29 aprile 2007

Bianca (Nanni Moretti, 1984)

Bianca
di Nanni Moretti – Italia 1984
con Nanni Moretti, Laura Morante
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni.

Quarto lungometraggio di Moretti e uno dei suoi migliori, se non addirittura il più bello. Per la prima volta il regista italiano usciva dall'ambito autobiografico (anche se il protagonista è comunque affetto da nevrosi di ogni tipo) e affrontava, in un certo senso, il cinema di "genere". La trama vede Michele, un insegnante di matematica che pare ossessionato dai rapporti privati e interpersonali di coloro che gli stanno attorno, cominciare a insegnare in una bizzarra scuola, il liceo "Marilyn Monroe", dove la cultura pop degli anni sessanta e settanta regna sovrana. Mentre si invaghisce della bella collega Bianca, attorno a lui si verificano alcune morti misteriose e un poliziotto indaga... Fra scene mitiche come quella del surreale barattolone di Nutella e quella del pranzo ("Cioè, lei non ha mai mangiato la Sachertorte? Continuiamo così... facciamoci del male"), resta memorabile la caratterizzazione del protagonista: timido, ficcanaso, goloso di dolci, ossessionato dalla pulizia, dalle scarpe e dalle camminate, impacciato in amore. Sembra quasi che in realtà non gli interessi veramente instaurare una relazione con Bianca, quanto piuttosto osservarla da lontano, così come fa con tutti i suoi amici e i suoi vicini, sui quali tiene addirittura uno schedario segreto. Ogni persona che incontra viene da lui classificata, inquadrata, giudicata: la cosa giunge infine alle estreme conseguenze nel finale amaro e indimenticabile.

28 aprile 2007

Happy feet (G. Miller, 2006)

Happy Feet (id.)
di George Miller – USA 2006
animazione al computer
**1/2

Visto in DVD, con Hiromi.

Quando qualche mese fa questo film ha ricevuto l'oscar per il miglior film d'animazione, battendo fra gli altri "Cars" e "Giù per il tubo" (nemmeno nominato), sono rimasto un po' sorpreso. L'avevo infatti bollato come uno dei tanti prodotti in CGI senza molte idee e con animaletti protagonisti, sulla scia di "Madagascar" o roba del genere. Invece si tratta di un film estremamente ambizioso, che affronta temi piuttosto "caldi" come la dipendenza dalla religione e dalle consuetudini sociali. Il protagonista, Mambo, è un pinguino imperatore nato in una comunità dove la musica e il canto sono gli unici metodi accettati di interazione sociale. Peccato che Mambo – che pure ha per genitori due provetti canterini di nome Memphis e Norma Jean (ogni riferimento è puramente voluto!) – non abbia alcuna dote per il canto e sia invece portato esclusivamente per la danza. Scacciato dalla comunità, scoprirà che è proprio la danza l'unico modo per comunicare con gli "alieni" (ossia gli esseri umani) che sottraggono il pesce dalle acque circostanti. Se quest'ultimo aspetto della trama mi ha ricordato "Incontri ravvicinati del terzo tipo", l'attacco al fanatismo religioso e all'ottusità degli anziani predicatori mi è sembrato un tema quanto mai attuale vista l'attuale deriva spirituale e anti-scientifica degli Stati Uniti. Lo stesso Mambo, tuttavia, assume caratteristiche eroico-messianiche (mi riferisco alla voce fuori campo che ne celebra le gesta) che riportano con la mente a Conan il Barbaro o a Mad Max, quest'ultimo peraltro diretto dallo stesso George Miller. Divertenti i pinguini "messicani", e strabiliante la qualità delle immagini e il realismo delle ambientazioni, che rinunciano alle deformazioni cartoonistiche di prodotti simili (si pensi a "L'era glaciale") per puntare su fondali da documentario. Dunque non sarà un capolavoro, ma si capisce perché ai votanti dell'Academy sia piaciuto così tanto.

27 aprile 2007

Tutto su mia madre (P. Almodóvar, 1999)

Tutto su mia madre (Todo sobre mi madre)
di Pedro Almodóvar – Spagna 1999
con Cecilia Roth, Marisa Paredes
****

Rivisto in DVD, con Hiromi.

È stato il primo film di Almodóvar che ho visto. Non potevo cominciare meglio, naturalmente, visto che probabilmente si tratta del suo capolavoro. Come gran parte dei film del regista spagnolo, è fondamentalmente una storia di donne (vere o... "costruite"). Ma stavolta Almodóvar mette in scena qualcosa di più complesso dei suoi soliti personaggi grotteschi o trasgressivi, e i toni non sono quelli della commedia bensì quelli del dramma. Manuela, la protagonista, è una donna piena di speranze e di sofferenza che, fuggita da Barcellona con un figlio in grembo, ci fa ritorno diciotto anni dopo in seguito alla morte del ragazzo. E la sua storia si intreccia con quella di Huma Rojo, attrice bettedavisiana (il film, sin dal titolo e dalla splendida musica di Alberto Iglesias, cita a piene mani "Eva contro Eva" – in originale "All about Eve" – di Mankiewicz) alle prese con una rappresentazione di "Un tram che si chiama desiderio"; con quella di suor Maria, una giovane Penelope Cruz, a sua volta incinta di Lola, l'ex compagno di Manuela che nel frattempo è diventato un transessuale; e con quella di Agrado, altro transessuale simpatico e scalcinato; tutti personaggi (compresi quelli minori, qui non citati) estremamente "vivi" e descritti con un'amore e un'attenzione che – per una volta – lascia da parte sberleffi e caricature per scavare nelle loro anime e nella loro psicologia in maniera più matura. Il risultato è insieme caldo e appassionante, triste e malinconico, popolare e intellettuale, dove le trasgressioni – sessuali, artistiche, sociali – non sono mai fine a sé stesse ma sembrano necessarie a esprimere la vera essenza delle persone.

