10 aprile 2006

La grande sparata (F. Capra, 1926)

La grande sparata (The strong man)
di Frank Capra – USA 1926
con Harry Langdon, Priscilla Bonner
**1/2

Visto sabato in DVD, con Martin.

Si tratta del primo lungometraggio di Capra, dopo quattro anni in cui aveva lavorato nel mondo del cinema soprattutto come sceneggiatore. È una commedia in cui il regista si mette al servizio di Harry Langdon, un comico dell'ultimo periodo del muto (aveva esordito solo nel 1924), non geniale come Keaton o Chaplin ma comunque simpatico e – purtroppo per lui – destinato rapidamente all'oblio con l'avvento del sonoro.
Langdon interpreta un soldato belga che, dopo la guerra, arriva in America dove lo attende la sua "fidanzata", una ragazza con cui corrispondeva via lettera ma che non ha mai visto di persona e di cui ignora anche il recapito. La prima parte del film, la più interessante, è ambientata a New York e vede Langdon (il tipico "bravo ragazzo", mingherlino e spaurito) alle prese con una poco di buono: la donna vuole recuperare un rotolo di banconote finite per sbaglio nella sua giacca e a questo scopo tenta di sedurlo. Ci sono anche delle gag piuttosto audaci per l'epoca, con Harry che piomba in un atelier dove sta posando una modella nuda! La seconda parte, più convenzionale, vede il nostro eroe in un paese di provincia come assistente di un forzuto da avanspettacolo, che ovviamente sarà costretto a sostituire sulla scena. Le due parti mi sono sembrate piuttosto slegate fra loro, anche se c'è il filo conduttore della ricerca della fidanzata.
La regia di Capra è molto moderna sin dall'inizio e completamente funzionale al racconto e alle gag, con inquadrature ricercate, un montaggio non banale, alternanza di primi piani e campi larghi.

2 commenti:

Martin ha detto...

Ho visto ieri un altro muto di Capra "The Matinee Idol" del 1928, davvero un gioiellino.
Un simile mix di pathos e comicità lo si trova davvero raramente al di fuori dell'universo chapliniano.
Se poi aggiungiamo quella leggerezza e quell'ottimismo alla Capra abbiamo un film che appare ancora oggi fresco e piacevole.
Sono sempre più convinto che Capra rimanga uno degli autori più personali di quegli anni pieni zeppi di grandi autori.
In quel periodo d'oro del cinema che ha sfornato decine di grandi registi si fa spesso fatica a distinguerli uno dall'altro ma perlopiù vengono ricordati per i loro capolavori.
Questo non succede con Capra perchè ha la capacità di distinguersi per la propria sensibilità unica, per i temi trattati e in generale per quella stessa visione del mondo che ha portato Walt Disney a creare il suo Mickey Mouse.

Christian ha detto...

Effettivamente il Topolino di Gottfredson (e anche quello di Scarpa!) viene spesso accostato ai personaggi di Capra.

Ti cito un passo da "Disney Comics" di Albero Beccattini:
È pensabile che il grande regista Frank Capra (che nei primi anni Quaranta collaborò indirettamente con lo Studio Disney realizzando la serie di documentari propagandistici Why we fight) si sia parzialmente ispirato al Topolino della Lampada di Aladino [storia di Gottfredson del 1940] per modellare il personaggio di George Bailey, interpretato da James Stewart nel capolavoro It's a Wonderful Life (1946).

E da "Romano Scarpa: sognando la Calidornia" di Beccattini, Boschi, Gori, Sani:
L'ispirazione [di Scarpa] a Frank Capra è molto significativa, perché permette di estendere anche al Topolino di Scarpa certe assonanze profonde che sussistono senz'altro fra il regista americano e Floyd Gottfredson. Punti di contatto che del resto sono stati abbondantemente indagati da Antonio Faeti nel suo fondamentale saggio sul topo.