19 luglio 2007

Harry Potter 1 (C. Columbus, 2001)

Harry Potter e la pietra filosofale (Harry Potter and the sorcerer's stone)
di Chris Columbus – USA/GB 2001
con Daniel Radcliffe, Rupert Grint, Emma Watson
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Quando compie undici anni, il giovane orfano Harry scopre di essere un mago e viene iscritto alla scuola di stregoneria di Hogwarts. Ma la comunità dei maghi e delle streghe, che si aggirano nel mondo all'insaputa dei normali esseri umani (i "babbani"), è in allarme per il ritorno di un incantatore oscuro e malvagio, Lord Voldemort, che sembra avere un conto in sospeso proprio con il piccolo Harry. Con l'aiuto degli amici Ron ed Hermione, Harry combatterà contro le forze del male, frequentando nel frattempo per sette anni (uno per ciascun episodio) le lezioni di Hogwarts e crescendo insieme ai suoi amici (e ai lettori/spettatori).
Non sono un grandissimo fan della serie, ma ho comunque voluto leggermi i libri di J. K. Rowling prima di vedere i film, e non mi sono affatto dispiaciuti: si tratta di opere decisamente per bambini, senza particolari livelli di lettura, ma ben scritti e conditi con la giusta dose di mistero e di fascino per l'ignoto. Sono però convinto che il loro successo dipenda non tanto da questo "ignoto", appunto, quanto dal "noto", ovvero dalla grande intuizione (nemmeno poi tanto originale, a dire il vero) di trasferire un'ambientazione estremamente familiare ai giovani lettori, quella scolastica, nel modo della fantasia. Elementi come le classi, le lezioni, gli insegnanti, i compiti a casa sono stati trasfigurati attraverso la lente deformante della magia (piuttosto stereotipata, però, con bacchette, cappelli a punta e scope che volano), mettendo in moto con inaspettato vigore il meccanismo dell'identificazione. Sono anche interessanti i riferimenti al sistema scolastico inglese. La scuola di Hogwarts è quasi una versione ridotta di università britanniche come Oxford o Cambridge, con tanto di divisioni in "case" (Grifondoro, Corvorosso, Tassonero e Serpeverde) che competono fra loro non soltanto in base ai risultati scolastici ma anche attraverso competizioni sportive come il celebre (e noioso) Quidditch.
Differente è il discorso relativo agli adattamenti cinematografici. Visto l'incredibile successo dei libri (e l'argomento così affine al cinema fantastico e degli effetti speciali), Hollywood ha fiutato l'affare e ha trasformato la saga in una franchise dagli incassi assicurati. Che almeno inizialmente, però, mi è subito apparsa senz'anima, visto anche il coinvolgimento di un regista fra i più mediocri, probabilmente scelto per il successo del suo precedente "Mamma, ho perso l'aereo" e dunque considerato adatto a dirigere un blockbuster con bambini come protagonisti. Il timore di una reazione negativa dei fan di fronte a eventuali cambiamenti nel passaggio da libro a film, inoltre, ha dato vita a una trasposizione "ingessata" nella quale gli sceneggiatori non hanno avuto il coraggio di mostrare una propria personalità. Il primo capitolo riesce comunque a funzionare e a coinvolgere, grazie alla sua natura di guida introduttiva dello spettatore al mondo magico del personaggio e di Hogwarts. La pessima regia è salvata dalle scenografie e dagli effetti speciali, anche se la trama concede troppo spazio al gioco del Quidditch e tace su altre cose (si potevano riservare una decina di secondi per illustrare il background di Hermione, per esempio: sullo schermo sembra un'antipatica secchiona, mentre sarebbe bastato menzionare il fatto che è figlia di genitori "babbani" – e dunque, a differenza di Ron, non pratica di magia – per motivare il suo disperato bisogno di recuperare il terreno perduto attraverso uno studio più intenso).
Dei tre attori-bambini protagonisti, Emma Watson è l'unica che sembra avere il talento sufficiente a garantirsi una buona carriera anche dopo la conclusione della saga (non a caso ha espresso più volte il desiderio di percorrere altre strade, minacciando persino di non partecipare a tutti e sette gli episodi). In ogni caso, la loro crescita fisica si è rivelata più rapida di quanto avessero previsto i produttori. Fra i comprimari spiccano molti nomi illustri, per lo più britannici: da Richard Harris (il preside Albus Silente) a Maggie Smith (la professoressa McGranitt), da John Cleese (il fantasma "quasi" senza testa) al grandissimo Alan Rickman (l'ambiguo professor Piton, il mio personaggio preferito), da John Hurt (il venditore di bacchette magiche) a Robbie Coltrane (il gigantesco Hagrid), e c'è persino il nano Warwick Davis, visto anni fa in "Willow".

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