26 aprile 2007

Così lontano, così vicino (W. Wenders, 1993)

Così lontano, così vicino (In weiter Ferne, so nah!)
di Wim Wenders – Germania 1993
con Otto Sander, Horst Buchholz
**

Rivisto in DVD, con Martin.

Raro caso di sequel di un film "d’autore", "Così lontano, così vicino" riprende da dove "Il cielo sopra Berlino" si era fermato: dopo Damiel, anche il suo compagno Cassiel cessa di essere un angelo per acquistare forma umana. Ma non lo fa per amore, bensì per desiderio di conoscenza. E si dimostra ancora più ingenuo del suo amico, cadendo facilmente vittima delle manipolazioni del misterioso Emit Flesti (un "mefistofelico" – letteralmente – Willem Dafoe), dello spettro dell’alcool, della malavita organizzata. Meno riuscito del precedente, ha i suoi buoni momenti soprattutto nella parte centrale, mentre molti spunti e personaggi (quelli di Nastassja Kinski o di Rüdiger Vogler, per esempio) non mi sono sembrati molto approfonditi. Wenders ha dichiarato di aver voluto realizzare il film per "aggiornare" il precedente al clima mutato dopo il crollo del muro. Ma curiosamente la città di Berlino, stavolta, è molto meno protagonista e la vicenda si snoda attraverso storie parallele (legate anche al passato e ai giorni della seconda guerra mondiale) che lasciano un po’ il tempo che trovano. Rispetto al primo film, torna ancora Peter Falk nei panni, autoironici, di sé stesso, affiancato stavolta da Lou Reed e da Mikhail Gorbaciov (che fa una breve comparsata all'inizio).

24 aprile 2007

I racconti di Terramare (G. Miyazaki, 2006)

I racconti di Terramare (Gedo senki)
di Goro Miyazaki – Giappone 2006
animazione tradizionale
*1/2

Visto al cinema Colosseo, con Hiromi, Albertino, Monica e Roberto.

Storie di maghi e di draghi, di energia ed equilibrio, di potere e immortalità, di "doppi" e di ombre: per il suo debutto, il figlio di Hayao Miyazaki sceglie di adattare i romanzi del ciclo di "Earthsea" di Ursula K. Le Guin e per il resto si affida alla bravura, all'esperienza e alle suggestioni dello studio Ghibli. Disegni e (soprattutto) fondali sono, come da copione, bellissimi. L'animazione anche, con meno computer rispetto agli ultimi lavori del padre. Il character design, addirittura, è quasi indistinguibile da quello di film come "Nausicaä": i personaggi sono giusto un pochino più tozzi e meno espressivi. Purtroppo le belle notizie si fermano qui: nella prima parte, la storia non fa che presentare spunti e situazioni interessanti che poi non vengono approfondite (la lotta fra i draghi, l'affievolirsi della magia, la "droga", la struttura sociale e schiavista). Le città bizantineggianti e il mondo fantasy spariscono, e di colpo il film si trasforma nel reality "Maghi che zappano la terra". La caratterizzazione del protagonista Arren fa di tutto per "allontanarlo" dallo spettatore. Ma il problema principale è l'assenza di quella poesia (oltre che di quel sottile umorismo) che rende così speciali i lavori di Hayao. Ne risulta un film d'avventura non disprezzabile ma complessivamente poco memorabile.

Nota: Non ho letto i libri originali, ma mia sorella – che li conosce bene – mi ha detto che l'adattamento è quantomeno "libero" e che il film estrapola temi e personaggi che in originale non si incontrano nemmeno, imbastendo una trama ex novo.

22 aprile 2007

Matador (P. Almodóvar, 1986)

Matador (id.)
di Pedro Almodóvar – Spagna 1986
con Antonio Banderas, Assumpta Serna
***

Visto in DVD, con Hiromi e Martin.

Angel, giovane e complessato aspirante torero con strane capacità paranormali, confessa di essere l’autore di alcuni misteriosi omicidi. Il vero colpevole è in realtà il suo maestro, matador costretto al ritiro dopo un incidente nell’arena, che non riesce più a far a meno di uccidere. E che troverà l’anima gemella nell’avvocatessa del ragazzo, sua grandissima fan, che uccide gli amanti con uno spillone e che a sua volta è ossessionata dall'idea della morte. Un film che comincia in puro stile Almodóvar (grottesco e trasgressivo), prosegue come un giallo all’italiana (ricorda il Dario Argento prima maniera) e termina citando “Duello al sole” di King Vidor. Più che il giovanissimo Banderas (in un ruolo che ricorda quello di “Labirinto di passioni”, madre castratrice compresa), i protagonisti sono la coppia di assassini Nancho Martinez e Assumpta Serna: ma non si tratta di pazzi furiosi o di amanti diabolici, semmai di personalità “dipendenti” dalla morte (che si tratti di quella dei tori, di altri esseri umani o addirittura della propria). Caratterizzato da squarci surreali e tonalità forti (il colore rosso su tutti: non a caso si cita il film di King Vidor, che a sua volta aveva una fotografia molto intensa), mi è sembrato uno dei film meglio curati dell'Almodóvar degli inizi.

21 aprile 2007

Spider-Man 2 (Sam Raimi, 2004)

Spider-Man 2 (id.)
di Sam Raimi – USA 2004
con Tobey Maguire, Kirsten Dunst
***

Rivisto in DVD, con Hiromi.

