamura, Katsuhiro Otomo – Giappone 1995
animazione tradizionale
**

Visto in DVD, con Hiromi, in originale con sottotitoli.

Tre episodi tratti da altrettanti racconti brevi di Otomo: soltanto il terzo è anche diretto dal regista di "Akira", ed è il più interessante, anche se il fascino resta a livello di ambientazione.

"Magnetic rose", di Koji Morimoto (**)
Una navicella di cacciatori di rifiuti spaziali riceve un SOS proveniente da un ammasso di relitti in rovina. Si recano in esplorazione e scoprono che i ricordi di una vecchia cantante d'opera si sono materializzati e hanno preso vita. Atmosfere fantascientifiche anni '70 che ricordano "Solaris" e il primo film di "Star Trek": avvincente all'inizio ma un po' deludente nel finale.

"Stink bomb", di Tensai Okamura (**)
Un giovane impiegato di un'industria farmaceutica inghiotte accidentalmente una medicina top secret e si trasforma in una "bomba puzzolente" umana. Polizia ed esercito tenteranno inutilmente di arrestare la sua lenta avanzata verso Tokyo. È l'episodio più leggero e divertente, ma probabilmente il meno bello dei tre.

"Cannon fodder", di Katsuhiro Otomo (**1/2)
In una misteriosa città nel deserto, tutti gli abitanti lavorano e vivono in funzione dei cannoni eternamente puntati nella direzione del "nemico", che non si vede mai. Al bambino che chiede "Ma chi sono i nemici?", il padre risponde "Lo capirai quando sarai cresciuto". Una curiosa (e innocua) satira antimilitarista: disegno e animazione sono tecnicamente interessanti, stilizzati e infantili (la sequenza in cui il disegno a pastello del bambino prende vita è molto carina!), peccato che manchi una vera storia.

6 febbraio 2007

Ladyhawke (R. Donner, 1985)

Ladyhawke (id.)
di Richard Donner - USA 1985
con Rutger Hauer, Michelle Pfeiffer
**1/2

Rivisto in TV, con Hiromi.

Negli anni '80, quando "Il Signore degli Anelli" era ancora di là da venire, questo film era uno dei migliori esempi di fantasy cinematografica. Ma forse definirlo "fantasy" è sbagliato: è praticamente privo di effetti speciali, e l'unico spunto fantastico è quello della maledizione che trasforma Rutger Hauer in lupo durante la notte e Michelle Pfeiffer in falco durante il giorno, impedendo ai due innamorati di incontrarsi in forma umana se non nei brevissimi istanti dell'alba o del tramonto. Per il resto l'ambientazione è teoricamente realistica, un medioevo italo-francese dove la chiesa governa su tutto e dove proprio un vescovo veste i panni del cattivo. Il vero protagonista del film (si tende a dimenticarlo) è Matthew Broderick, giovane ladro che fugge dalle prigioni della città e che successivamente incontra l'affascinante e nerovestito capitan Navarre, ex comandante della guardia del castello che brama vendetta contro il malvagio vescovo, autore della maledizione. Romantico e avventuroso, con bei paesaggi e location (il film è girato tutto in Italia, per lo più in Abruzzo) e con una buona colonna sonora.

1 febbraio 2007

Ninotchka (Ernst Lubitsch, 1939)

Ninotchka (id.)
di Ernst Lubitsch – USA 1939
con Greta Garbo, Melvyn Douglas
**1/2

Visto in DVD, con Hiromi.

Ninotchka, austera e severissima ispettrice russa, viene inviata a Parigi per controllare l'operato di tre agenti incaricati di vendere i gioielli confiscati a una contessa. Si innamorerà proprio del frivolo aristocratico che tutela i diritti della nobildonna e si lascerà affascinare dallo stile di vita parigino. Come commedia romantica il film funziona benissimo, e non poteva essere altrimenti visto che il Lubitsch's touch è al servizio di una sceneggiatura realizzata in parte nientemeno che da Billy Wilder. Putroppo la pellicola è un po' appesantita da una satira politica (in chiave antibolscevica) fin troppo facile e superficiale, benché all'acqua di rose. È evidente che agli sceneggiatori (e a Lubitsch stesso) l'aspetto ideologico non stesse tanto a cuore e che badassero più al lato romantico della vicenda, eppure il tema politico non può essere ignorato ed è presente, anzi onnipresente, in tutto il film. Va comunque detto che non tutti gli strali sono scagliati contro la Russia dei soviet: il personaggio della contessa nostalgica, esule russa a Parigi, non è che ne esca nel migliore dei modi. E le simpatie maggiori sono riservate al conte di cui si innamora Ninotchka: ricco, gaudente, nullafacente, ma simpatico e disposto a godersi la vita, l'unico personaggio in tutto il film per il quale la politica non conta nulla e che per amore di Ninotchka sarebbe disposto ad abbracciare (senza la minima convinzione) qualsiasi ideale. Non mancano comunque scene divertenti anche in chiave politica, come quella in cui i tre agenti russi attendono alla stazione l'arrivo del misterioso inviato e credono di averlo individuato in una persona con una folta barba, rimanendo poi di stucco quando questa li saluta con il braccio teso e gridando "Heil Hitler!".