8 marzo 2007

Borat (L. Charles, 2006)

Borat – Studio culturale sull'America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan (Borat: Cultural Learnings of America for Make Benefit Glorious Nation of Kazakhstan)
di Larry Charles – USA 2006
con Sacha Baron Cohen, Ken Davitian
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Albertino.

Il personaggio di Borat Sagdiyev, giornalista della tv kazaka, è stato ideato da Baron Cohen nella sua trasmissione televisiva "Da Ali G Show" e giunge ora al cinema con un film solo parzialmente di finzione. La trama principale (che vede Borat incaricato di realizzare a New York un documentario sulla vita negli Stati Uniti: ma dopo aver assistito a una puntata di "Baywatch" in televisione, il reporter decide di attraversare il continente per recarsi in California e sposare Pamela Anderson) non è infatti altro che la cornice per una serie di scene nelle quali il comico interagisce con persone ignare della sua vera natura e convinte di parlare davvero con un kazako ignorante, antisemita e maschilista. Politicamente scorretto verso tutto e tutti, la sua comicità consiste principalmente nel mostrare le imbarazzate reazioni degli intervistati e dei testimoni delle sue "imprese", il cui comportamento genuino svela le ipocrisie della nostra società nei confronti di noi stessi, delle minoranze e degli stranieri. Se gli stessi comportamenti o le affermazioni offensive di Borat provenissero da un occidentale, infatti, la reazione sarebbe probabilmente diversa; trattandosi invece del cittadino di un paese assolutamente sconosciuto (cosa sappiamo del Kazakistan?), subentrano tentativi di comprensione e di giustificazione che fanno passare per valide posizioni decisamente insostenibili. In questo senso, il film non è molto diverso da un documentario che avevo visto l'anno scorso, "The Yes Men", nel quale alcuni studenti si spacciavano per incaricati del WTO e partecipavano a congressi ufficiali sostenendo le tesi più assurde, guadagnandosi non proteste ma applausi.
In altri momenti, invece, Borat non mira a suscitare reazioni accondiscendenti ma a smascherare semplicemente il vero modo di pensare della gente, magari convinta che quello che sta dicendo non uscirà mai dai palinsesti della televisione kazaka. In alcuni casi (per esempio nella sequenza che precede il rodeo o nell'incontro con gli studenti sul camper) si può assistere a un volto dell'America (per fortuna non l'unico) bigotto e razzista. Di tutte le scene, però, quella che più mi ha impressionato è stato l'impatto iniziale con la città di New York: a Borat che saluta ogni persona che incontra per strada tendendo la mano, la maggior parte dei passanti reagisce terrorizzata, fuggendo via in preda al panico pur di evitare persino il minimo contatto fisico con uno sconosciuto. Ora, non so voi, ma se qualcuno mi si avvicina con la mano tesa mentre cammino per strada il mio primo impulso è proprio quello di stringergli la mano, non certo scappare via gridando come un ossesso...
In certe situazioni, comunque, il comico si è dovuto trattenere: mi riferisco all'incontro con i neri nel ghetto e soprattutto al congresso dei Pentecostali, dove si "limita" a fare l'ingenuo e lo stupido, ma non si spinge certo a offendere: se può infatti permettersi volgarità e comportamenti oltraggiosi in contesti tutto sommato "innocui", come la scuola di bon ton, di certo avrebbe rischiato la vita a fare la stessa cosa in ambienti caratterizzati da una certa dose di fanatismo religioso o sociale. Già ha rischiato abbastanza storpiando l'inno nazionale al rodeo o tentando di rapire Pamela Anderson di fronte alle sue guardie del corpo!
Buono l'apporto della "spalla", il grasso e brutto Ken Davitian, che raggiunge vette quasi poetiche con il suo travestimento da Oliver Hardy ("un uomo vestito da Hitler", dice Borat).
Infine, alcune considerazioni: francamente mi aspettavo di ridere di più. Probabilmente la "colpa" è del doppiaggio in italiano. Il problema non è tanto nella voce di Borat, quanto in quella delle persone comuni. Mettere una voce impostata – quella cioè di un attore o di un doppiatore – in bocca a individui presi dalla strada ne "falsifica" la naturalezza. Se aggiungiamo la consapevolezza della presenza della videocamera (giustificata, perché veniva detto che si girava per la tv kazaka), si ottiene la sensazione di una "messinscena" che attenua di molto la vis comica. E se gli sketch non fossero spontanei ma preparati, allora il film non sarebbe diverso da una delle molte farse del cinema demenziale. Dovrò dunque rivederlo in lingua originale, in DVD, per dare un giudizio definitivo.

2 commenti:

Franciov ha detto...

Anche a me piacerebbe rivederlo in lingua originale, ma non se sopporterei di nuovo quelle orribili scene di nudo... o_O

Suonatoredicorno ha detto...

io l'ho visto in lingua originale ed ho riso con gusto, molto più che nella versione doppiata; la scena con Pamela Anderson è incredibile, ci credo che si sia beccato una serie di denunce!!Comunque davvero politicamente scorretto :-)