Dopo la delusione del primo episodio, il secondo è stata una gradita sorpresa e uno dei miglior film di supereroi della recente ondata. Tutto mi è sembrato funzionare meglio, persino i due attori principali mi hanno convinto di più, per non parlare del cattivo, un Alfred Molina quasi perfetto nei panni del tentacolare Dottor Octopus. La pellicola, soprattutto nella prima metà, si concentra moltissimo sul difficile rapporto di Peter Parker con il proprio alter ego: a differenza di altri supereroi come Superman e Batman (per i quali l’identità “borghese” non è che una copertura per la loro vera natura, quella “in costume”), infatti, la creatura di Stan Lee è sempre stata caratterizzata da una grande attenzione al “lato umano” e al tentativo di conciliarlo con l’aspetto supereroico. Forse il film esagera un po’ nel mostrare le sfortune di Peter, al quale davvero non ne va bene una, ma riprende lo spirito del fumetto meglio di quanto non avesse fatto il primo capitolo. Si arriva addirittura a citare la celebre copertina di John Romita con il costume nel bidone della spazzatura nel vicolo e il suo strillo, “Spider-man no more!”. Anche la sceneggiatura e i dialoghi sono stavolta meno meccanici e scorrono meglio. Mi ha lasciato un po’ perplesso, invece, la quantità di persone che scoprono la vera identità di Spider-Man nel finale: passi per Harry, M.J. e Doc Ock, ma addirittura un’intera carrozza della sopraelevata piena di passeggeri newyorkesi mi sembra un po’ troppo (oltre a proseguire nella discutibile direzione già intrapresa dal primo film, quella di rendere l’Uomo Ragno un eroe cittadino benvoluto da tutti, J.J.J. a parte). La mano di Raimi si comincia a vedere più spesso: la scena più bella è probabilmente quella in cui le braccia robotiche del Dottor Octopus si risvegliano nella sala operatoria. Divertente anche il cameo di Bruce Campbell, attore feticcio del regista, nei panni della maschera del teatro che impedisce a Peter di entrare. Il film, infine, pone le basi per l’apparizione di Lizard (il dottor Connors) e di un redivivo Goblin (o Hobgoblin?) nel capitolo successivo.

20 aprile 2007

Orizzonti di gloria (S. Kubrick, 1957)

Orizzonti di gloria (Paths of glory)
di Stanley Kubrick – USA 1957
con Kirk Douglas, George Macready
***1/2

Rivisto in DVD, con Andrea e Cristina.

Prima guerra mondiale, fronte franco-tedesco. Il colonnello Dax viene incaricato da un ambizioso generale di tentare una missione suicida: conquistare il "formicaio", un avamposto tedesco considerato inespugnabile. Quando il tentativo fallisce, il generale furioso ordina che tre soldati vengano processati per codardia davanti alla corte marziale. Il colonnello si batterà invano per salvarli contro le logiche assurde e disumane del potere. Il primo capolavoro di Kubrick, che può contare su ottime prove degli attori – Douglas in testa – è un grande film antibellico, cinico e amaro, nel quale il nemico non si trova dall'altra parte del fronte, ma dalla propria: cita anche la frase anti-idealistica di Samuel Johnson ("il patriottismo è l'ultimo rifugio delle canaglie") e fino al 1976 è stato proibito e censurato in Francia (ma che i protagonisti siano francesi, tedeschi o di qualsiasi altra nazionalità non ha la minima importanza). Stilisticamente, la mano del regista si vede già in molte scene, per esempio nella carrellata nelle trincee durante l'ispezione del generale (che ricorda quelle dei corridoi di "Shining"), nell'attacco al "formicaio" o nella soggettiva di avvicinamento al luogo della fucilazione. Che il tema stesse a cuore a Kubrick è testimoniato dal fatto che il genere bellico/militare è stato l'unico da lui rivisitato più volte (anche in "Fear and desire", in "Full Metal Jacket" e, più indirettamente, nel "Dottor Stranamore" e in "Barry Lindon").

Nota: Susanne Christian, l'unica donna che compare nel film (nel finale, nei panni della giovane tedesca che canta davanti ai soldati francesi), l'anno dopo divenne la moglie di Kubrick.

19 aprile 2007

Le vite degli altri (F. Henckel von Donnersmarck, 2006)

Le vite degli altri (Das Leben der Anderen)
di Florian Henckel von Donnersmarck – Germania 2006
con Ulrich Mühe, Sebastian Koch
***1/2

Visto al cinema President, con Hiromi.

Un agente del servizio segreto interno della Germania dell'Est (la Stasi) viene incaricato di sorvegliare giorno e notte l'appartamento dove vive un drammaturgo di successo, apparentemente fedele al regime, e l'attrice sua compagna. Poco a poco la spia - fino ad allora integerrima - cambia fino al punto di rischiare in prima persona per aiutare la coppia a loro insaputa. Ambientata nel 1984 (data "orwelliana" e forse non casuale), la pellicola che ha vinto a sorpresa l'Oscar per il miglior film straniero, opera prima del conte Henckel von Donnersmarck, è un appassionante e commovente thriller psicologico sulla "bontà degli uomini". L'idea è stata suggerita al regista (anche sceneggiatore) da una frase di Lenin, citata peraltro nel film: "Non ascolto l'Appassionata di Beethoven perché mi rende morbido e mi avvicina ai pensieri della gente invece di fronteggiarli". A parte il comico contrasto con la celebre battuta di Woody Allen ("Quando ascolto Wagner mi vien voglia di invadere la Polonia"), la frase rivela come l'arte sia in grado di tirar fuori la bontà anche dal più inflessibile dei carnefici. Non che i "cattivi" del film siano poi descritti come malvagi o crudeli, semmai sono burocrati impassibili e ormai privi di ogni sentimento, incapaci di amare o di riconoscere la bellezza nelle cose, ingrigiti dal regime come ogni cosa attorno a loro (l'atmosfera cupa della DDR, abbigliamento e architetture compresi, è stata ricostruita perfettamente). Al protagonista basta invece poco - una recita teatrale, una poesia di Brecht, una sonata al pianoforte - per decidere di cambiare vita. Un gran film, con uno splendido finale, e ottimi attori. Divertente la scena nell'ascensore (dove il primo impulso dell'agente in incognito è quello di chiedere al bambino "E come si chiama tuo padre?"), che mi ha ricordato l'incipit di "Vogliamo vivere!" di Lubitsch.

18 aprile 2007

Spider-Man (Sam Raimi, 2002)

Spider-Man (id.)
di Sam Raimi – USA 2002
con Tobey Maguire, Kirsten Dunst
**

Rivisto in DVD, con Hiromi.

Per prepararmi all'imminente arrivo del terzo capitolo, previsto fra un paio di settimane, ho deciso di riguardarmi i primi due film di Spider-Man che non avevo più visto dopo la loro uscita al cinema. L'idea di un film sull'Uomo Ragno circolava già da tempo: a lungo sembrava che avrebbe dovuto dirigerlo James Cameron, ma poi la scelta dei produttori è caduta su Sam Raimi, abile artigiano del fanta-horror. Peccato che all'interno di questa megaproduzione la sua mano si veda poco, giusto in qualche soggettiva del ragno all'inizio, e che il film alla fine risulti una baracconata con poco spessore. La prima parte della pellicola, sicuramente la migliore, racconta le origini del supereroe modernizzandole: rispetto al fumetto di Stan Lee e Steve Ditko, il ragno che morde Peter Parker conferendogli i poteri non è radioattivo ma "geneticamente modificato". Non che questo renda la cosa più plausibile scientificamente, ma fa parte del tentativo di "svecchiare" il setting del personaggio, anche a costo di tradire in parte le intenzioni degli autori. Nel fumetto, infatti, Peter Parker non era uno "sfigato" come quello presentato all'inizio del film, ma un ragazzo sensibile e intelligente costretto a vivere in un mondo "sbagliato" dove tutti se la prendevano con lui (e la cosa continua anche dopo che diventa un supereroe: l'opinione pubblica e le forze dell'ordine sono contro di lui, ma ciò nonostante - e in questo stava il suo eroismo - continua a lottare perché "da grandi poteri derivano grandi responsabilità"). Nel film, invece, non è il mondo a essere "sbagliato": tocca a chi ne sta ai margini "adeguarsi" per diventare degno di farne parte. Una volta diventato Spider-Man, infatti, Peter è più bello, più muscoloso, viene finalmente amato dalla ragazza che desidera ed è persino sostenuto e protetto dagli abitanti di New York (la patetica ostilità di J.J. Jameson sembra un caso isolato, e l'unica scena in cui un poliziotto cerca di arrestare Peter si conclude dopo pochi istanti con lo stesso poliziotto che lo incita ad andare a salvare la gente). Proprio la scena della folla sul ponte rappresenta uno dei punti più bassi della seconda parte del film, caratterizzata da un Goblin "metallico" davvero malriuscito nonostante la prova di Willem Dafoe, il migliore nel cast. Tobey Maguire, infatti, sarà anche adatto per la parte ma è antipatico, e la "ragazza della porta accanto" Kirsten Dunst non ha assolutamente il physique du role per interpretare la "supermodella" Mary Jane. In ogni caso, ritengo sbagliato giudicare un film in base alla sua fedeltà all'opera originale: questo primo "Spider-Man" non mi è particolarmente piaciuto perché in fin dei conti non è nulla di più di un classico filmone d'azione che sfrutta un'icona dell'immaginario fumettistico per mettere in piedi una storia mediocre, che ha l'appeal di un telefilm adolescenziale e che sacrifica l'aspetto avventuroso in favore di una superficialissima storia d'amore. La parte migliore, com'è detto, è quella iniziale, ma le origini di Spider-Man (il nome originale è stato imposto dal marketing al posto dell'italico "Uomo Ragno") non vengono certo narrate con maggior efficacia che in una delle innumerevoli versioni a fumetti degli stessi eventi. Non particolarmente memorabili nemmeno gli effetti speciali (costume compreso) e la musica di Danny Elfman. Per fortuna con il secondo episodio le cose miglioreranno.

16 aprile 2007

Yesterday once more (Johnnie To, 2004)

Yesterday once more (Lung fung dau)
di Johnnie To – Hong Kong 2004
con Andy Lau, Sammi Cheng
*1/2

Visto in DVD con Hiromi, in originale con sottotitoli.

Una coppia di ex coniugi cleptomani si contende una preziosa collana sottratta alla futura suocera di lei, che a sua volta era stata una ladra in gioventù. Johnnie To punta a emulare Lubitsch, Edwards e la commedia brillante americana, fallendo miseramente. Del resto, che il genere non fosse nelle sue corde lo si era già visto nelle sue prove precedenti. Il film è noioso e ripetitivo, i personaggi antipatici e vacui (soprattutto lei), e il fatto che pochissime scene siano state girate a Udine viene "pompato" a dismisura nella fascetta e nel libretto del DVD italiano come se ci si trovasse di fronte a una versione cantonese/friulana di "Vacanze romane". Mai divertente o emozionante, la pellicola ha un unico (relativo) sussulto nel colpo di scena finale. Scarsa la prova degli attori, privi di alchimia nonostante avessero già lavorato insieme: eppure Andy Lau ha una buona carriera cinematografica alle spalle (da Wong Kar-Wai a "Infernal affairs"), mentre Sammi Cheng – che recita maldestramente anche qualche battuta in italiano – mi piace decisamente di più come cantante.

13 aprile 2007

L'ultimo inquisitore (M. Forman, 2006)

L'ultimo inquisitore (Goya's ghosts)
di Miloš Forman – Spagna 2006
con Stellan Skarsgård, Javier Bardem
**

Visto al cinema Plinius, con Hiromi.

Dopo sette anni Forman torna al cinema con un'altra storia basata sulla vita romanzata di un celebre artista: questa volta si tratta di Francisco Goya, il talentuoso pittore la cui esistenza si intreccia con le torbide e violente vicende della Spagna tra fine settecento e inizio ottocento. Ma come in “Amadeus”, il vero protagonista non è l’artista bensì il suo contraltare (lì Salieri, qui Lorenzo, che passa con ipocrita nonchalance dal fanatismo religioso dell’inquisizione a quello ideologico della rivoluzione francese, dalla Bibbia a Voltaire). E protagonista è soprattutto la Storia: con i suoi corsi e ricorsi, che fanno sì che i medesimi personaggi si scambino di posto e siedano di volta in volta nello scranno di giudice o di imputato; con le sue crudeltà e violenze, soprattutto nei confronti dei più deboli; con le sue ripetizioni e analogie (anche con l’oggi: le caricature dei membri del Sant’Uffizio come le vignette satiriche sull’Islam? Il tentativo di “esportare la democrazia” dei francesi in Spagna come quella degli Stati Uniti in Medio oriente? “Il popolo vi accoglierà a braccia aperte e getterà fiori sul vostro cammino”, dice un ufficiale ai suoi soldati!). In mezzo a tutto questo, Goya – come detto – rimane in disparte, funge da osservatore impotente e da semplice testimone: al limite può immortalare personaggi ed eventi con la propria arte per tramandarne il ricordo (“i fantasmi”) ai posteri. Proprio nel suo scarso approfondimento risiede il difetto principale del film, che sconta anche una certa macchinosità in alcuni passaggi cruciali dove lascia un po’ troppo mano libera al destino (la sceneggiatura è di Jean-Claude Carrière, già collaboratore di Buñuel). Bella come sempre la regia di Forman, uno dei miei autori preferiti: da brividi la scena in cui Inés esce dalle carceri dell'inquisizione. Non male gli attori: bravi Skarsgård e Natalie Portman (in un doppio ruolo: madre e figlia), ottimo Bardem. Da notare come Forman inserisca spesso nei suoi film scene ambientate in manicomi od ospedali, e anche come la Portman venga ancora imprigionata e torturata dopo "V per vendetta".

12 aprile 2007

Cappuccetto rosso e gli insoliti sospetti (C. Edwards, 2005)

Cappuccetto rosso e gli insoliti sospetti (Hoodwinked!)
di Cory Edwards – USA 2005
animazione al computer
**1/2

Visto in DVD, con Albertino.

Cappuccetto rosso arriva a casa della nonna e trova il lupo nel suo letto: "che mani grosse che hai", eccetera eccetera. La nonna, però, non è stata mangiata ma semplicemente rinchiusa nel ripostiglio, legata mani e piedi. E poi fa il suo ingresso il taglialegna, con un'enorme accetta in mano. A questo punto, però, fa irruzione anche la polizia del bosco: e uno scaltro ranocchio detective, per far luce sulla losca faccenda, arresta i quattro i protagonisti della storia e li mette sotto torchio uno dopo l'altro. Dal loro interrogatorio veniamo a conoscenza di dettagli sempre più stupefacenti che ribaltano tutto quello che all'inizio si dava per scontato, svelando interessanti retroscena su ciascuno dei personaggi. Questa la trama di un brillante cartoon che, se da un lato il titolo italiano vorrebbe imparentare – a ragion veduta – con "I soliti sospetti", dall'altro non può non ricordare anche "Shrek" e addirittura "Rashomon". Ma dove "Shrek" esibiva un approccio dissacrante nei confronti delle classiche favole, questo "Hoodwinked" ne è invece una sorta di rivisitazione, quasi nello stile della serie Vertigo "Fables" di Bill Willingham. E rispetto al capolavoro di Akira Kurosawa non ci sono quattro versioni differenti della stessa storia, bensì testimonianze che non si contraddicono fra loro ma che ogni volta aggiungono qualche particolare fino ad allora trascurato o qualche informazione che modifica radicalmente il ruolo e l'identità degli altri personaggi. Il film gode di una grande vivacità e di characters simpatici (anche quelli minori, come il caprone canterino o lo scoiattolo fotografo) mentre purtroppo la qualità tecnica non è il massimo e ricorda più la grafica di un videogioco che quella di un film d'animazione. Buono invece, stavolta, il doppiaggio italiano.

10 aprile 2007

Il fantasma e la signora Muir (J. L. Mankiewicz, 1947)

Il fantasma e la signora Muir (The ghost and Mrs. Muir)
di Joseph L. Mankiewicz – USA 1947
con Gene Tierney, Rex Harrison
***1/2

Rivisto in DVD, con Albertino e Cristina.

Uno dei film più romantici che abbia mai visto, la storia dell'amicizia e dell'amore "impossibile" fra una vedova e il fantasma di un burbero marinaio che abita la dimora in cui lei si è trasferita dopo la morte del marito: un vero e proprio inno all'amore che riesce a vincere le barriere del mondo fisico e materiale e persino quelle del tempo e della morte, folle e surreale come avrebbe potuto concepirlo Buñuel e al tempo stesso concreto e pragmatico (la donna, priva di mezzi di sostentamento e con figlioletta a carico, aspira a essere libera tanto economicamente quanto socialmente). Mankiewicz si rivela un autentico "pittore dell'immaginario" (la definizione viene dal castorino di Alberto Morsiani) e sfrutta alcuni temi gotici e soprannaturali tipici delle pellicole horror non per incutere paura (il tono del film è quasi immediatamente quello del fantasy romantico) bensì per affascinare lo spettatore. La vicenda è incentrata completamente sui due protagonisti: gli altri personaggi, dalla bambina (una Natalie Wood ancora giovanissima) alla cameriera fedele, dai soffocanti parenti al bellimbusto imbroglione (George Sanders), sono solo comparse della loro storia. Buona la regia, con le onde del mare che simboleggiano lo scorrere del tempo, ed eccellenti i due interpreti, quanto mai indovinati. Il bellissimo e commovente finale – difficile trattenere una lacrima – è stato dichiaratamente citato da Don Rosa nel nono capitolo della Saga di Paperon de' Paperoni (l'unico esempio di fumetto disneyano, che io sappia, nel quale si assiste alla morte di un personaggio e se ne vede addirittura il cadavere).

Perché un assassinio (A. Pakula, 1974)

Perché un assassinio (The parallax view)
di Alan J. Pakula – USA 1974
con Warren Beatty, Paula Prentiss
**

Visto in DVD.

Un giornalista indaga sull'omicidio di un senatore e, soprattutto, sulle "morti misteriose" di tutti coloro che avevano assistito all'episodio. Scoprirà l'esistenza di una misteriosa società segreta che sta arruolando un esercito di assassini. Un discreto thriller di fantapolitica col quale Pakula sembra fare le prove generali per "Tutti gli uomini del presidente": in entrambi i film, infatti, si parla di giornalisti che indagano su un complotto di natura politica. Ma se lì era tutto vero e c'erano toni da documentario, qui siamo nel campo della fantasia e dei thriller d'azione. E se la tensione e la suspence non sono male (molto bella, per esempio, la sequenza dell'aereo in cui Warren Beatty si rende conto che c'è una bomba a bordo e deve avvertire in qualche modo le hostess senza esporsi in prima persona), alla fine sono rimasto un po' insoddisfatto. La sceneggiatura infatti non tira le fila della vicenda, e la conclusione sembra giungere quasi per caso all'interno di una sequenza che riflette sì quella di apertura, ma non sembra affatto più importante o fondamentale delle tante che l'hanno preceduta. La pellicola ha comunque una bella atmosfera anni settanta e presenta evidenti rimandi all'assassinio di Kennedy, ma francamente non ho troppa simpatia per i film complottisti che alla fine "non spiegano niente" e che puntano soltanto sulle atmosfere paranoiche (un po' come certi film horror che si basano solo sulle atmosfere). Comunque ha il pregio di essere privo di retorica: la sfiducia verso le istituzioni e la mancanza di indulgenza verso il sogno americano sono probabilmente un effetto dello stesso Watergate.

5 aprile 2007

Un ponte per Terabithia (G. Csupo, 2007)

Un ponte per Terabithia (Bridge to Terabithia)
di Gabor Csupo – USA 2007
con Josh Hutcherson, AnnaSophia Robb
***

Visto al cinema Excelsior, con Hiromi.

Un gran bel film sul mondo dell'adolescenza e sull'immaginazione vista come "evasione del prigioniero, e non fuga del disertore" (per dirla con le parole di J.R.R. Tolkien). La storia è quella di due ragazzini dotati di grande fantasia e creatività (lui, Jess, introverso e sensibile, è abile a disegnare, mentre lei, Leslie, "nuova arrivata" ed emarginata da tutti, ha una predisposizione per inventare storie fantastiche) che insieme danno vita a un mondo immaginario, il reame di Terabithia, raggiungibile semplicemente oltrepassando un fossato nel bosco adiacente alle loro case. Spacciato dai distributori come un fantasy tipo "Eragon" o "Le cronache di Narnia", la storia ricorda invece piuttosto "Creature del cielo" di Peter Jackson, anche se i personaggi e l'atmosfera sono decisamente meno insani. La cosa più bella è l'amalgama fra realtà e fantasia, con la seconda che non giunge mai a prevalere sulla prima (niente voli pindarici o – peggio ancora – trasformazione della vicenda in una vera e propria saga fantasy). In particolare, proprio le relazioni di Jess con le persone che gli stanno intorno – il padre, da cui desidererebbe ricevere maggior attenzione e affetto; le quattro sorelle, con una sola delle quali (la piccola May Belle, che lo idolatra) ha un buon rapporto; i bulli e i compagni di scuola; gli insegnanti, compresa quella di musica di cui è innamorato – rimangono costantemente al centro della pellicola. E il gioco e la fantasia non diventano mai una scusa per rimuovere il dolore o le cose brutte della vita, ma semplicemente un modo per trovare la forza di affrontarle e di superarle. A questo proposito, è estremamente bello e commovente il finale (avevo quasi le lacrime agli occhi), che giunge dopo la svolta improvvisa e davvero inaspettata a tre quarti di film. I personaggi sono descritti in maniera assolutamente non banale, così come i loro sentimenti. Il regista, ungherese ed esordiente nel campo del lungometraggio live action, è più noto per aver dato vita, con la moglie Arlene Klasky, agli studi di animazione Klasky-Csupo (che si sono occupati ovviamente degli effetti speciali del film, peraltro limitati all'essenziale, come deve essere). Bravi anche gli attori, giovani e sconosciuti. Girato in Nuova Zelanda (ormai deve essere un "must" per un certo tipo di storie).

Nota: il film è tratto da un romanzo per ragazzi del 1977 che nei paesi di lingua anglosassone pare sia abbastanza popolare: viene spesso letto nelle scuole e, negli Stati Uniti, è talvolta bandito dalle solite biblioteche pubbliche perché "osa" accostare il tema della morte e del dolore a quello dell'adolescenza.

4 aprile 2007

Gli invasati (R. Wise, 1963)

Gli invasati (The haunting)
di Robert Wise – USA 1963
con Julie Harris, Claire Bloom
***

Rivisto in DVD, con Martin.

In una casa "maledetta" nel New England, dove nel corso degli anni si sono succedute morti inspiegabili, giunge un gruppo di indagatori del paranormale. Fra loro c'è Eleanor, ragazza dalla psiche instabile che si convince che la dimora la stia chiamando a sé per non lasciarla più andar via. Un capolavoro del thriller sovrannaturale, capostipite di un intero filone di "case stregate", cui moltissime opere successive (dagli horror italiani anni '70 al Kubrick di "Shining", ma anche alcuni episodi di Dylan Dog) sono debitori. Wise, praticamente senza effetti speciali ma usando solo le ombre, il sonoro e la recitazione degli attori, costruisce abilmente una tensione e una suspence di altissimo livello. La lezione di Val Lewton, il produttore che lo aveva fatto esordire ai tempi della RKO, non era evidentemente passata invano. Ottima anche la fotografia in bianco e nero, che rende paurose porte, scale e corridoi.

Ero uno sposo di guerra (H. Hawks, 1949)

Ero uno sposo di guerra (I was a male war bride)
di Howard Hawks – USA 1949
con Cary Grant, Ann Sheridan
**1/2

Visto in DVD, con Martin.

Nella Germania del dopoguerra, fra bisticci e litigate di ogni tipo, un capitano dell'esercito francese (Grant) e un tenente dell'esercito americano (la Sheridan) scoprono di essere innamorati e decidono di sposarsi. Il problema sorge quando intendono trasferirsi negli Stati Uniti: per ottenere il permesso di soggiorno, il marito è costretto a far ricorso alla legge che regola l'immigrazione dei coniugi dei militari all'estero, la norma sulle cosiddette "spose di guerra", che però nessuno prevedeva di dover applicare a un uomo. Dopo una prima parte basata sul conflitto fra i sessi (tema abituale per il regista), la seconda metà del film gioca invece sul ribaltamento dei ruoli, con Grant che giunge a doversi travestire da donna pur di averla vinta sulla burocrazia e sull'ottusità delle forze armate. Divertente ma un po' datato, non è uno degli Hawks migliori anche se qualche risata, soprattutto nel finale, la strappa.

Pauline alla spiaggia (E. Rohmer, 1982)

Pauline alla spiaggia (Pauline à la plage)
di Eric Rohmer – Francia 1982
con Amanda Langlet, Arielle Dombasle
***

Visto in DVD.

"Chi parla troppo si danneggia" (Chrétien de Troyes): questo il motto alla base del terzo episodio della serie "Commedie e proverbi" di Rohmer. La trama vede come protagonista la quindicenne Pauline che all'inizio di settembre va a trascorrere gli ultimi giorni di vacanza al mare in compagnia della vistosa e provocante cugina Marion, da poco divorziata. Mentre assiste con distacco alle contorte vicende sentimentali della cugina, contesa fra il possessivo Pierre e l'"animo libero" Henri, ha l'occasione di fare anche lei le sue prime esperienze amorose con il coetaneo Sylvain, rimanendo peraltro coinvolta nel gioco di menzogne e tradimenti degli adulti. Un film effervescente e dinamico, con un'ottima caratterizzazione psicologica dei personaggi e una sceneggiatura da manuale, che si pone di diritto fra i più tipici e rappresentativi dell'universo sentimentale e borghese del regista francese. L'attrice Amanda Langlet tornerà quattordici anni dopo in un'altra pellicola rohmeriana ambientata sulla spiaggia, "Un ragazzo, tre ragazze" (ossia "Racconto d'estate").

3 aprile 2007

The Nightmare before Christmas (H. Selick, 1993)

The Nightmare before Christmas (id.)
di Henry Selick – USA 1993
animazione a passo uno
****

Rivisto in DVD, con Hiromi.

Che il miglior film di Tim Burton non sia da lui diretto potrebbe far riflettere sull'effettivo valore di questo regista. In ogni caso "Nightmare before Christmas", ispirato a una poesia scritta da Burton quando ancora lavorava alla Disney, è un vero gioiellino di humour macabro, di simpatia e soprattutto di tecnica di animazione. Completamente con pupazzi animati a passo uno e con pochissimi interventi al computer (a differenza del successivo, e inferiore, "La sposa cadavere"), è una fiaba gotica e macabra ambientata nella tetra e immaginaria "Città di Halloween", dove mostri di ogni tipo allestiscono ogni anno, fra zucche e spaventi, la festa di Ognissanti. Jack Skeletron, il loro capo, è però inquieto: quel tipo di vita non gli basta più, e non si accorge dell'amore che la bambola di pezza Sally nutre segretamente per lui. Quando scopre l'esistenza di altre città dedicate alle diverse festività, decide di "cambiare lavoro", di prendere il posto di Babbo Natale e di organizzare, per una volta, la festa del 25 dicembre. Peccato però che il suo gusto per l'orrido trasformi la ricorrenza in un incubo... Vero e proprio musical condito dalle meravigliose canzoni di Danny Elfman (e per una volta anche l'edizione italiana è all'altezza, grazie soprattutto a un ottimo Renato Zero, anche se ovviamente la versione originale è insuperabile), è un film ricco di fascino e di atmosfera, dove ogni dettaglio è indovinato: le scenografie sono stilizzate ed espressioniste, i pupazzi straordinariamente espressivi, le gag infantilmente horror (da Sally che si fa a pezzi da sola al dottor Finklestein che si gratta il cervello). Il regista, Henry Selick, ha in seguito tentato di ripercorrere la stessa strada senza successo con "James e la pesca gigante" e "Monkeybone". Fra i miei brani preferiti, quello introduttivo ("Questo è Halloween"), la canzone di Mr. Babau (che voce!), quella triste di Sally e quella dei tre discoli Vado, Vedo e Prendo: ma tutte le canzoni sono davvero belle. Divertenti anche alcuni giochi linguistici come quello su Babbo Natale: in originale, Jack capisce male il suo nome e anziché Santa Claus scrive "Sandy Claws". In Italiano, il nome diventa "Babbo Nachele". Quando poi lo vede in carne e ossa, Jack si stupisce che non sia affatto "un'aragosta" e che non abbia le "chele"!

Alcune curiosità lette su wikipedia:
-Tim Burton ha dichiarato di aver avuto l'idea per "Nightmare before Christmas" quando ha visto, con l'avvicinarsi delle festività natalizie, un negoziante rimuovere le decorazioni di Halloween per far spazio a quelle di Natale.
-Il 20 ottobre del 2006 in America ne è uscita una riedizione in 3D. Il film era visualizzabile grazie all'utilizzo di appositi occhialini. In occasione di questa riedizione, è uscito anche un cd musicale contenenti alcune delle canzoni del film riarrangiate da famosi cantanti e famose band (per esempio la canzone "Questo è Halloween" era cantata da Marilyn Manson).

Aggiornamento (19/9/2007): L'ho rivisto al cinema Arcadia di Melzo, con Hiromi, nella versione in 3D in lingua originale. Spettacolare e sempre bellissimo, anche se si nota che il film non era stato pensato sin dall'inizio per essere proiettato in tre dimensioni.

2 aprile 2007

Hong Kong Express (Wong Kar-Wai, 1994)

Hong Kong Express (Chung hing sam lam)
di Wong Kar-Wai – Hong Kong 1994
con Faye Wong, Tony Leung Chiu-Wai
***1/2

Rivisto in DVD, con Hiromi.

Due struggenti storie d'amore nella "giungla di Chung King": nel primo episodio, il poliziotto 223 (Takeshi Kaneshiro), lasciato dalla sua ragazza un mese prima del suo compleanno, colleziona scatole di ananas che scadono esattamente il primo maggio: allo scoccare della mezzanotte le consuma tutte prima di innamorarsi di una misteriosa donna in impermeabile (Brigitte Lin), coinvolta in loschi traffici con immigranti indiani. Nel secondo, la giovane Faye (Faye Wong), commessa in un fast food, si innamora del poliziotto 663 (Tony Leung) e si reca di nascosto a casa sua per modificarne l'arredamento e sostituirne gli oggetti. Un terzo episodio, inizialmente previsto, è stato poi trasformato in un film successivo, "Angeli perduti". Sogni, illusioni, solitudini, metafore gastronomiche e aeroportuali sui rapporti sentimentali in una città moderna e caotica: la pellicola che ha fatto conoscere WKW in occidente, nonché il suo primo film che ho visto, è un melò sentimentale e filosofico girato con uno stile personale e videoclipparo, fra ralenti e step-motion che rendono le (poche) scene d'azione confuse e bizzarre. Il cast è ricco (Faye Wong è una celebre cantante pop) e insolito (Brigitte Lin indossa una parrucca bionda e occhiali da sole anche di notte). Importante anche la musica: dalla versione di "Dreams" dei Cranberries cantata dalla stessa Faye Wong a "California dreaming" dei Mamas and the Papas, ascoltata assiduamente e ripetutamente dalla ragazza.

La maledizione della prima luna (G. Verbinski, 2003)

La maledizione della prima luna (Pirates of the Caribbean: The curse of the Black Pearl)
di Gore Verbinski – USA 2003
con Johnny Depp, Orlando Bloom
***

Rivisto in DVD, con Hiromi.

Prodotto dalla Disney come primo di una serie di film dedicati alle varie attrazioni dei suoi parchi di divertimenti (ma le altre pellicole della serie, come per esempio "La casa dei fantasmi" con Eddie Murphy, non hanno avuto lo stesso successo), è una pellicola di avventure vecchio stile che recupera tutto un mondo che sembrava scomparso da molti anni dall'immaginario cinematografico. Proprio per questo, già alla sua prima visione, il film mi aveva conquistato per la sua freschezza e originalità (non aveva punti di riferimento recenti). I temi "classici" dei pirati e dell'attrazione di Disneyland ci sono tutti, mescolati con atmosfere fantastiche che ricordano in maniera irresistibile la serie di videogiochi "The secret of Monkey Island": galeoni fantasma con ciurme di scheletri viventi, grotte ricolme di tesori e gioielli, maledizioni terribili, pappagalli e scimmie, abbordaggi e ammutinamenti, locande malfamate e isole deserte. Gran parte del merito del divertimento è dovuta agli attori, in particolare al fenomenale e scanzonato Johnny Depp, che veste i panni del capitano Jack Sparrow con grandissima originalità e che pare abbia improvvisato parecchie cose sul set. Anche la storia, l'ambientazione e i personaggi di contorno fanno la loro parte, così come il trascinante tema musicale. La simpatica Keira Knightley, che conoscevo per "Sognando Beckham", è poi diventata una star, mentre Orlando Bloom lo era già. Peccato solo che l'entità del successo, assolutamente inaspettato (la Disney ha addirittura modificato l'attrazione originale di Disneyland per renderla più simile al film), abbia spinto i produttori a mettere in cantiere un doppio seguito che si è rivelato completamente superfluo e non all'altezza del prototipo.

Nota sul titolo: In originale avrebbe dovuto essere semplicemente "Pirates of the Caribbean", ma all'ultimo momento si scelse di aggiungere un sottotitolo nella speranza che il successo di pubblico portasse a realizzarne un sequel, come poi è accaduto. In Italia, invece, la solita miopia dei produttori ha portato all'effetto opposto: è stato eliminato il titolo principale e modificato senza motivo quello secondario.

1 aprile 2007

La grande avventura (S. Raffill, 1975)

La grande avventura (The adventures of the Wilderness Family)
di Stewart Raffill – USA 1975
con Robert Logan, Susan Damante Shaw
**1/2

Rivisto in VHS, con Alberto, Eva, Elena e Marisa.

Questo film è stato una delle prime pellicole con attori in carne e ossa che ricordo di avere visto da bambino, quando avevo solo cinque o sei anni: per anni ho portato dentro di me il ricordo delle avventure della famiglia Robinson (nome non casuale, immagino) che sceglie di abbandonare la città inquinata per andare a stabilirsi in uno chalet fra la flora e la fauna selvaggia delle Montagne Rocciose. Il padre, la madre, il bimbo, la bimba e il cane Jack si trovano così a vivere in una natura incontaminata e devono affrontare, fra gli altri, puma, lupi, orsi buoni (Sansone) e cattivi (Ringo). Ecologista ma non esageratamente buonista (la natura non è solo benigna ma talvolta anche ostile), si tratta di un film assai semplice che trova la sua ragion d'essere proprio nel contesto domestico: rivedendolo insieme alla famiglia di mio fratello, e soprattutto con la mia nipotina di quattro anni e mezzo, l'ho trovato piacevole e divertente come quando ero piccolo. Ed è comunque di buona fattura: le scene con gli animali, in particolare, sono davvero ben girate. Indimenticabile poi la canzone italiana: "A, B, C della foresta...".